Mozart - La notte delle dissonanze

Mozart - La notte delle dissonanze

Autore libro

Sandro Cappelletto

Casa editrice

EDT

Città

Torino

Pagine

145

Euro

15

Capita a volte di imbattersi in lettu- re che riescono a catturare la nostra at- tenzione senza che questa opponga re- sistenza. In questi casi si accetta con un latente disappunto la fine dello scritto.
Mi è successo questo recentemente, quando ho letto il bellissimo libro di San- dro Cappelletto Mozart. La notte delle dis- sonanze.
L’autore, con la descrizione documentata di un incontro avvenuto in casa di Wolfgang Amadeus Mozart ed il tentativo di ricostruire nei dettagli ciò che avvenne, coglie l’occasione per fare un dettagliato resoconto sulle condizioni culturali in cui il sommo musicista si trovò ad operare.
Una delle abilità dell’autore è quella di tenere il lettore “sulla corda” facendo con la sua narrazione aleggiare a tratti nell’aria i sentori del giallo. Ciò avviene quando prova a ricostruire la cronaca di quel- l’evento che di per sé non è un momento che ha cambiato i destini di qualche popo- lo o di qualche nazione, ma gli permette di analizzare le reazioni ad una proposta mozartiana inaspettata per gli ascoltatori di quel tempo.
Si tratta delle ventidue battute (circa un minuto e mezzo di musica!) dell’adagio introduttivo al quartetto per archi K 465 in Do maggiore. Queste ventidue battute rap- presentarono per molto tempo “la pietra dello scandalo”. Fecero scorrere fiumi di inchiostro e furono oggetto di critiche, in taluni casi anche molto aspre, nei confronti del compositore. Ma andiamo per ordine.
Quella sera di sabato 12 febbraio 1785 a Vienna a casa del ventiseienne Mozart c’erano sua moglie Constanze, ventenne sposata tre anni prima, il figlio Karl Thomas di cinque mesi e almeno altri quattro ospiti illustri: il padre di Wolfgang, Leopold ses- santaseienne, apprezzato violinista e didat- ta, Franz Joseph Haydn cinquantatreenne compositore immenso che Wolfgang consi- derava il suo maestro e due nobili di Sali- sburgo, i fratelli baroni Anton e Bartholo- maus Von Tinti, musicisti dilettanti-amatori di ottimo livello. Questi erano i personaggi di rilievo. Probabilmente nella casa erano presenti anche altre persone.
L’occasione era quella di suonare gli altri tre quartetti per archi dei sei che Mo- zart aveva scritto e dedicato ad Haydn. I primi tre erano già stati eseguiti nello stes- so luogo la sera del 15 gennaio.
Sandro Cappelletto si sofferma però sulla seconda sera, quella del 12 febbraio, perché in quell’occasione avvenne l’esecu-
zione del citato K 465, il sesto della serie, passato appunto alla storia come “il quar- tetto delle dissonanze”.
Per chi è digiuno di musica faccio solo una grossolana precisazione tecnica: per “dissonanza” si intende la sensazione sgradevole che si prova ascoltando suoni che non si amalgamano tra loro come ci si aspetterebbe. In realtà è un fenomeno del tutto legato all’evolversi delle culture in relazione ai tempi in cui si manifestano: ciò che era “dissonante” nel 1785 non lo è quasi certamente oggi, alle nostre orecchie, pur essendo i suoni sempre gli stessi.
Arnold Schonberg, compositore della scuola viennese del primo novecento, nel suo Manuale di Armonia scrive: “Quello che oggi è lontano, domani potrà essere vicino, basta essere capaci di avvicinarsi” (p. 45).
Il quartetto d’archi, due violini, viola e violoncello, è riconosciuto da allora, e ancora oggi, come la formazione principe della musica da camera, un momento alto in cui il compositore si pone al servizio del- la Musica pura, quella che ritiene di livello superiore, alla quale anela e che poco ha da spartire con quella concepita per le grandi sale. E’ quindi anche la musica più indi- fesa ed attaccabile dai detrattori. Sandro Cappelletto cita una definizione esemplare di Luciano Berio, prestigioso compositore del Novecento, sul quartetto d’archi: “Pen- so che non esista un insieme strumentale che sia stato penetrato tanto profondamen- te dal pensiero musicale quanto il quartetto d’archi. E’ infatti attraverso il quartetto che il vascello della musica getta lo scandaglio nei mari più profondi. Dopo duecentocin- quanta anni di vita, esso continua a non es- sere riducibile alla somma dei suoi compo- nenti e si presenta a noi, invece, come uno strumento la cui dialettica tra individualità e umanità, fra autonomia e omogeneità, sembra porsi come il paradigma di una so- cietà ideale” (p. 16).
Il guizzo creativo di Mozart che lo portò a comporre l’adagio introduttivo del K 465 si manifestò senza tener conto di ciò a cui sarebbe andato incontro. Mozart si conces- se un momento di libertà su un terreno che glielo permetteva e per di più stava scriven- do in omaggio ad un musicista che rispetta- va ed ammirava molto. In quella occasione Mozart volò alto, andando anche oltre la quota dove galleggiava nell’aria la sua arte che, essendo immensa, andava al di là del tempo e non poteva lasciarsi imprigionare dalla contemporaneità. Lasciò ai comuni “addetti ai lavori” dell’epoca, e a quelli che vennero poi, la libertà di scannarsi tra loro e gli diede una occasione per dar voce alle loro sterili critiche.
Da menzionare poi anche il fatto che Haydn, anch’egli dall’alto della sua arte, apprezzò molto i sei quartetti ringraziando per la dedica. Le critiche mosse a queste “famigerate ventidue battute” rappresen- tano solo uno degli innumerevoli episodi dell’eterno conflitto tra convenzione ed invenzione, regola e sua effrazione, “ve- rità” ed “errore”. Haydn stesso rimarcava la distanza che può separare “l’orecchio” dai “trattati”, reattivo il primo, tassativi i secondi.
I “bacchettoni” non si diedero comun- que pervinti. Anche nell’ottocento fecero vari tentativi di correzione e Sandro Cap- pelletto ne fa un resoconto dettagliato. Personaggi come Fetis e Ulybysev che in Mozart volevano vedere solo l’ottimista a tutti i costi, provarono a riscrivere versio- ni secondo loro “con le note giuste” delle ventidue battute. Il loro obiettivo era quello di “sciogliere l’ansia” che a loro parere la composizione originale generava. Secondo loro le “dissonanze” incrinavano una stati- ca e confortevole idea della bellezza, sen- za tener conto che, per citare nuovamente Schomberg: “l’artista non ha bisogno della bellezza, perché sa già cos’è; a lui basta essersi espresso, dire ciò che doveva essere detto secondo le leggi della propria natura (...). Sul gradino più basso l’arte è semplice imitazione della natura. Ma ben presto diventa imitazione della natura nel senso più ampio: non solo imitazione della natura esteriore, ma anche di quella interiore. Al suo livello più alto, l’arte si occupa solo di riprodurre la natura interiore” (p. 101).
Edward Hanslick dice che “si è obbli- gati a credere che la musica esprima qual- cosa, e si è condannati a non sapere mai che cosa”. E’ un’altra delle innumerevoli citazioni con le quali Sandro Cappelletto arricchisce questo suo libro. Notevole poi, per gli studiosi di musica, l’interessante analisi che un altro compositore del no- vecento, Gyorgy Ligeti, fa nel suo saggio “Convenzione e originalità. La “dissonan- za” nel quartetto k 465 di Mozart” presente nelle appendici del libro.
Alla fine è lo stesso Mozart che, pro- babilmente a sua insaputa, ci svela “l’as- sassino”, semmai ce ne fosse stato uno, e lo fa ben tre anni prima in una lettera del 28 dicembre 1782: “Ci sono passaggi che solo gli intenditori possono apprezzare ap- pieno, ma faccio in modo che anche chi non se ne intende sia contento, pur senza sapere il perché” (p. 102).
Nella dedica al suo amico Haydn, scrit- ta in italiano, Mozart parla di queste sue composizioni come se fossero sei suoi figli mandati nel gran mondo e li affida alla sua protezione. Dice tra l’altro: “[...] Egli sono, è vero, il frutto di una lunga, e laboriosa fa- tica, pur la speranza fattami da più amici di vederla almeno in parte compensata m’in- coraggisce, e mi lusinga. Che queste parti siano per essermi un giorno di una qualche consolazione.
Tu stesso, amico carissimo, nell’ultimo tuo soggiorno in questa capitale, me ne di- mostrasti la tua soddisfazione. Questo tuo suffragio mi anima sopra tutto, perché Io te li raccomando e mi fa sperare, che non ti sembreranno del tutto indegni del tuo favore. Piacciati dunque accoglierli beni- gnamente, ed esser loro Padre, Guida ed Amico![...]” (p. 42).
Non c’è ombra di falsa devozione in queste parole. La stima e l’ammirazione per il grande Haydn erano sinceri e quan- do questi affermò in presenza del padre e della moglie che lui era il miglior compo- sitore del mondo si sentì in quel momento felice.
La musica contiene tutto, estimatori e detrattori e tutto il resto, come le altre for- me d’arte. Ne è ben cosciente e non subisce affanni perché, come ha detto il compianto Giuseppe Sinopoli: “La musica è il segno sublime della nostra transitorietà”(p. 102).