La serata a Colono

Società senza rischio?
Elsa Morante

"La serata a Colono di Elsa Morante"


Introduzione di Giovanni Bassetti


Analizzando l'opera morantiana, attraverso le lenti della "teatralità", si può affermare con certezza che il suo interesse per il mondo del teatro non fu soltanto una ramificazione della sua poliedrica personalità, ma una vera e propria passione che la sostenne per tutta la vita. I suoi romanzi, i racconti, le poesie, sono mescolati profondamente ai colori del palcoscenico, in un andirivieni di prestiti e citazioni, d'atteggiamenti chiari ed inequivocabili.


I manoscritti e dattiloscritti originali che vengono presentati appartengono all'unico testo teatrale della Morante, La serata a Colono, contenuto all'interno dell' opera poetica Il mondo salvato dai ragazzini (1968), ed è l'architrave essenziale della stessa.


Essi rappresentano un coacervo piuttosto confusionario e caotico, nel quale, però, sono estrapolabili interessanti indicazioni circa la costruzione dell'opera.


Un'opera complessa verso la quale la critica non ha mostrato l'attenzione che avrebbe meritato.


La serata a Colono, teatro di poesia, tragedia in versi, è la parodia dell'Edipo sofocleo, tributo e pretesto estetico di una classicità irriproponibile nei mutati scenari dell'Occidente della seconda metà del ventesimo secolo.


Secolo di alienazione, di straniamento e di sangue, di cui la Nostra vuole venire a capo attraverso uno scavo profondo nelle ragioni stesse che determinano la cultura e il nostro vivere, e che individua in  rimossi ma mai tramontanti sensi di colpa, di peccato e di condanna, kafkianamente, cui la scrittrice dà direttive, intravedendo estuari riconoscibili in cui farli sboccare.


E' un Edipo che simboleggia (atroce icona!) l'uomo abbandonato nella moderna civiltà industriale e condannato ad una solitudine sconfortante, finito in un reparto manicomiale, pazzo alla follia sociale, dopo essersi accecato. Un accecamento estetico, di rifiuto per un modus cogitandi che ha creato mostruosità (non dimentichiamo che il libro che è stato scritto appena vent'anni dopo la rivelazione d'orrore dei campi di concentramento nazisti, che in Elsa Morante diventeranno il nero stendardo della miseria dell'uomo scristianizzato).


Ad assistere Edipo, Antigone. Un'Antigone che si sveste dei panni regali classici, per divenire la ragazzetta che vive nell'ignota visceralità della Natura, in-volontario vorticoso titanismo nel mare infuso d'astri, idiota d'Amore e di Bellezza, con l'incomunicabilità del suo linguaggio autistico, vibrante d'echi orfici.


 Presentiamo gli accenti embrionali dell'opera, le configurazioni primarie che hanno determinato gli sviluppi successivi di questo tessuto poetico non classificabile ed estremo, che è il tratto misterico ed essenziale de La serata.


Antigone non è ancora assolutizzata a canto sacrale e religioso, come sarà nella versione definitiva, nella quale la sua lingua si destruttura, fino ad assumere una paradossale ieraticità ancestrale, nella sua semplice ed apparente infantile ripetitività litanica. Nel logos in caos del manoscritto segnato Vitt. EM. 1622/Q.D.II  (gran parte dei manoscritti e dattiloscritti della Morante sono custoditi all'interno della Biblioteca Nazionale di Roma), in cui si possono scorgere i primi vagiti di Antigone e de La serata, provvisoriamente intitolata -La Mezzanotte sulla scalinata-commedia-, il linguaggio usato da questa Antigone è un italiano convenzionale, che controlla la densità lirica che dentro le ribolle con modalità stilistiche tutto sommato riconoscibili. Il rapporto col padre Edipo è paritario, entrambi parlano colla lingua dell'intelletto, con la comunicazione generalmente riconosciuta, ancora non esplosa l'altra tragedia che ne La serata è evidente, ovvero la tragedia linguistica, la non comunicatività delle parole, trasposizione semantica di qualcos'altro, l'Immagine sorella della Lingua in un rapporto incestuoso che dà vita al nostro vivere sociale, nella contraddizione principale che sostiene ed è la ragione principale de La serata a Colono: "O padre, senti quanto pesa l'aria? Il peso quanto pesa l'aria? Il cielo è tutto nero di nuvole, di nuvole (...) ammassate dallo scirocco di vapore ammassato dallo scirocco. La folla corre giù a ripararsi. O padre, senti quanto pesa l'aria?''


 


Abbiamo deciso di proporre alcune pagine dattiloscritte di una variante interessante e rivelatrice. Il titolo provvisorio cambia ancora, e si avvicina a quello definitivo: La serata di Edipo a Colono ovvero Commedia nella Camera Numero Sei.


Appare folgorante il riferimento ad Anton Pavlovic Cechov, e ad uno dei suoi capolavori, La corsia n.6. Si rivela quindi necessario e non pleonastico, per la comprensione effettuale e non superficiale, un lavoro organico su la genesi de La serata a Colono, per recuperare l'orbita della Questione di un'Autrice famosa e fondamentale per la cultura italiana, ma riguardo alla quale spesso s'è fatto  folklore invece che  seria critica, che innanzitutto derivi, così come deve essere, da intuizioni strettamente radenti alle risultanze testuali reali.


Esse sono esemplificative circa il modo di lavorare di Elsa Morante. Nelle pagine numerate 110-111, il dialogo fra Edipo e Antigone è nella sua ideazione embrionale, i fogli sono addirittura cancellati... i linguaggi dei due personaggi, antagonistici eppur compenetrantesi prendono forma. La dialettica della creazione artistica è mostrata, non senza provocarci emozione, in tutta la sua potenza. ''Antigone(p.110) No padre mio se fate così vi si riapre la ferita non v'affaticate più a questa caccia (...) Edipo-   E' sempre mezzogiorno. Questo sole di fili di ferro spinato non si sposta dal mezzo del cielo (...)''.


A pag.112, in una versione affinata, ma non ancora definitiva (la lingua di Antigone ancora non s'è esplicitata nella sua poetica peculiarità). ''Antigone- State giù così vi asciugo il sudore padre mio riposatevi un poco da questa caccia    Edipo- E' sempre giorno/ Non c'è riparo da questo sole irremovibile/ di fili di ferro spinato (...)''.


Ancora, a pag.113, il dattiloscritto scorre chiaramente, poche le correzioni, ma di già, nella pagina seguente, il tormento ritorna furente e la pagina è cancellata, se anche v'è il discorso d'Edipo, nella parte finale, che verrà salvato divenendo uno degli assi portanti nella versione ultima (p.114) ''Edipo- OGGI DOMANI E IERI sono tre cavalli che si rincorrono/ intorno alla pista d'un circo. (...) il Calvario Cristiano precede le Torri dei Giganti e le Sodome e gli Olimpi e gli Elisi/ ma tuttavia li segue nella stessa giostra./ Non c'è né un inizio né un ordine di periodi come vorrebbero le scritture/ della logica sintattica./ E MORTE E NASCITA E MORTE E NASCITA E MORTE E NASCITA/ questo motto così ripetuto a caratteri uguali senza virgole né punti.''


Nelle pagine 115-116, la regalità linguistica apollinea, frutto della sapienza morantiana, entra in conflitto con se stessa; lo si evince dalle cancellature violente e vibranti, dagli inserimenti manoscritti. E' la confessione della sconfitta dell'Occidente tecnicizzato e senza più amore, che la Nostra mette in scena: ''Io solo, trascinato da un dolore impossibile e furioso/ intorno alla pista delle dimensioni multiple/ sulla ruota mulinante delle generazioni/ vedo tutte le città sorgere e crollare nello stesso punto''. E, in fondo a sinistra, a pag.115, manoscritto: ''E le comete dei magi/ confondersi con le Hiroshime''. Comete e Hiroshime in plurale, come se esse fossero centrate come presenze, per sempre e da sempre, in tutta la storia degli uomini. E' il mistero del disegno di Dio, che rende 'sopportabile' l'orrore, la cometa del Cristo che salva le anime dei poveri innocenti di Hiroshima. Elsa Morante è cosciente di questo. Da artista si mette al servizio del Mistero. Concludiamo con un illuminante foglio, a tal proposito, datato 14 maggio 1966 (due anni prima dell'uscita de La serata a Colono), in cui la Nostra afferma che ''ARTE=REALTA' significa è arte vera quella che sempre sia pure in piccolo dà un simbolo di Dio (...)''.