Idee e miti del Risorgimento

Intervista a: 
Gaetano Calabrò
Autore intervista
Sinibaldi
Luca

 

Domanda - Il tema principale di questa nostra conversazione è la cultura politica del Risorgimento italiano. Quali furono a suo avviso gli aspetti più caratteristici e come furono colti in sede storiografica?

Risposta - Vorrei cominciare con un riferimento all’idea di Risorgimento di Adolfo Omodeo. Subii molto la sua influenza nei miei anni giovanili a Napoli, in particolare fu importante un libro come L’età del Risorgimento. La domanda di Omodeo era proprio: che cos’è il Risorgimento? In questa chiave è interessante il confronto fra Omodeo e De Ruggiero intorno alla natura e alla storia del liberalismo italiano. Va notato subito che entrambi gli autori si sono affermati durante e dopo la Prima guerra mondiale; perché si tratta di una differenza rimarchevole rispetto alla precedente generazione di studiosi e intellettuali di scuola liberale.

Proprio il confronto con la realtà bellica fu importante; è nelle trincee che maturò la convinzione che quella del 1915-18 potesse essere l’ultima guerra del Risorgimento.

Questo senza nascondere il fatto che quel milieu di intellettuali-combattenti, anche se di formazione liberale, fu anch’esso investito dall’infatuazione nazionalistica e interventista del periodo. E anche questa fu una differenza dalla generazione risorgimentale.

Quanto alle differenze fra i due è da segnalare che De Ruggiero ebbe un’importante esperienza di studio in Inghilterra, il che gli permise di inserire nel liberalismo italiano anche un certo accento inglese, come risulta anche dal suo volume L’Impero britannico. Ora tutto questo fatalmente influenzò il giudizio di De Ruggiero sul Risorgimento, fino a determinare la sua scarsa considerazione dell’autonomia e originalità del liberalismo italiano. Non a caso De Ruggiero scrisse una celebre Storia del liberalismo europeo, entro la quale la vicenda del liberalismo

italiano non occupa certo un posto di rilievo.

D - Vediamo più da presso i termini del pensiero politico del Risorgimento italiano. Secondo lei si può parlare di una debolezza teorica e culturale complessiva? Non ci fu, come denunciò il Foscolo, un agire per “sétte”, per società segrete, che denotava appunto una certa chiusura e arretratezza sia culturale che politica?

R - Indubbiamente soprattutto nei primi tempi del moto di liberazione nazionale ci furono ritardi, confusione e settarismi. Prendiamo una figura come Mazzini. Si formò in quei primi decenni dell’Ottocento, risentì di un certo clima ‘separato’, settario, pretenzioso eppure, se si considera da presso la celebre contrapposizione con Cavour, divenuta un topos storiografico e politico, si vede che le differenze non sono alla fine così nette. Voglio dire che i due filoni, rivoluzionario e moderato, in molti punti si intersecano e si sovrappongono. In questa chiave è da intendersi l’articolo dell’Omodeo Primato francese e iniziativa italiana. Il “primato francese” consisteva nell’indubbia egemonia che la Francia ebbe sin dalla prima metà dell’Ottocento e che culminò con la “Rivoluzione di Luglio” del 1830. Questa rivoluzione ebbe fra l’altro la capacità di suscitare gli altri patriottismi nazionali europei, per così dire “creò la nazione” e fu proprio in questa accezione che ebbe una eco particolare in Italia e in Germania. Come disse sempre Omodeo: fu precisamente in questa veste di suscitatrice di speranze nazionali che la Francia seppe svolgere la sua migliore vocazione europea; vocazione che però fu naturalmente anche egemonia, sia culturale sia politica.

Il pensiero italiano non poteva non essere segnato da questa influenza. A questa altezza è più giusto inserire il discorso sulle “sétte”. L’“iniziativa italiana” nel senso di Omodeo consisteva precisamente nell’azione delle “sétte”, dei piccoli gruppi segreti, complottardi, spesso avulsi dalla realtà sociale e locale. Qui bisogna però aggiungere che Omodeo, a differenza di De Ruggiero, non considera la formazione culturale dei primi patrioti come mero fenomeno d’importazione. L’“iniziativa italiana” in questo senso è una prova che, con tutti i loro limiti, quei patrioti pure cercavano una ‘via italiana’, specifica, non accontentandosi appunto di ricalcare pedissequamente gli stilemi francesi.

Il caso di Mazzini è emblematico. Fu tra i primi a reagire all’egemonia francese, a denunciare gli interessi di potenza entro lo scacchiere europeo della Francia e a dire con forza: “L’Italia farà da sé”, cioè secondo un’autonoma organizzazione e strategia patriottica. In pratica se il “mito rivoluzionario” che indubbiamente veniva dalla Francia continuò ad avere una grande presa, pure ci si rese conto che era indispensabile un “mito del Risorgimento” specificamente italiano. Solo così si potevano scaldare gli animi in vista del processo di liberazione e unificazione nazionale.

Certo un tale “mito” era esposto al rischio di avere una presa limitata, riserva di settori sociali tutto sommato ristretti, d’élite. Ma considero francamente una sciocchezza dire “il popolo non partecipò al Risorgimento”, fu estraneo, ecc. Da un certo punto di vista infatti era inevitabile che fosse così. Nelle condizioni dell’Italia dell’epoca, il popolo l’unico “mito” che poteva avere era quello religioso, la fedeltà a tradizioni e rituali di tipo religioso; non ci si poteva aspettare un protagonismo autonomo e di massa.

Qui scontano il loro limite le tesi, pur nobilissime, con le  quali Gramsci interpretava il Risorgimento. E per la verità anche le tesi, a me molto care, del Partito d’Azione del Novecento, che furono patrimonio di un gruppo di intellettuali e politici di grande valore, ma a sua volta piuttosto minoritario, se non avulso dalla realtà delle grandi masse. Penso alle tesi secondo le quali in Italia ci fu un Risorgimento senza Eroi e un fascismo dovuto alla mancanza di una “Riforma protestante”. Come dire che sarebbe mancata quella riforma “intellettuale e morale”, che avrebbe potuto fare dell’Italia unita qualcosa di diverso e migliore, con una classe politica più onesta e competente, senza compromessi e trasformismi, ecc. Una posizione in ultima istanza moralistica, avulsa dalla realtà, non in grado davvero di valutare i limiti e l’arretratezza dell’Italia dell’Ottocento e quindi incapace di apprezzare le condizioni in cui si trovò ad agire la classe politica che realizzò l’unità e governò il Paese nei suoi primi, assai difficili decenni.

D - Proprio a partire da quanto ci ha appena detto, come valutare l’interpretazione della storia dell’Italia moderna di Benedetto Croce?

R - Quella di Croce fu una posizione affatto peculiare. È ben nota la sua contrarietà alle interpretazioni storiografiche di scuola azionista. Egli difese quindi con particolare determinazione l’opera della classe politica liberale che aveva fatto l’Unità e aveva governato il Paese fino al 1915, in particolare contro la denigrazione dell’“Italietta” operata da parte fascista. Questo senza nascondere che inizialmente la posizione di Croce verso il fascismo fu più che ambigua, nel senso che all’inizio degli anni Venti fu per un periodo convinto che una qualche “botta” autoritaria potesse dare la scossa ad istituzioni liberali un po’ infiacchite. Ma anche queste posizioni vanno lette nell’ottica giusta e cioè: Croce aveva capito che con la Grande guerra un mondo era finito. Quindi anche il mondo pacifico e operoso in cui aveva potuto prosperare l’Italia liberale era ormai solo un ricordo.

Difenderlo era giusto, ma riproporlo impossibile. L’intera Europa del resto era in crisi. Questo Croce fu fra i primi a capirlo e appunto già nel 1914-15, senza neanche aspettare la sua Storia d’Europa del 1932. Segnatamente era convinto che non si trattasse più di una guerra come quelle dell’Ottocento, non più guerra convenzionale “fra Stati”, ma “guerra di Civiltà” o “guerra totale” come presto si sarebbe detto.

D - Cavour fu indubbiamente uno degli esempi più notevoli di quella cultura e politica europea del XIX secolo, destinata a tramontare con il nuovo secolo. Cosa può dirci al riguardo, tenendo conto anche delle differenze di fondo con Mazzini?

 

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Intervista a cura di Fabio Vander e Luca sinibaldi