Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali

Autore libro

Pino Aprile

Casa editrice

Piemme

Città

Milano

Pagine

308

Euro

17

 

 

Pino Aprile, "Terroni  Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" Giordano Bruno Guerri, "Il Sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio"

I due libri che andiamo a recensire* ci raccontano, mentre stiamo festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, di una parte del nostro paese ossia del meridione. Tutti e due i libri rileggono il Risorgimento presentando una visione storica priva di retorica. L’uno, quello di Pino Aprile, di taglio giornalistico, e d’altronde l’autore è giornalista – è stato vice direttore di Oggi e direttore di Gente - privo di quel profilo scientifico fatto di ricerche di archivio, di note “scientifiche” e rinvii bibliografici (seppur presenti in modo sparso nel testo ma privi di un approccio sistemico), incline ad esporre i fatti in modo spesso sensazionale e usando metafore e parallelismi come a voler dare informazioni “scoop” l’altro, quello di Giordano Bruno Guerri, ricco, invece, di un’accurata documentazione a sostegno di tesi ed avvenimenti, e che evita quel tipo di scrittura enfatica che caratterizza, invece, il libro di Aprile.

Terroni, di Aprile, è stato ed è ancora un best seller; ha venduto già più di 100mila copie, 15 o più edizioni, acclamato ed osannato da molti ma anche attaccato e criticato da altrettanti. Già nel suo sottotitolo dichiara chiaramente quale è il baricentro delle sue tesi. Il Sud è quello che è oggi a causa di una politica fatta in particolare dal Nord e dai Savoia che hanno voluto una guerra civile piena di errori, strategie sbagliate, tragedie e stermini che hanno visto i borboni e quindi il meridione perdente. Le politiche che hanno accompagnato l’unificazione hanno fatto mancare al Sud investimenti strategici che invece sono stati fatti con accuratezza al Nord. Uno degli aspetti su cui si sofferma l’opera del giornalista, anzi con la quale il libro stesso inizia, riguarda gli stermini di massa perpetrati dai  garibaldini e dai Piemontesi, nei confronti delle popolazioni del sud Italia.  Il primo periodo con il quale Aprile inizia il libro è ad effetto ed indicativo. “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni”. Tale parallelismo viene usato più volte; l’autore prende come riferimento, nelle prime pagine del libro, i massacri della ex Jugoslavia, le fucilazioni di massa nel Kossovo, o, ancora, gli stermini effettuati dell'esercito slavo a danno della minoranza di lingua italiana della Venezia-Giulia e dell'Istria, nel corso della seconda guerra mondiale, per affermare che le stesse cose sono state fatte da coloro che hanno voluto l’Unità d’Italia. Le città meridionali sono state depredate, saccheggiate, le donne violentate, le comparazioni e gli accostamenti presenti all’inizio del libro inducono il lettore a sobbalzare sulla sedia, dando uno spessore tragico ed inumano ai fatti eroici del Risorgimento italiano. La tesi predominante è che l'Unità d'Italia ha tradito il Sud; innanzitutto perché è stata condotta una campagna militare improntata sostanzialmente a raggiungere l’obiettivo finale con la forza uccidendo e depredando. In secondo luogo, ad unificazione avvenuta, sono stati fatti mancare gli aiuti economici; questo ha comportato, negli anni ’50, una migrazione verso il Nord ed in particolare verso il triangolo industriale Milano, Torino e Genova, di numerosi meridionali ovvero di manodopera a basso costo che ha prosciugato di energie lo stesso meridione. Le tesi di Aprile, che non sono poi così originali, partono dall’assunto che il Sud al tempo dei Borboni non era poi così sottosviluppato. Il regno Borbonico aveva la terza Marina D’Europa, in Calabria vi erano delle fiorenti acciaierie, il processo di ammodernamento dei trasporti stava toccando livelli altissimi, tutte realtà di uno Stato che stava sviluppandosi all’interno del contesto europeo. Il processo di unificazione fermò l’evoluzione e distrusse tutto. A pag.174, nel capitolo “I meridionali hanno una cultura industriale”, l’autore riporta quanto affermato da Gaetano Cingari nel libro “Nordisti, acciaio e mafia”: “nel giro di pochi anni, dopo l’Unità, l’importante patrimonio industriale del Regno delle Due Sicilie, sminuito a torto, andò distrutto e, per la nuova nazione, ciò ha poi rappresentato un danno irreversibile”. A pag. 100, nel capitolo “Dispari opportunità”, l’autore ricorda lo studio di Vittorio Daniele e Paolo Malanima “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”; gli autori dimostrano come “non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite”. Nel medesimo capitolo Aprile afferma che il “Piemonte era pieno di debiti e … che al Sud, con un terzo della popolazione totale, c’era in giro il doppio dei quattrini che nel resto d’Italia …”. Il libro guarda al passato con un occhio al presente. Nel XIX secolo è stato fermato il processo di sviluppo che i Borboni stavano portando avanti con successo. Tale “blocco” continua ancora oggi, secondo l’autore, a causa dei governi milanesi guidati da milanesi e ispirati dalla lega nord che, non tenendo conto di quanto è stato fatto nei confronti dei ‘terroni’, per ignoranza o volontà, continuano ad ispirare una politica antimeridionale. I meridionali furono costretti ad emigrare in massa. Chi rimase cercò di opporsi all’invasore. Davanti all’oppressione vi fu una reazione. Si crearono quindi organizzazioni militari che andarono ad ingrossare il fenomeno del brigantaggio. Dal 1861 al 1871 ci furono circa un milione di vittime. L’autore si spinge anche a fare considerazioni sui perché  il meridione continua in un certo senso a non risollevarsi. Nel capitolo intitolato “Educazione alla minorità”, a suffragio delle attuali condizioni di vita dei meridionali, Aprile fa un parallelismo con l’esperimento effettuato nella prigione di Stanford dal prof. Philip Zimbardo negli anni contrassegnati dalla protesta contro l’intervento degli USA in Vietnam. All’esperimento parteciparono dei volontari che si immedesimarono nei ruoli di carcerieri e carcerati. Questi potevano, quando volevano, abbandonare senza costrizioni il carcere simulato e tornare in libertà. A tal proposito l’autore afferma: “Ognuno è libero di andarsene quando vuole. Ma il suo ruolo sopravanza talmente la personalità delle cavie umane, che, entro quarantotto ore, reclusi e guardie si convincono di essere davvero quello che dovrebbero fingere di essere. Qualunque cosa fossero quei ragazzi, in poche ore, non c’è più: al loro posto sono apparse altre persone, figlie del ruolo”. L’esempio, assieme ad altri che vanno da Eichmann uomo considerato del tutto normale dagli psichiatri che lo visitarono ma contemporaneamente tra i carnefici responsabili dello sterminio di sei milioni di ebrei, fino ai padri del Risorgimento, che, sottolinea l’autore, non sono mai stati al Sud prima dell’invasione, vogliono dimostrare come i meridionali vessati, ritenuti inferiori, ecc., ecc., alla fine hanno trasformato gli stereotipi nordisti su di loro in una ragione e se ne sono conformati. Il male diventa banale ed è fatto di cose concrete: il trasferimento della responsabilità all’autorità di cui eseguo i comandi, la deindividuazione, non sono più io ma quello che mi dicono che io sia, la diffusione delle responsabilità nel gruppo di cui si fa parte, tutto questo fa scattare nell’uomo dei “meccanismi potentissimi” di condizionamento che inducono, nella fattispecie, a far credere alle popolazioni del Sud Italia  che sono inferiori ed incapaci di autogovernarsi. Nel libro c’è un forte richiamo al valore di essere meridionali ed alle sofferenze che ha passato il Sud. Nel capitolo “Il Sud ha le piaghe. Per fortuna”, Aprile afferma che il meridione nel tempo ha collezionato sofferenze, vessazioni, ferite; da queste si può ripartire perché seppur paradossalmente esse sono una opportunità per un nuovo inizio.

A questo punto è lecito domandarsi se il libro di Pino Aprile sia antiunitario, antirisorgimento, e così via. Comunque, così come abbiamo già detto, di sicuro le informazioni che ci fornisce l’autore, depurate dagli aspetti ed accostamenti di tenore sensazionalistico, non sono del tutto nuove. Come qualcuno ha già notato, lo stesso Gramsci nel 1920 affermava che “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale …”. E d’altronde molti sono stati gli studi in tal senso, da Croce a Gentile, passando per Rosario Romeo fino agli autori più recenti. Il rischio concreto del libro di Aprile è quello di contrapporre alla revisione storica di stampo leghista quella che qualcuno ha chiamato neoterronica e di esserne a tutti gli effetti il rovescio della medaglia, il cui obiettivo comune è lo Stato unitario che di per se appare essere ormai superato pur essendo molto giovane (L’Italia Unita ha solo 150 anni). C’è da dire anche che, caratteristica molto italiana, si è sempre alla presenza di un’altra verità; e questo atteggiamento molto diffuso, però, è figlio di un contesto socio-politico-culturale che non vuole o vuole fare poco i conti con il passato, magari sforzandosi di mettere nel giusto ordine gli avvenimenti. Ma anche l’autore fa questo errore non trattando ad esempio in modo adeguato di quanto è avvenuto in Sicilia, che ebbe una natura diversa più vicina ai moti mazziniani di quanto avvenne nel meridione, e non parlando di chi, meridionale, si schierò dalla parte dei garibaldini e dei Savoia per l’Unità d’Italia.

 

Il libro dello storico Giordano Bruno Guerri è stato elaborato sicuramente con più rigore scientifico. Una antistoria, secondo l’autore, che guarda i fatti anche dalla parte di chi ha subito l’unificazione. Un libro con un’aggiornata bibliografia sul brigantaggio e che ha spinto lo storico, ed è ormai frequente, a cercare materiale servendosi di internet: 5 pagine di riferimenti concernenti siti, di cui però l’autore mette in guardia poiché è materiale da verificare storiograficamente. L’intento del libro non è quello di denigrare il Risorgimento, e questo Bruno Guerri lo afferma con vigore “Non si tratta di denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e domani”. Ed è qui il fulcro della questione, la ratio che guida l’autore del libro. Per Guerri, comunque, così come afferma nelle conclusioni (p.253-254), si trattò di “una Unità mal condotta e peggio proseguita”,  ma “grazie all’Unità – attraverso un processo lungo, faticoso e non ancora terminato – l’Italia è diventata un grande Paese. Non lo sarebbe mai stata senza il Risorgimento”. La reazione, la ribellione alla spinta unitaria fu etichettata come brigantaggio, con questo termine si mettono assieme contadini, clerici, signori, borbonici, e la lotta fu durissima. Il neonato Regno d’Italia impiegò metà dell’esercito che aveva a disposizione per combattere i briganti, con migliaia di morti da entrambi le parti, in quella che si può definire una vera e propria guerra civile con vittime maggiori rispetto a quella del 1943-1945. Due guerre civili che hanno caratterizzato, nell’arco di nemmeno 100 anni, la storia della giovane Italia. Documenti alla mano, Giordano Bruno Guerri dimostra come la politica unitaria trattò il Sud come una colonia da sfruttare e da educare. Il Nord, e qui le argomentazioni si avvicinano alle tesi del precedente libro di Pino Aprile, non considerò italiane le popolazioni del Sud, pur essendoci molti uomini del Sud che facevano parte dell’esercito  italiano, che condivisero le idee e gli ideali del Risorgimento.  I grandi uomini dell’unità non conoscono il meridione. Cavour non mette mai piede a Roma.Massimo d’Azeglio, a cui si deve la famosa frase pubblica “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”, nel privato affermava con veemenza che “unirsi con i napoletani è come giacere con un lebbroso”. La prima parte del libro è infatti tesa a delineare le ragioni delle contrapposizioni, della distanza esistente tra classe dirigente e popolo, quest’ultimo prevalentemente povero e legato alla religione ed alle tradizioni religiose. Guelfi e ghibellini, come vengono definiti dall’autore, che si affrontano in continuazione, le cui idee convivono e si confrontano, monarchici papisti contro repubblicani. La seconda parte del libro ci racconta, con dovizia di particolari ed anche spigolature, la storia dei briganti e del brigantaggio. Tra questi vi sono personaggi come Carmine Crocco che sottoufficiale dell’esercito garibaldino passo dalla parte dei borboni divenendo l’uomo di punta della restaurazione e il difensore dei poveri. Guerri afferma che la parola brigante fu mutuata dalla lingua francese: nel 1829 i nostri linguisti la consideravano ancora un neologismo. Le parole ricorrenti erano, invece, “bandito” o “fuorbandito”. Secondo lo storico senese sarebbe più giusto chiamare i briganti ribelli; infatti c’è bisogno – afferma Guerri – di una «profonda opera di revisione storiografica» perché la storia è stata raccontata dai vincitori e non si sono prese in considerazione nel modo dovuto la storia o meglio le storie dei vinti. Il Risorgimento, però, non è da condannare bensì è da recuperare interamente parlando sia del bene che del male proprio perché dall'Unità in poi che la Nazione ha saputo diventare un grande Paese. Non si può sottacere il fatto che i piemontesi non seppero risolvere il nodo della questione agraria, e che questa fu una delle principali cause del brigantaggio: i contadini sognavano una redistribuzione dei terreni che non avvenne mai. Ed allora il brigantaggio fu combattuto con una legge, la Legge Pica dell'agosto 1863, con cui il governo italiano in realtà “impose lo stato d'assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Indubbiamente il monito che proviene dal libro di Giordano Bruno Guerri è quello che con la storia bisogna fare i conti, che bisogna considerare le diverse sofferenze e modalità che ci hanno portato a diventare una sola nazione che ha unificato un Nord ed un Sud, che ha visto alla fine del XIX secolo e per buona parte del XX secolo una forte emigrazione che ha riguardato non solo il meridione ma anche il settentrione, che non si tratta solo di stabilire chi aveva ragione e chi torto ma anche, e soprattutto, capire, sapere quello che è accaduto senza pregiudizi e stereotipi. E se è vero che l’unificazione della patria portò la fine dell’Ancien Regime, del feudalesimo, del papa re, essa fu guidata anche da pregiudizi e razzismo che condizionarono le scelte politiche e fu, come afferma l’autore, una “enciclopedia del disprezzo” che portò a fucilazioni e carneficine. Il monito finale dell’autore  aiuta a far riflettere: parlare di federalismo oggi è giusto e importante ma bisogna analizzare gli errori compiuti prima e dopo l’Unità, “Senza questo presupposto – afferma Giordano Bruno Guerri – il federalismo sembra un’idea che il Nord vuole imporre al Sud, quindi pericolosa in partenza”. E un po’ quasi in risposta alle tesi riportate da Pino Aprile nel suo libro, Guerri mette in guardia dalle facili strumentalizzazioni della questione meridionale e del brigantaggio, ovvero dalle strumentalizzazioni di quei “… cantori della diversità meridionale, calpestata dalla barbarie sanguinaria dei piemontesi, dipinti come antesignani dei nazisti, mentre il passato borbonico viene riletto in modo addirittura apologetico. Si tratta, in ogni caso, di interpretazioni che manipolano la realtà del Risorgimento”. Ed è propri qui che lo storico fa la differenza. Ricerca, analizza, compara, verifica, evita forzature ideologiche e provocazioni inutili, combatte gli stereotipi, fa un lavoro di revisione e di approfondimento, come sottolinea lo storico Guerri, “nella convinzione che rivedere con serietà e serenità il passato comporti liquidare letture tendenziose, finalizzate alla politica contingente”.

*Il secondo libro cui si riferisce l'autore della recensione è "Il sangue dei Sud" di Giordano Bruno Guerri.[N.d.r.]