Il ruolo dei cattolici nell'Italia unita

Intervista a: 
Alberto Monticone
Autore intervista
Coccia
Benedetto

 

Domanda - La Rivoluzione francese come forma estrema, sul piano storico e politico, dell’Illuminismo comporta non ultimo una profonda laicizzazione della politica, con conseguente separazione di Stato e Chiesa. Le due reazioni di parte cattolica paiono scontare un’iniziale situazione di ritardo rispetto alle dinamiche civili e ideologiche sul continente europeo. Da una parte la pura e semplice reazione alla De Maistre, la nostalgia per l’ancien regime, dall’altra un Lamennais che teorizzando “Papa e Popolo”, cerca una ‘riforma’ e una rilegittimazione della fede fuori dalla dimensione politica e della modernità. Non trova che questi due opposti ma inadeguati approcci indebolirono per alcuni decenni il confronto fra cattolicesimo, in ispecie italiano, e mondo moderno e liberale?

Risposta - La rivoluzione francese non fu solo generata dall’Illuminismo ma, sebbene guidata ai suoi inizi da parte dell’aristocrazia illuminata e dalla borghesia, rimandava in verità a un insieme di tensioni sociali risalenti anche al secolo precedente. Neppure il giacobinismo riuscì a esprimere compiutamente queste tensioni, e anzi esse avrebbero fatto da contrappunto anche all’affermarsi del liberalismo e di un certo modo di costruzione della modernità nel corso dell’Ottocento in Europa. Basti pensare, per la Francia, alle vicende del 1848 e alla Comune di Parigi o, per l’Italia, alla Repubblica romana del 1849.

La laicizzazione fu largamente perseguita tanto dai liberali quanto dai movimenti più radicali. Quanto alla risposta cattolica essa, oltre che simboleggiata dai due indirizzi contrapposti di De Maistre e Lamennais, entrambi per altro non iscrivibili nelle correnti avviate verso il “mondo moderno”, va anche ricercata nella complessità e nell’articolazione popolare della società. Si vuole dire che sia pure in un’evidente alterità e comunque con un forte ritardo rispetto alle dinamiche  civili propugnate dal movimento liberale, il mondo cattolico presentava propositi e iniziative di reimpostazione della comunità. Mi riferisco in particolare alla diffusa azione che potremmo definire caritativa e che fu sia a sostegno della classe dei lavoratori poveri della prima fase dell’industrializzazione, sia a soccorso delle popolazioni urbane e contadine, strette tra sopravvivenze feudali e difficoltà di inserimento economico e civile negli Stati non liberatisi completamente dall’ancien régime. Basti pensare ai movimenti di laici e di preti che affrontarono il pauperismo in Francia – ad esempio l’iniziativa di Federico Ozanam – proprio distinguendosi dagli epigoni di De Maistre e di Lamennais, ma anche alle opere sociali promosse in alcuni Stati italiani, tanto nel regno di Sardegna quanto in quello delle Due Sicilie, da piccole congregazioni religiose maschili e femminili, da preti e da laici che solo molto più tardi sono stati riconosciuti dalla Chiesa come esempi di santità.

Naturalmente ciò che mancò quasi dovunque a questa forma diversa di risposta fu la declinazione politica di nuovo stampo civile e la decantazione da talune accentazioni reazionarie. Ma questa è una sfida storica per i cattolici in tutta l’età contemporanea.

D - Anche i primi decenni dell’Ottocento sembrano mantenere certi equivoci che alla fine si risolsero in ritardi. Ad esempio il cattolicesimo del Manzoni dopo la conversione, appare certo molto sofferto e intimo, ma non capace di favorire un impegno civile e men che meno politico. Del resto il Lambruschini espressamente sosteneva che “la religione non può mai esser chiamata a definire alcuna questione sociale, alcun sistema politico”. Dunque un atteggiamento che per essere ostentatamente ‘universalistico’, cattolico in senso esteso, finiva con il qualificarsi come antimoderno e anche antipolitico, non c’è in un siffatto atteggiamento rispetto al mondo moderno la ragione del ritardo nella costituzione di qualcosa come un “partito cattolico”?

R - Non credo che il ritardo dei cattolici italiani nel formare un partito sia dipeso storicamente dal loro professare un universalismo che può essere interpretato in senso antipolitico e antimoderno, quanto piuttosto dalla particolare condizione del papato nel nostro Paese. Basti pensare alla difficoltà di superare la fine del potere temporale come venne realizzata al tempo di Pio IX e soprattutto dal prevalere in ambiente cattolico di un atteggiamento difensivo talvolta integralistico.

Una carsica venatura di clericalismo da un lato e una certa difficoltà ad accettare la democrazia, hanno condizionato dall’Unità in poi il rapporto dei cattolici con la politica; come testimoniano i due indirizzi contrastanti ma complementari della ricerca di un “partito cattolico” e del metodo pattizio o delegante con i poteri.

D - Gioberti all’inizio degli anni Quaranta, con il Primato, pose il problema del contributo cattolico all’unificazione italiana; ebbe certamente un’influenza notevole sul Piemonte e sull’Italia di quel tempo, da Balbo e Rosmini, fino a Cavour per la parte laica, ma la risposta di Pio IX, nel pieno della rivoluzione del 1848, fu senz’altro negativa e anzi segnò l’inizio della stagione dell’“intransigentismo”. Il fallimento del primo Gioberti ebbe riflessi sul definirsi del moto di unificazione nazionale dopo la Prima guerra d’Indipendenza?

R - Gioberti, al di là dell’esito delle sue proposte e della mancata riuscita della sua concreta azione politica, pose l’accento su uno dei nodi cruciali del nostro possibile Risorgimento, cioè sulla necessaria via di unificazione fondata su comuni valori di italianità, più che su ideali di nazione e di stato unitario. In altre parole si concentrò sul patrimonio che sarebbe potuto divenire fondamento della patria. Ebbe però a scontrarsi con la scelta dei mezzi e dei protagonisti, sicché la fallita realizzazione del suo progetto lasciò lo spazio alle iniziative più politiche e di altro segno del moto di unificazione. L’intransigentismo dei cattolici o meglio la loro minoritaria ed elitaria partecipazione a tale moto, non fu tanto la conseguenza del ritirarsi di Pio IX dopo l’iniziale apertura riformatrice, quanto piuttosto della scarsa permeabilità del cattolicesimo italiano alle idee innovatrici, nonché della sua frammentata dislocazione all’interno di contesti tradizionalmente legati all’ancien régime.

D - Alle prime elezioni dell’Italia unita, nel 1861, lo slogan da parte cattolica fu “né eletti, né elettori”, né Cavour né Garibaldi, questo per altro ben prima che la “questione romana” esplodesse; come spiega questa radicale astensione che ribadiva per il cattolicesimo una collocazione fuori non solo della modernità (come nel 1864 confermò il Sillabo), ma anche della politica?

 

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Intervista a cura di Benedetto Coccia e Fabio Vander