Un manoscritto sconosciuto: Carlo Michelstaedter traduttore di Zielinski

Conflitto e democrazia
Autore articolo
Taddeus
Zielinski
Antonella Gallarotti
Antico e noi di Zielinski

 

Pubblichiamo un testo importante e misconosciuto dellattività intellettuale di Carlo Michelstaedter, alcuni fogli manoscritti di una sua traduzione dal tedesco della Lezione quintadel volume LAntico e Noi del filologo russo Taddeus Zielinski. Risultando poi mancanti alcuni fogli del testo originale, pubblichiamo altresì il testo completo a stampa della lezione, nelledizione del 1910, onde verificare anche le differenze con il manoscritto.

Per tutti i ragguagli si veda la puntuale introduzione della dottoressa Antonella Gallarotti, che di nuovo ringraziamo per la cortesia, la competenza e lacribia.

La pubblicazione del manoscritto e della versione integrale a stampa, oltre ad illuminare una parte poco nota dellattività di Michelstaedter, quella di traduttore, costituisce occasione gradita di omaggio allintellettuale goriziano nella ricorrenza del centenario della morte, avvenuta per suicidio il 17 ottobre 1910 (Il Comitato di Redazione di Λεύσσειν).  

Carlo Michelstaedter è noto come autore di testi filosofici, poetici e letterari, oltre che come artista, ma non altrettanto come traduttore. I suoi tentativi di proporsi in questo senso a Henri Lavedan (1) e soprattutto a Benedetto Croce, quest’ultimo recentemente documentato anche dal ritrovamento della lettera inviatagli dallo stesso Michelstaedter e conservata nell’Archivio Croce, esposta per la prima volta nella mostra Carlo Michelstaedter far di se stesso fiamma (2) e inserita da Sergio Campailla nella seconda edizione dell’Epistolario michelstaedteriano, (3) non avevano infatti avuto successo. (4)

Nel 1909 però Carlo eseguì un lavoro di traduzione su incarico del professore di latino e greco dell'Istituto di Studi Superiori, Ermenegildo Pistelli, le cui lezioni frequentava all’epoca. Si trattava della quinta “lettura” del ciclo di conferenze tenute nel 1903 a San Pietroburgo dal filologo classico e storico delle religioni Tadeusz Zielinski (1859-1944). Pubblicate in russo, quindi in traduzione tedesca (Der Antike und Wir. Lipsia, Dieterich, 1905), le lezioni-conferenze originariamente rivolte agli studenti  apparvero in traduzione italiana con il titolo L’antico e noi nel 1910 a cura della Società italiana per la diffusione e l’incoraggiamento degli studi classici di Firenze. (5) La versione si basò sul testo tedesco, e fu effettuata da parte di un eterogeneo gruppo di professori (6) e di studenti. Michelstaedter, il cui cognome viene citato nel libro nella forma “Michelstädter”, fu coinvolto nel lavoro insieme ai triestini Scipio Slataper e Guido Corsi. (7) I tre, studenti all’Istituto di Studi Superiori, sarebbero stati accomunati da un tragico destino: morirono nel giro di pochi anni, Carlo suicida il 17 ottobre 1910, Slataper e Corsi entrambi sul fronte della prima guerra mondiale, il primo il 3 dicembre 1915 sul Podgora, il secondo il 13 dicembre 1917 sul Valderoa.

Carlo Michelstaedter non ottenne molta soddisfazione dall’impegno con cui si era dedicato alla traduzione. Come racconta in una lettera, “Quel professore che m’ha fatto sudare una settimana per tradurgli in italiano una lunga conferenza tedesca, poi m’ha seccato con le bozze, senza ringraziarmi, ma lasciandomi intendere che m’avrebbe gratificato, ora non si fa più vivo”. (8) Il docente a cui si riferisce senza nominarlo era, come si è detto, il prof. Pistelli.

Il saggio di traduzione del giovane studente goriziano è rimasto a lungo dimenticato. Forse Carlo Michelstaedter non ricevette nemmeno una copia del volume, dal momento che L’Antico e noi non fa parte dei libri conservati dalla famiglia e donati dalla sorella Paula Michelstaedter alla biblioteca di Gorizia. Un esemplare proveniente da una collezione privata fu esposto nella mostra Intellettuali di frontiera. Triestini a Firenze (1900-1950) organizzata dal Gabinetto scientifico letterario G. P. Viesseux  nella primavera 1983 e apparve nel relativo catalogo, (9) mentre venne citato per la prima volta in una bibliografia specifica michelstaedteriana, come saggio di traduzione realizzato da Carlo, da Geminiano Bernardi nel 1990. (10)

Della traduzione, nota attraverso le due edizioni del 1910 e del 1915, (11) si può leggere ora un ampio stralcio della versione originale, con cancellature e modifiche, conservata tra i manoscritti della cartella del Fondo Carlo Michelstaedter della Biblioteca Statale Isontina e Civica di Gorizia intitolata Scritti varî particolarmente frammentari. Citazioni da diversi autori. (12) Il testo comprende circa metà della conferenza, e più precisamente la parte finale, corrispondente alle pagine 90-99 della “Lezione quinta” (il manoscritto della prima parte della lezione non è stato rintracciato, e l’inizio della versione di Michelstaedter ci è quindi noto solo dal testo edito). Il confronto tra la versione manoscritta e quella pubblicata ha permesso di verificare la corrispondenza quasi perfetta dell’edizione a stampa con l’ultima stesura del giovane traduttore, prova che la “seccatura” della correzione delle bozze era stata affrontata da Carlo con l’attenzione dovuta ad uno dei suoi primi lavori dati alle stampe, anche se non si trattava di un saggio originale. Pare essergli sfuggito un unico errore di stampa, un “imprecar” al posto di “implorar”, forse una svista nella modifica del verbo in “impetrar” non compresa dal proto.

            Considerato che si tratta della prima stesura di una traduzione, Carlo ha pochi ripensamenti; le prime versioni dei suoi lavori originali sono molto più tormentate e di più difficile lettura. Un confronto fra la riproduzione del testo manoscritto e la sua trascrizione nella formulazione definitiva permette di evidenziare le variazioni apportate da Michelstaedter nel corso della traduzione: il termine “rampollo” viene sostituito da “germoglio”, un “feci notare” diventa “accennai”, “vediamo” diventa “assistiamo a”, “non comoda” è modificato in “fa piacere”, e simili. In qualche caso Michelstaedter cancella la prima versione, altre volte vi affianca la seconda; talvolta propone più di una variante, come “smania di interessare” che modifica in “libidine di interessare”, aggiungendo a margine possibili varianti (“dilettare? divertire”), che peraltro non utilizza nella versione definitiva a stampa.

            Alcune modifiche sono poi apportate direttamente nell'edizione a stampa. Si tratta soprattutto della suddivisione in paragrafi, diversa da quella della versione manoscritta, e della punteggiatura, punto dolente per i curatori dei testi michelstaedteriani, in quanto nei manoscritti di Carlo la virgola è spesso quasi del tutto assente e deve essere aggiunta per permettere una lettura più agevole. Alcuni termini vengono modificati: la “felicità perduta” di Niobe diventa “felicità distrutta”; “ebbimo”  è corretto in “avemmo”, “contestare” è sostituito da “combattere”, un “cittadini” presente nella prima stesura e poi cancellato da Carlo, nell'edizione a stampa diventa “signori”.   Non è facile stabilire se si tratti di interventi dello stesso Michelstaedter o di Tito Tosi, incaricato di verificare l'uniformità dei termini utilizzati dai diversi traduttori. Non mancano però alcune varianti più sostanziali: l'omissione di alcuni incisi (“sono la parte più mirabile del retaggio della nostra natura”, “con tutta ingenuità”, un riferimento ai Salesiani) e dell'annotazione a margine della frase “pensare è appunto congiungere causa ed effetto e la causa del presente è il passato”: nel manoscritto Michelstaedter postilla “ma la ragione del presente è in tutti i tempi cioè fuori del tempo”, ma si tratta evidentemente di un suo pensiero e non della traduzione del testo tedesco.

 Carlo Michelstaedter seguì dunque l’esempio di vari letterati e scrittori goriziani che grazie alla perfetta conoscenza del tedesco alternarono la propria produzione di saggistica e narrativa alla traduzione di autori dell’area germanica. La breve durata della sua vita non gli permise però di lasciarci altri saggi della sua capacità di traduttore. Furono invece altri a tradurre i suoi scritti, a partire dalla versione tedesca de La persuasione e la rettorica avviata da Argia Cassini dopo la sua morte e rimasta incompiuta e non pubblicata: ma questa è un’altra storia. (13)

Antonella Gallarotti

Note:

1) In una lettera non datata ma attribuibile ai primi mesi del 1907 Michelstaedter propone allo scrittore Henri Lavedan (1859-1940) una sua traduzione del volume Les soeurs. La minuta della lettera in francese, conservata nel Fondo Carlo Michelstaedter, è pubblicata nell’Epistolario michelstaedteriano edito a cura di Sergio Campailla (Milano, Adelphi, 1983, p. 172-173; nuova edizione riveduta e ampliata Milano, Adelphi, 2010, p. 183-184). Michelstaedter accenna a un “primo schizzo” di traduzione accluso alla lettera. Non è però certo che la proposta sia stata effettivamente spedita; in ogni modo il progetto non ebbe seguito.

2) Carlo Michelstaedter far di se stesso fiamma. A cura di Sergio Campailla. Venezia, Marsilio, 2010, p. 144-145. Catalogo della mostra allestita presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia dal 17 ottobre 2010 al 27 febbraio 2011.

3) Proponendosi a Benedetto Croce per una traduzione de Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, Michelstaedter dichiara che essendo “nato e cresciuto nelle provincie dell’Austria mi trovo ad aver fatto vita intellettuale nei due ambienti italiano e tedesco, nella condizione quindi di padroneggiare allo stesso modo le due lingue” (Carlo Michelstaedter. Epistolario, 2010, p. 277-278). La risposta di Croce non è conservata, ma Michelstaedter riferisce alla famiglia di averla ricevuta (Carlo Michelstaedter. Epistolario, 1983, p. 262-263, 2010, p. 279). Croce non intendeva inserire Schopenhauer nella collana di “Classici della filosofia moderna”, ma assicurava di prender nota del nome del giovane per contattarlo in seguito per altre traduzioni dal tedesco (cosa che non avvenne).

4) Lo stesso Carlo traccia un bilancio negativo dei suoi ripetuti tentativi in una lettera all’amico Nino Paternolli: “Ho vissuto 4 anni a Firenze, che è uno dei centri librari d’Italia, mi misi ripetute volte a disposizione di editori del posto, di editori d’altre città, feci loro proposte precise dopo aver scritto agli editori e agli autori esteri; offrii i miei servizi agli organizzatori di vaste pubblicazioni di cose tradotte (professori o letterati essi stessi). Tutto m’andò infruttuoso – m’ebbi risposte nei stretti limiti della cortesia, vaghe o negative”. Lettera a Nino Paternolli, Gorizia, 21 marzo 1910. Conservata nel Fondo Carlo Michelstaedter, pubblicata nell’Epistolario (1983, p. 435-437; 2010, p. 460-461).

5) Taddeus Zielinski. L’antico e noi. Otto letture pubblicate a cura della Società Italiana per la Diffusione e l’Incoraggiamento degli Studi Classici. Firenze, Tipografia Enrico Ariani, 1910. V, 163 p.

6) Si trattava di Francesco Zambaldi (1837-1928), Carlo Formichi (1871-1943) e Tito Tosi. Quest'ultimo coordinò anche il lavoro di traduzione. Ermenegildo Pistelli (1862-1927) non tradusse nessuna “lettura“, ma firmò l'introduzione del volume.

7) Scipio Slataper (1888-1915) si laureò nel 1912 con la tesi Ibsen: suo sviluppo intellettuale e artistico fino ai Fantasmi. Guido Corsi (1887-1917) si laureò nel 1908 con la tesi Le traduzioni delle vite parallele di Plutarco nei secoli XV e XVI. Insegnante, allo scoppio della guerra si arruolò volontario nell’esercito italiano. Medaglia d’oro al valor militare.

8) Lettera alla sorella Paula, Firenze, 6 giugno 1909. Conservata nel Fondo Carlo Michelstaedter,  pubblicata nell’Epistolario (1983, p. 389-392; 2010, p. 412-415).

9) Intellettuali di frontiera. Triestini a Firenze (1900-1950). Mostra documentaria [organizzata dal] Gabinetto scientifico letterario G. P. Viesseux, coordinata da Marco Marchi. Catalogo a cura di Marco Marchi, Ernestina Pellegrini, Roberto Pertici, Nella Sistoli Paoli, Lodovico Steidl. Firenze, Palazzo Strozzi 18 marzo - 22 aprile 1983. Firenze, Il Comune, 1983.

10) Geminiano Bernardi. Bibliografia michelstaedteriana, in “Annali di discipline filosofiche dell'Università di Bologna”, vol. IX (1987-1988), (stampa 1990), p. 115-156.

11) L’edizione del 1915 (Taddeus Zielinski. L’antico e noi. Otto letture pubblicate a cura della Società Italiana per la Diffusione e l’Incoraggiamento degli Studi Classici. Seconda edizione. Firenze, Tipografia Enrico Ariani, 1910. IV, 169 p.) presenta una versione del testo riveduta e corretta a cura di Elena Beccarini-Crescenzi con la supervisione di Paolo Emilio Pavolini. L’impianto della quinta lezione resta quello di Michelstaedter, ma con numerose modifiche. Il saggio di Zielinski è stato recentemente pubblicato in una nuova traduzione (Taddeus Zielinski. L’antico e noi. Otto lezioni in difesa degli studi classici. A cura di Nicola Capone. Napoli, Vivarium, 2004. XXXVII, 146 p.)

12) Gli Scritti varî particolarmente frammentari. Citazioni da diversi autori (FCM III 8) consistono in 31 carte di vari formati. Il carattere estremamente frammentario dei testi non ne ha consentito sempre l’identificazione. Alcuni sono stati pubblicati in Antonella Gallarotti. Uno sciopero studentesco nel 1904, in“Studi goriziani”, 1992, vol. 75, p. 103-124; in Il liceo classico di Gorizia. Storia immagini ricordi. A cura di Marina Bressan. Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 1992, p. 117-119; e in Carlo Michelstaedter. Sfugge la vita. Taccuini e appunti. A cura di Angela Michelis. Trascrizione e note di Rinaldo Allais. Torino, Aragno, 2004. Il documento qui proposto comprende le carte 12-18 e consta di 7 carte non numerate (l’ultima facciata è bianca) di formato 340x210 mm, inizialmente non ordinate in base alla corretta sequenza, che è stata successivamente ricomposta. Non datato né firmato, è riconducibile al primo semestre del 1909.

13) Argia Cassini (1887-1944), amica e innamorata di Carlo Michelstaedter, compare nelle sue poesie sotto il nome di Senia. Il documento, di proprietà degli eredi Cassini (61 carte dattiloscritte, intitolate Die Uberzeugung und die Rhetorik. Aus dem Italienischen ubersetzt von N.N.), è stato esposto nella mostra Intorno a Carlo curata da Antonella Gallarotti e allestita presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia dal 20 gennaio al 27 febbraio 2011

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Taddeus Zielinski. L'Antico e Noi. Lezione quinta.

 

Traduzione di Carlo Michelstaedter. “Avessi la lira del nostro poeta...”

 

  Avessi la lira del nostro poeta (1) potrei forse ridar viva e vera l’imagine di questo mondo del mito antico – il perenne mormorio della quercia sempre verde della leggenda greca nata sul suolo del più antico santuario della Grecia Dodona battuta dal nembo – potrei rievocare forse la portentosa varietà delle sue creazioni. Vedi il feroce Achille che col cuore impietrito per aver soddisfazione dell’offesa che gli fu arrecata mira inerte il fuoco, che distrugge le navi del suo popolo; e Priamo, il re canuto, che avvilito nella polve pur d’ottenere la salma del figlio bacia le mani di chi l’ha ucciso; e il magnanimo e paziente Ulisse che fra le carezze d’una dea sogna la patria lontana; vedi il valoroso Giasone radunare gli eroi sul lido per la meravigliosa impresa di Colchide; e il fedele Orfeo scendere nel regno dell’ombra a implorar dalla dominatrice dei morti, la sua Euridice; e Antigone la martire orgogliosa che paga con la vita il diritto di compiere al fratello estinto l’estremo tributo d’amore; vedi la soave Ifigenia andar volente incontro alla morte per la gloria del padre; e la gelosa Medea che nel delirio di vendetta uccide i suoi figli; e la figura pietrificata di Niobe già sì avventurata, piangere la sua felicità perduta.

  Figure queste che non morirono mai; ma che, dopo aver affascinato i grandi spiriti dell’antichità, accolte dal medio evo, vissero una nuova vita, parte sotto lo stesso nome parte sotto nomi diversi.- La bella Venere attira i cavalieri nella grotta fatata; Ulisse il navigatore intrepido s’avanza nell’oceano ignoto finché la sua nave s’infrange allo scoglio alto del Purgatorio; sotto il nome d’Armida – Circe la maga distrae i crociati dalla loro impresa gloriosa e sacra; ed Elena sostituisce agli eroi greci Faust, l’eroe del pensiero. Sempre più ricca fiorisce sul capo degli eroi della leggenda greca la corona poetica – poiché ogni epoca della età nuova v’aggiunge un fiore.- Achille ed Edipo, Antigone e Medea non son più figure greche – ma l’amore di tutta l’umanità le ha fatte sue.-

Così sono giunte fino a noi, ed ora sono proprietà nostra, sono la parte più mirabile del retaggio della nostra natura, ci sono diletto e insegnamento:- Infatti queste figure passate attraverso le fiamme purificatrici della storia universale hanno perduto tutto ciò di contingente e di relativo, di terreno insomma che aderiva loro in origine: esse sono ora personificazioni di’ idee pure di valore inestimabile pel poeta e pensatore.- E non per lui solo ma, come già dissi, queste figure sotto altro nome, vivono fra noi ancor sempre nelle opere d’arte dei tempi nuovi:- lo sventurato Oreste cui incombe il dovere cruento della vendetta di famiglia vive ancora sulla nostra scena sotto le spoglie del principe di Danimarca, d’Amleto; ma questa è la parte minima: Quante martiri magnanime devono ad Antigone la loro concezione, quante truci anime gelose a Medea!-

Né i poeti ne sono consci, che credono d’ascoltar soltanto la voce della propria anima e non sanno che è il perenne mormorio della quercia sempre verde della leggenda greca nata nel santuario del Giove pelasgico, in Dodona battuta dal nembo....-

  La mitologia ci porta naturalmente dalla religione alla letteratura in quanto essa dà il contenuto alla massima parte delle sue opere di poesia, ma la letteratura antica ha valore per noi non solo per il contenuto ma anche per la forma e soprattutto pel suo spirito. Quanto alla forma, vogliate considerare come l’Antico ha creato tutti i generi letterari dei quali vive la nostra letteratura – creati effettivamente – perché prima non esistevano – e non tutti a un tratto ma uno dopo l’altro secondo la loro evoluzione organica.      Ora io domando a quanti s’interessano di letteratura – e chi oggi non s’interessa di letteratura? – qual sentimenti provano al cospetto di questi tipi letterari in cui s’imbattono continuamente nella vita. Perché sono proprio questi: la tragedia, la commedia, il romanzo, la novella, la lirica, l’epigramma ecc. e non altri? perché ad alcuni generi si convengono rima e metro ad altri solo il metro – ad altri ancora né rima né metro? Ripeto, che prova un uomo che s’interessa di letteratura al cospetto di questi fatti?- Io credo bene che la maggioranza risponderà onestamente: proprio nulla. E invero chi vive soltanto del presente perde ben presto l’abitudine del pensiero: poiché pensare è appunto congiungere causa ed effetto e la causa del presente è il passato.- (*)

  Ma e un uomo che pensa? Egli cercherà probabilmente una spiegazione della causa, nella scienza, nella teoria della letteratura – ma resterà amaramente deluso. La teoria della letteratura come scienza è riserbata al futuro – finora essa non fa altro che classificare e illustrare e non dà ragione di niente. No, ai nostri giorni non v’è che una via sola per l’uomo di pensiero per risolvere la questione della ragione intrinseca dei generi letterari: ed è studiare la storia della loro origine cioè la letteratura antica. Qui noi vediamo coi nostri occhi il processo evolutivo: Dall’originario germe lirico-epico si svolse prima la poesia epica, che per l’ignoranza della scrittura, era affidata unicamente alla memoria e a questa furono ausiliari potenti il verso e la melodia.- Nell’epopea trovò quindi la sua forma tutto ciò che bisognava sapere nell’uso comune della vita: le gesta degli dei e degli avi, profezie e leggi, precetti per la vita e pei lavori: onde la distinzione dell’epopea in eroica e didattica. Lo sviluppo della musica portò di conseguenza metri più complicati: dall’epopea si svolse la lirica nelle sue varie forme: l’elegia, la ballata, la canzone l’ode; e s’allargò vieppiù fino ad assorbire l’epopea e a generare unita a questa il dramma: la tragedia e la commedia. Frattanto la scrittura s’è diffusa sempre più:- e nasce la prosa; e entra in gara con la poesia quale depositaria delle nozioni necessarie; ma pur resta vivo il sentimento delle prerogative della poesia sulla prosa; e, poiché il verso corrisponde più alla commozione dell’anima che il fluire uguale della prosa, la poesia continua a dar espressione all’elemento passionale della natura umana, mentre alla prosa è riservato l’elemento intellettuale. Morta l’epopea, la prosa storica e la prosa filosofica ne sono le eredi.-  Ma la vita si svolge e s’intensifica; le passioni ardono nei comizi e nel foro: e una nuova prosa nasce che da adito anche alla passione: è l’oratoria.-

  Avvicinata da questo elemento passionale alla poesia, l’oratoria assume una certa cadenza, detta ritmo prosastico, ordina con cura i suoi periodi in parti uguali, e le segna talvolta per ottenere un’impressione più forte con la rima. La prosa rettorica ricca di mezzi lirici minaccia di soppiantare la poesia stessa; ma la cura amorosa che i Greci volsero al passato, dopo la perdita della loro indipendenza, salva pel momento la poesia dalla rovina, e genera la poesia romantica del cosidetto periodo alessandrino; questo riesuma le forme poetiche del passato e v’aggiunge l’idilio espressione caratteristica delle tendenze  romanti[che] dell’epoca.-

  Frattanto la letteratura è giunta a Roma; i generi poetici risorgono in lingua latina, e prodotto naturale dell’urto della cultura importata colla rudezza indigena, nasce un nuovo genere, la satira romana. Ma tutto ciò non può che differire la vittoria della prosa sulla poesia.- Conscia della sua forza la prosa s’eleva dal dominio del reale al regno della fantasia, e invade così il campo riservato finora alla poesia e crea il romanzo e la novella ultimo germoglio della letteratura antica.

  A questo trionfo della prosa concorre il fatto che l’elemento della quantità delle sillabe caratteristico alle lingue classiche e base  della metrica antica comincia a sparire al principio dell’era volgare; così che quando si fa sentire nuovamente il bisogno d’una poesia popolare specialmente per l’impulso del cristianesimo, questa solo in piccola parte s’adatta alle forme della poesia antica, e deriva principalmente la sua forma originale dalla prosa ritmica: la nota caratteristica di questa - i periodi uguali segnati dalle rime [-] diventano la nota caratteristica della poesia nuova.

  Così dunque ebbe origine la tarda poesia classica che fiorì durante tutto il Medioevo (”stabat mater dolorosa juxta crucem lacrimosa” e il resto) e la cui forma conquistò tutti i popoli della civiltà europea sopprimendo dappertutto le ingenue forme indigene inette ad ogni sviluppo superiore. E noi, popoli della nuova Europa, con tutta la nostra poesia popolare viviamo soltanto di questa eredità.-

  Certo non mancarono tentativi di sostituire a queste forme antiche altre forme tratte da letterature d’altri popoli, come degl’Indi e degli Arabi, ma andarono tutti falliti.- Che più? Ai Tedeschi non riuscì nemmeno di richiamare a nuova vita la rima iniziale antica forma della loro poesia popolare. Ché, se talvolta l’imitazione è riuscita felicemente come in special modo al Wagner nella sua famosa trilogia, il campo dell’allitterazione rimase limitato alla leggenda tedesca: non si potè adottarla né pel Faust né per la “Jungfrau von Orleans”.-

  Così dunque ancor oggi, per quanto riguarda generi e forme letterarie noi viviamo nell’Antico. I tempi nuovi le hanno in parte semplificate in parte svolte con maggior varietà ma non vi hanno aggiunto niente d’intrinsecamente nuovo.-  Però io ho parlato dello spirito della letteratura antica, e anche voi siete certamente persuasi che questo spirito è il più importante retaggio che noi teniamo dall’Antico.- Senza dubbio; ma qui più che altrove devo cercar d’esser breve a costo di dover omettere dei lati importanti del mio tema.-

  M’accontenterò quindi di portar due soli esempi; che si riferiscono, l’uno alla storiografia l’altro alla filosofia antica, considerandoli naturalm[ente] soltanto come generi letterari.-

  La storiografia non è proprietà esclusiva dei 2 popoli classici, e noi la riscontriamo anche presso i popoli dell’oriente e presso gli ebrei. Ma per i popoli dell’oriente la storia aveva lo scopo speciale di magnificare le gesta dei regnanti le loro vittorie e le loro opere pubbliche e taceva delle loro sconfitte e delle loro scelleratezze.-

Per gli ebrei la storia doveva essere la testimonianza del continuo vigilare del loro dio Zebaoth che premiava il suo popolo eletto quand’esso seguiva i suoi precetti e lo puniva per la sua disobbedienza; la loro storiografia ha dunque per ultimo fine la dimostrazione della provvidenza divina.- Ciò che ai popoli dell’oriente compresi gli ebrei sarebbe sembrato insensato, lo troviamo appena presso i Greci antichi ed è il concetto della verità storica. Erototo, perché scrive la sua storia? “Perchè non vada perduta la memoria delle gesta degli uomini, perché ciò che hanno compiuto gli Elleni e i Barbari di grande e di mirabile non perda la sua fama gloriosa”. Notate ch’egli dice “tanto gli Elleni che i Barbari”: lo storico è superiore alle nazionalità, il fatto in sè lo interessa, il fatto gli chiede la ricompensa e la ottiene senza riguardo alla persona che lo ha compiuto - Diripitur persona, manet res.-   Naturalmente in Erodoto non tutto è autentico, ci vengono narrate delle leggende - con tutta ingenuità, senza alcun sospetto ma anche senza alcuna intenzione cattiva: non c’era che fare allora mentre la critica storica moveva i primi passi.- La critica storica.... con ciò abbiamo toccato il secondo punto della questione. Quando io vi parlava nell’ultima conferenza dello spirito di verità vi accennai ch’esso comprende non uno, ma due postulati e cioè per primo: “Le tue parole corrispondano al tuo giudizio!” cioè “non ingannare” e l’altro: “il tuo giudizio corrisponda alla verità” cioè “non t’ingannare”. Erodoto ha soddisfatto al primo postulato; soddisfare al secondo è stato il compito del suo successore, di Tucidide.- Questi non s’accontenta della fedele riproduzione di ciò che ha sentito ma cerca in ogni modo di vagliare le notizie, e confronta le affermazioni degli Ateniesi con quelle degli Spartani e dei Corinzi ecc. per poter giungere così alla verità storica. Tale è il suo procedimento per stabilire i dati di fatto: ma questo è compito relativamente facile: lo storico non è soltanto un relatore ma lo storico è giudice. Ora come esercita Tucidide questa giurisdizione storica? Nel miglior modo possibile: quando ci s’imbatte in due punti di vista contrari, inconciliabili, egli li svolge ambedue in una discussione fra i rappresentanti delle due parti. Orazioni se ne trovano già in Erodoto, ma lì non servono che a render piacevolmente vivaci [sic] la narrazione; in Tucidide invece esse tendono allo scopo principale della sua opera storica, alla scoperta della verità.-  Certo, non tutti seguirono il suo esempio e nel 4° secolo assistiamo a tentativi di subordinare la verità al patriottismo o alla libidine di interessare; (**) ma la storiografia seria seguì il suo principio fedelmente: nel 2° secolo, Polibio scrisse le memorabili parole con le quali la sua attività fu sempre coerente: “la verità è l’occhio della storia; nel primo secolo avanti Cristo Cicerone formulò i principali postulati da porsi alla storia con queste parole: “ne quid falsi audeat, ne quid veri non audeat historia”,- parole che ancor oggi ornano il frontespizio della principale rivista storica, la francese “Revue historique”. E Tacito un secolo e mezzo più tardi poneva circa lo stesso postulato col suo famoso “sine ira et studio”. Tale è lo spirito della storiografia antica. -  Vorremmo forse farle un carico di ciò ch’essa sotto questo o quel riguardo c’è rimasta addietro, che s’è curata troppo della politica estera e non ha dato alcun peso alle questioni economiche e sociali? - Queste interpretazioni sarebbero giustificate se noi filologi vi si volesse imporre la storiografia antica quale norma per la storiografia moderna; ma contro una tale insinuazione ho già protestato e protesto ora nuovamente: no, l’Antico non ci dev’essere norma, ma germe. Noi dobbiamo accogliere in noi questo seme dell’amore alla verità storica perché ne germogli l’albero di una storiografia moderna imparziale. – È con questo criterio che il Ranke, il maggior storico dei nostri tempi, si disse discepolo di Tucidide. -

  Mai come ora io credo noi ebbimo necessità di questo. Mentre la verità storica, l’occhio della storia, come la chiama Polibio, è gravemente minacciata dai suoi nemici giurati: il nazionalismo e lo spirito di parte.-  Non è difficile comprendere in qual maniera: non so se v’è noto ciò che alcuni scrittori intendono con morale da Ottentotti; l’espressione ha la sua ragione in un aneddoto, che del resto non credo affatto probabile, d’un Ottentotto il quale, interrogato da [un missionario] che sia il bene e che sia il male, rispose “Se il mio vicino mi rapisce la moglie è  male, ma se io rapisco la moglie del mio vicino, questo è ben fatto”. Voi capirete ora come questo principio da ottentotti non appaia soltanto nelle relazioni private, dove non è pericoloso e non suscita che il riso, ma ben anche e con molto maggior danno nel campo degli interessi nazionali e di partito. Uno spagnolo il quale - poniamo il caso - prende vivamente parte per gli Spagnoli oppressi in Portogallo e nello stesso tempo si indigna per un passo analogo del Portogallo a favore dei Portoghesi maltrattati in Spagna; che da repubblicano approva pienamente l’azione del Governo contro la propaganda Carlista, e che il giorno dopo copre d’improperi quello stesso governo perchè ha proibito una dimostrazione repubblicana- questo spagnolo, dico, si crederà di giudicare in tutti questi casi sempre coerentemente e con criterio sano.

  Mentre nel primo caso ha seguito l’ottentottismo nazionale nel secondo quello di partito. Contuttociò devo convenire che finché l’ottentottismo domina gli adulti nelle loro lotte di parte e di nazione il male non è così grande; si dice che la cosa non andrebbe in altro modo- ed io non lo voglio contestare. Ma i nostri Spagnoli non se ne stanno a questo; essi pretendono che tutta la storia in quanto è scritta da Spagnoli e per Spagnoli, manifesti il relativo carattere perché si intenda che l’ha scritta uno Spagnolo e non un Portoghese.- Io penso qui melanconicamente a Tucidide che comincia la sua opera con le parole: “Tucidide d’Atene, ha scritto questa storia della guerra fra i Peloponnesiaci e gli Ateniesi”; e fa bene, perché senza queste parole nessuno potrebbe indovinare dal carattere e dalla tendenza dell’opera, chi l’abbia scritta, se un Ateniese, o uno Spartano, o un Corinzio. Ma, e che ci posso fare?

  Evidentemente, per poter serbare il suo carattere spagnolo, la storia deve chiudere il suo “occhio” per tutta la durata dell’èra moderna;- confortiamoci almeno pensando che la verità troverà un rifugio nella storia antica, perché è un po’ difficile scrivere la storia antica con criterî spagnoli; ed abbiamo ben ragione di rallegrarcene.- Io non vorrò mai associarmi al giudizio del Mably che ho riportato più sopra, ma certo che lo studio della storia ha oggi una speciale importanza morale. Qui il nostro giudizio non segue simpatie preconcette; la nostra approvazione va alle azioni buone e agli uomini diritti; il nostro sdegno ad azioni e ad uomini malvagi, senza riguardo alla nazionalità degli uomini e delle azioni; qui l’ottentottismo non trova terreno, quando entriamo nella storia antica, impariamo ad essere equi: ed è appunto questo che non fa piacere ai nostri spagnoli, ed è perciò che essi chiedono l’esclusione della storia antica dalla scuola o per lo meno la sua limitazione a favore della nuova storia, specialmente della.... storia spagnola.... Del resto, o signori, voi avrete già da tempo capito che io parlo degli spagnoli soltanto perché stanno.... in Ispagna e non sapranno mai ciò che io ho detto di loro e non se ne avranno a male; ho toccato nelle mie precedenti conferenze già troppe suscettibilità, sicché forse ora basta. No, [cittadini], è meglio che torniamo a noi. Quante cose non si pretendono dall’insegnamento della storia nella scuola! Esso deve contribuire a inculcare lo spirito patriotico (Salesiani!!) e chissà quanti altri spiriti buoni! Io per parte mia mi aspetto da tutta questa inculcazione questo solo risultato, che l’”occhio” della storia finirà per esser da esso seriamente e definitivamente reso inservibile. No, dovessi io dire la mia opinione, quale discepolo dell’antichità, direi breve e deciso: l’insegnamento della Storia deve infondere l’amore della Verità e lo spirito dell’Equità. E con ciò basta.

 

1) Il conferenziere allude al Puschkin che al principio del suo poema mitico “Ruslan e Ludmila” ha rappresentato il mondo della leggenda russa in modo simile a quello che egli stesso tenta per la mitologia greca.

* (ma la ragione del presente è in tutti i tempi cioè fuori del tempo)

** dilettare? divertire

Trascrizione del testo a cura di Antonella Gallarotti

 

 

 

 

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