Risorgimento e identità italiana

Intervista a: 
Lucio Villari
Autore intervista
Vander
Fabio

 

Domanda - Nel suo volume Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento accenna a più riprese alla “modernità” del Risorgimento italiano, al nesso di continuità con l’Illuminismo e con le istanze migliori della Rivoluzione francese, potrebbe iniziare con il definire meglio il senso di questo nesso?

Risposta - Fra tutti i Paesi europei, quello che ha subìto più direttamente e intensamente l’influsso della Rivoluzione francese è stata proprio l’Italia. Questo ha fatto sì, per esempio, che la stessa calata nel Nord Italia di Napoleone Bonaparte nel 1797 non fosse un mero fatto militare, ma assumesse per gli italiani una valenza politica, anche indipendentemente dalla volontà dello stesso Napoleone e del governo di Parigi, che del resto non era più un governo rivoluzionario, ma quasi moderato, quello del Direttorio.

Il risultato più direttamente politico della campagna napoleonica fu dunque quello di importare e promuovere un movimento di passioni, di cultura e di ideologie che in seguito e nonostante la Restaurazione, fu alla base dei moti rivoluzionari e nazionali del 1820-21 e del 1831, prodromi del Risorgimento vero e proprio.

Naturalmente con le idee della Rivoluzione si diffusero le idee dell’Illuminismo e insieme costituirono il sostrato ideale del Risorgimento; idee quali l’indipendenza, la libertà, la laicità.

D - Lei parla altresì di “ansia di giustizia” che animava i patrioti. Era solo un’ansia morale, una spinta alla liberazione dallo straniero e alla libertà individuale o si trattava anche di istanze di giustizia sociale, di emancipazione dei più poveri, degli emarginati, ecc.?

R - Guardi solitamente si dà la prevalenza al primo aspetto, alle istanze morali e ideali, penso invece che nel moto nazionale italiano abbia prevalso il secondo aspetto, quello della giustizia sociale. Del resto va considerato che certe istanze erano già mature, a livello di cultura giuridica e politica, nel pensiero illuministico italiano, sia settentrionale che meridionale. Basti pensare al Dei delitti e delle pene di Beccaria, dove il discorso sulla giustizia era già assai sofisticato e strutturato, ben oltre la semplice denuncia morale. Ma si pensi anche ai discorsi in fatto di giustizia sociale ed economica dei Riformatori napoletani, da Antonio Genovesi a Gaetano Filangieri.

Dunque determinati valori di giustizia e di eguaglianza sociale, sia autoctoni che di importazione dalla Francia, costituirono molta parte della cultura politica del Risorgimento, lungo una parabola che va dall’esperienza del “Conciliatore” del 1818 fino ad Alessandro Manzoni. Manzoni infatti è l’intellettuale che fa della giustizia in senso morale e politico, ma poi anche sociale, del rispetto integrale dei diritti della persona, il centro della propria produzione culturale e civile, ma anche poetica e letteraria. Non a caso nei Promessi sposi l’ansia di giustizia è presente in ogni pagina e anche per il tramite dell’eccezionale successo di questo romanzo, l’idea di giustizia, nella sua doppia valenza, divenne il tormento intellettuale dei patrioti italiani.

D - Vorremmo approfondire questo motivo della rilevanza sociale del fenomeno, con specifico riferimento al coinvolgimento delle masse popolari nel moto risorgimentale. Come è noto c’è stata una corrente storiografica e politica che, rifacendosi all’opera di Gramsci, ha definito il Risorgimento una “rivoluzione agraria mancata”, con conseguente difetto di consenso e di giustizia dell’Italia liberale. Altrettanto nota è la tesi contrapposta di Rosario Romeo, secondo la quale una rivoluzione sociale nelle condizioni dell’Italia dell’epoca era impossibile e invece fu un bene concentrarsi solo sul motivo politico-istituzionale. Lei come interpreta i termini di questa classica querelle

storiografica e politica?

R - Credo francamente che la tesi di Gramsci abbia generato un equivoco nell’interpretazione complessiva della vicenda risorgimentale. Questo soprattutto nell’ambito della cultura storiografica e politica della sinistra italiana dal secondo dopoguerra in poi. A me sembra chiaro infatti che una rivoluzione agraria nelle condizioni dell’Italia della metà dell’Ottocento non poteva esserci. Certo simili convinzioni avevano un’origine nobile, provenivano da Gobetti, che notoriamente fu un collaboratore dell’«Ordine Nuovo», presupponevano il suo Risorgimento senza eroi, il Risorgimento come “rivoluzione incompiuta”, opera di un’élite, ecc. Gramsci ricorreva a uno schema interpretativo del Risorgimento che aveva tratto, rielaborandolo, dalla tesi della “rivoluzione passiva” di Vincenzo Cuoco. Una tesi per altro a sua volta non originale di Cuoco, che questi aveva tratto dal dibattito del suo tempo intorno alla rivoluzione napoletana del 1799, intesa per lo più come tentativo di imitare la Rivoluzione francese senza però le masse, cioè con queste in una condizione appunto “passiva”.

Ora Gramsci usando criticamente questa tesi, cioè insistendo sulla necessità del coinvolgimento delle masse e soprattutto ritenendo che questo fosse possibile già nel Risorgimento, mostrava di non avere l’esatta percezione storica della situazione reale dell’Italia dell’Ottocento. Una dialettica capitale-lavoro non poteva certo esserci in quel periodo; l’Italia era altra cosa dall’Inghilterra, in cui certi processi sociali erano stati avviati almeno dalla metà del Settecento. In questo senso sono d’accordo con l’interpretazione di Rosario Romeo e di conseguenza ritengo sostanzialmente sbagliata una certa interpretazione marxista del Risorgimento italiano.

Ciò detto, vorrei che fosse però altrettanto chiaro che le masse popolari svolsero un ruolo importante nel processo di unificazione nazionale. Se guardiamo infatti ai protagonisti dei moti, a quelli che hanno effettivamente combattuto, vediamo che erano proprio gente del popolo, professionisti, lavoratori, artigiani, anche contadini in parte, come esemplificato al meglio dalla spedizione dei Mille. Quindi questo distacco fra élites e masse, che è divenuto un topos storiografico, io non lo vedo.

D - Nel suo libro, con riferimento proprio alla spedizione dei Mille, parla di “atto rivoluzionario decisivo”; anche in questo caso vi è un’annosa querelle circa i rapporti fra i patrioti democratico-rivoluzionari e quelli conservatori e liberali. Ci fu davvero un’egemonia delle istanze moderate sul “Partito d’azione”?

R - Su questa marginalità delle istanze rivoluzionarie io sarei cauto. In verità Cavour ebbe davvero paura che la spedizione dei Mille potesse compromettere il progetto di unificazione nazionale così come lui lo aveva concepito e lo stava realizzando. Non dimentichiamo che inizialmente lo statista piemontese aveva pensato effettivamente a un progressivo ingrandimento dei confini del regno sabaudo, con una successiva aggiunta di territori all’originario nucleo sardo-piemontese. Questo in pratica fino al 1859, quando ancora si pensava a una Confederazione del centro-nord. Il che per altro non toglie che proprio in quell’anno Cavour avesse chiesto, direttamente a Garibaldi, la presenza dei volontari; era chiaro ormai anche a lui che il coinvolgimento delle masse e per esse dei volontari combattenti, era indispensabile per il successo dell’impresa nazionale.

Certo poi con Garibaldi trionfatore in Sicilia, che sbarca sul continente e che risale verso Napoli, per altro col rischio di un intervento militare non solo della Francia ma addirittura dell’Inghilterra, Cavour iniziò seriamente a preoccuparsi, capì che doveva reagire se non voleva finire lui nella rete dei rivoluzionari.

A ben vedere questa della seconda metà del 1860 fu l’ultima grande operazione politica di Cavour, quella che lo vide trasformarsi da moderato, timoroso delle istanze socio-rivoluzionarie, a partecipe in qualche modo di esse, capace di prenderne la testa e indirizzarle in una certa direzione. Può anche dirsi che l’ultimo Cavour fu, tra virgolette, un Cavour “garibaldino”, “rivoluzionario”, capace di rivedere le sue posizioni rispetto alla piega presa dagli avvenimenti a seguito della spedizione dei Mille. Impresa che giudico “decisiva” proprio perché è innegabile che senza di essa l’unità d’Italia non ci sarebbe stata.

Al riguardo può essere interessante un riferimento al Manzoni. Nell’ultimo suo scritto, del 1873, pochi mesi prima della morte, definiva quella della Confederazione una “nuova forma della nefasta divisione dell’Italia”, nel senso che se nel 1859 si fosse seguita quella via sarebbe stata una tragedia per l’Italia, perché si sarebbe pregiudicato l’obiettivo più nobile del Risorgimento, appunto l’unità della nazione. L’insistenza di Manzoni su questo punto mi conferma nella convinzione che la “spallata” unitaria del 1860, cioè l’energia e la determinazione di quelle scelte, furono davvero decisive e in questo senso rivoluzionarie.

D - Ma questa insistenza sulla valenza rivoluzionaria degli eventi decisivi del Risorgimento, stante però l’innegabile ruolo dirigente di Cavour, non conferma che in ultima istanza la classe politica liberale fu capace di disimpegnare una funzione davvero egemonica sull’insieme del processo risorgimentale?

 

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