Un ideologo del trasformismo: Filippo Turati.

Conflitto e democrazia
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Filippo
Turati
Fabio Vander

 

Un ideologo del trasformismo: Filippo Turati

Documento importante questo che ripubblichiamo a 90 anni di distanza e che riguarda il maggiore leader del socialismo riformista italiano.

Si tratta infatti di un’intervista rilasciata da Filippo Turati a un anonimo redattore del quotidiano progressista milanese «Il Secolo », il 2 febbraio 1922.

La riproposizione del documento ha per altro un preciso significato nell’economia della parte monografica del presente numero della rivista, dedicata al tema “Conflitto e democrazia” dal Novecento a oggi.

Appunto in questa chiave Turati offre la testimonianza di un atteggiamento che è stato largamente presente nella cultura politica italiana da almeno due secoli a questa parte. Un atteggiamento precisamente di negazione del conflitto, di sua ibridazione in pratiche politiche che tanto più volevano ovviare le tare storiche della nostra politica e della nostra democrazia, quanto più invece ne costituivano il sintomo più grave e, alla lunga, intrascendibile.

Una democrazia senza conflitto, che lo percepisca solo come pericolo e non come elemento vivificatore e irrinunciabile, è infatti una democrazia “malata” nell’intimo. E questo noi siamo sempre stati. Dal Piemonte sabaudo, all’Italia liberale, la malattia avrebbe visto culminare il suo nefas con il fascismo, ma in forme peculiari sarebbe tornata con la Repubblica e la Guerra Fredda.

E in effetti, come attesta questo documento, il Turati del 1922 persisteva negli errori, culturali e quindi politici, che già avevano segnato la sconfitta del socialismo durante il decennio giolittiano d’inizio secolo.

Indubbiamente l’intervista è un capitolo della battaglia interna al partito socialista, con Turati che attaccava la maggioranza massimalista di Serrati accusata di «tattica negativa soviettista», ma quello che a noi interessa è che la “tattica positiva” alternativa, avrebbe dovuto essere appunto la “collaborazione”.

Ma «collaborare con chi?» chiedeva l’intervistatore; Turati rispondeva come tutti gli ideologi trasformisti: a partire da “programmi” condivisi, si può collaborare con tutti. Laicità e trasformismo, si sa, idem sunt. Del resto la sua prosa non lascia adito a dubbi: «In politica non vi debbono essere apriorismi e pregiudiziali insuperabili: ogni gruppo politico ci può essere nemico in determinate circostanze e amico in altre».

Questa ideologia dell’anti-ideologia (cioè dell’avversione agli “apriorismi”) è appunto la ragione di tutti gli opportunismi e le disinvolture del trasformismo.

E in ogni caso è evidente che siamo di fronte a una precisa concezione della politica. Il discorso era infatti espressamente finalizzato a realizzare una prospettiva di convergenza dei socialisti con i popolari. Il che come detto era una replica, nelle condizioni speciali dell’Italia del dopoguerra e del fascismo nascente, della politica di unità con i partiti borghesi sperimentata a inizio Novecento con Giolitti, ma già in precedenza dalla Sinistra risorgimentale prima con Rattazzi e poi con Depretis.

Il retroterra anti-politico di questa politica è riconfermato a stretto giro. Secondo Turati, infatti, l’unità andava costruita togliendo ed edulcorando le differenze, neutralizzandole: «Abbandonare da una parte e dall’altra qualcosa, concedere per ottenere sia di qui che di là», rinunciare a ogni «preconcetto» e «dogmatismo», ecc.

Merita di essere precisato, perché molti agiografi di Turati hanno mistificato su questo punto, che questa politica di unità delle «grandi correnti politiche del Paese» non aveva affatto una motivazione tattica, finalizzata a contrastare un fascismo che di lì a pochi mesi avrebbe perso il potere. A precisa domanda circa il valore anti-fascista della proposta, Turati rispondeva infatti: «No, no!»; per aggiungere: «Né io né i miei amici abbiamo mai prospettata l’eventualità della collaborazione proprio per combattere il fascismo». Vi credevano a prescindere.

E anzi, tra l’altro, Turati mostrava di avere una percezione riduttiva del pericolo fascista, che considerava un fenomeno passeggero, un «relitto di guerra», addirittura «destinato a scomparire assai rapidamente». Un’analisi drammaticamente sbagliata, che evidenzia le responsabilità dei socialisti e dei riformisti in ordine alla vittoria del fascismo (basti pensare che ancora nell’ottobre 1922, pochi giorni prima della marcia su Roma, i socialisti si sarebbero un’altra volta divisi, con l’espulsione dei riformisti).

L’intervista si concludeva con parole che confermano l’impianto anti-politico di questa concezione della politica; non le scelte e le distinzioni di programmi e di idee fanno la politica, al contrario bisogna tutto confondere e giustapporre in nome di una “oggettiva” e tecnocratica “politica” delle cose: «La collaborazione per risultare efficace non deve essere espressione di volontà di uomini, ma deve nascere dalla necessità delle cose».

Anti-umanesimo, nichilismo, tecnocrazia laddove meno si crederebbe di trovarli, cioè nella cultura politica del riformismo.

Un Turati teorico della crisi della politica e della civiltà dunque e un’intervista il cui valore va ben oltre la curiosità erudita.