Lo stupore del bello. Lineamenti di una filosofia estetica.

Lo stupore del bello. Lineamenti di una filosofia estetica.

Autore libro

Paola Mancinelli

Casa editrice

Edizioni Polistampa

Città

Firenze

Pagine

174

In questo volume l’autrice, che vanta nella sua formazione approcci al pensiero occidentale sia di natura filosofica che teo- logica, ci presenta sei saggi in cui si tratta- no argomenti diversi da prospettive diver- se, tenuti insieme dal tema della bellezza. La bellezza dunque come cifra teoretica e origine del pensiero occidentale che guida l’indagine teoretica del libro, ma anche come evento escatologico che richiede di essere riconosciuto, istanza estetica sì, ma non di meno etica, che guida e apre orizzonti d’indagine cognitiva e non solo, come già nella tradizione filosofica, lette- raria e poetica dell’Occidente è stato più volte rammemorato.

Il primo saggio apre soffermandosi sul- l’indagine della natura stessa del pensiero e del suo carattere trasgressivo. Partendo dall’analisi delle due figure di riferimento- simbolo di due tradizioni di pensiero, e non solo, spesso in antitesi tra loro, Orfeo (in- terpretato da Rilke) e Abramo sono testimo- ni della vocazione intesa dall’autrice come propria del pensiero, sia esso di provenienza greca o ebraica, ad andare oltre. Vocazione trasgressiva, rinviante, segnica del pensie- ro che accomuna le due città simbolo della geografia del pensiero occidentale: Atene i cui percorsi conducono verso l’indicibile, basti pensare agli approdi del pensiero wit- tgensteiniano e all’indicibilità del mistico e Gerusalemme che dà simbolicamente i na- tali ad un popolo ebraico appunto (da ivrì, ever in ebraico significa colui che va verso l’altra sponda) che fa del viaggio, dell’an- dare oltre la ragione stessa del suo essere al mondo e di cogliere l’essere come pro- messa, quasi in senso heideggeriano inteso come essere-per, le cui radici non stanno tanto nel fondamento (passato) quanto nella sua destinazione (futuro). Orfeo e Abramo entrambi accomunati dalla medesima espe- rienza dell’essere come nostalgia, non tanto di ciò che è stato ma di ciò che deve ancora essere raggiunto, come destinazione appun- to. E qui necessariamente i percorsi di filo- sofia e teologia si intrecciano, si fecondano aprendo spazi e movendosi verso orizzonti di pensiero ancora inesplorati, sempre atte- si. Sapere diventa così anche sperare (hof- fen-offen) pensiero cosciente del suo anda- re verso, pensiero dell’esodo che si fa nella sua ultima istanza in-vocazione, preghiera. Qui sono evidenti le influenze di un pensa- tore caro sia all’autrice che al suo recen- sore che è Franz Rosenzweig, il quale si è mosso quasi in maniera pioneristica nel suo percorso di indagine in cui filosofia e teolo- gia perdono progressivamente i tratti che li hanno contraddistinti da secoli nella ricerca di un itinerario comune di esplorazione di dire altrimenti l’essere e la sua vocazione. Al termine del primo saggio sarebbe a mio avviso tuttavia meglio chiarire i termini del- la questione e precisare ulteriormente se si tratti di un pensiero dell’esodo o piuttosto dell’esilio ciò che l’autrice con le sue argo- mentazioni intende. Si tratta di due luoghi simbolici entrambi mutuati dalla tradizione biblica ma ricchi di connotazioni diverse in merito al percorso ermeneutico-veritativo intrapreso dalla Mancinelli.
La fine del primo saggio apre necessa- riamente sull’indagine del secondo dedicato alla testimonianza filosofica del pensiero di Italo Mancini, il quale delinea la logica del- la fede nel paradosso di un pensiero investi- to del suo altro inteso come grazia. E qui si pone la domanda, posta dallo stesso Manci- ni, ovvero del quale e quantum di filosofia la religione sopporti (p.44), domanda fatta propria dall’autrice stessa, la quale giusta- mente però rilancia la questione costruendo, non solo il percorso di questo saggio, ma del- l’intero libro, sull’altro polo della questione dimenticato da Mancini stesso e ovvero del quale e quantum di teologia può sopportare la filosofia. Per questa ragione anche che le ultime indagini della Mancinelli si stiano soffermando proprio sul pensiero di Franz Rosenzweig, il quale ancor prima di Lévi- nas ha osato muoversi in questa direzione. Qui l’autrice entra in dialogo con diversi autori la cui eccedenza o trascendenza del pensiero ha suscitato l’origine del loro inda- gare come Lukács, Pareyson, Kierkegaard. Qui ovviamente il pericolo di liquidare il mistero abitante l’essere e quindi il pensiero come eccedenza irrazionale c’è, di questo è giustamente consapevole l’autrice, la quale tenta così un approdo diverso, altro, che non voglia né ricondurre l’alterità all’adequatio del pensiero calcolante, né rinunciare alla natura rivelativa ed eccedente del pensiero stesso. Si tratta di percorrere l’instabile iti- nerario del pensiero dello zwischen il quale riconosce l’essere come gratuità e dono. Ma è proprio a questo punto che si avverte pur- troppo la mancanza di un autore, non citato dalla Mancinelli, che ha dedicato tuttavia
gran parte della sua riflessione fenomeno- logica al tema dell’essere come dono che è appunto Jean-Luc Marion.
È proprio sul finire di questo secondo sag- gio che i temi accennati nel primo vengono ripresi e sviluppati ulteriormente, come ad esempio, il tema della preghiera che funge da limite della ragione nel senso che le ricorda che essa, la ragione appunto, non può mai cominciare da zero con se stessa ma sempre procedere facendo memoria di un’alterità che la fonda, in cui il pervenire a sé è in realtà un indicare l’oltre sé (cfr. p.69). Da qui si svilup- pa uno dei percorsi, a mio giudizio, tra i più interessanti di questo saggio, sulla kenosis, la croce e la grazia in cui Dio non può più essere inteso come oggetto, ma come evento a-veni- re e nei confronti del quale allora il pensiero si fa ascolto, obbedienza, gratitudine.
Il terzo contributo è dedicato alla via Aestetica in cui l’autrice si propone di ri- pensare la bellezza a partire da Platone, Kant, Heidegger e perché no von Balthasar, come testimonianza dell’innegabile qualità ontologica di un essere, non inteso come ente manipolabile, ma come aver-da-esse- re, intuizione d’altrove (p.81). Anche qui il linguaggio della poesia, i cui moventi sono ben noti alla Mancinelli stessa in quanto autrice anche di opere di poesie, sembra corrispondere in maniera autentica all’aper- tura rivelativa del logos, una razionalità non paga di sé che sta sulla soglia e per questo suo sostare è in grado anche di rappresenta- re l’uno e l’altro, il visibile e l’invisibile, è memoria di sé e dell’altro da sé, “irripetibile singolarità di ogni cosa nella sua comunione con l’invisibile” (p.96). Ed è a questo punto che emerge l’urgenza del rappresentare at- traverso il simbolo, e l’arte come messa in opera della verità e lacerante coscienza di una mancanza; ma non è forse da intendersi così anche la croce?

Queste ultime riflessioni ci conducono così al quarto saggio intitolato un’estetica dell’incarnazione in cui il corpo diventa ora il mistero attraverso cui Dio si rivela: “perché l’uomo è corpo e spirito congiunti,/ e quindi deve servire come corpo e spirito./Visibile e invisibile due mondi s’incontrano nell’Uo- mo;/visibile e invisibile si devono incontra- re nel Suo Tempio./Non rinnegate il corpo” (T.S.Eliot). Il resto è glossa a questa mirabile poesia di Eliot in cui il corpo - e anche quello crocefisso - diventa gloria dell’invisibile, cu- stodia e cura della trascendenza.

Il quinto saggio dedicato a Simone Weil sviluppa ulteriormente la tematica dell’in- carnazione di Dio intesa come kenosis che rivela, nella sua forte carica simbolica, un Dio non totalitario capace di relazione in quanto spoglio di sé e quindi solo così in grado di ospitare l’altro da sé.
L’ultimo saggio è invece dedicato ad un tema insolito forse alla riflessione filosofica - per chi non ha dimestichezza con il pen- siero rosenzweighiano - ovvero al rito. Qui bellezza e ritualità si incontrano in un dia- logo fecondo a partire dalla spazialità intesa nella sua declinazione ontologica, in quanto irruzione e custodia dell’Origine. Il rito, che si svolge nello spazio, diventa così luogo del “redento”, inteso sia in senso spaziale che
temporale, in cui l’invisibile è reso visibile attraverso un’opera poetico-simbolica che ne custodisce al tempo stesso l’inoggettivazione e l’apertura al trascendente di una bellezza intesa come evento che interpella e suggeri- sce, una perfetta e consumata “giustizia” che non può quindi prescindere dall’etica e da un abitare nell’orizzonte della Verità.

Si tratta di un libro in ultima analisi che intende indagare il valore non solo teoretico e gnoseologico ma anche - e direi soprattut- to - etico del bello e alcuni refusi di stampa (si veda note di p.56 ad esempio) e errori nel riportare titoli di opere in lingua soprattutto tedesca in bibliografia, da addebitarsi forse più al lavoro redazionale della casa editrice che all’autrice stessa, non offuscano tuttavia la limpidezza dell’argomentazione filosofica e teologica di un testo tutto sommato di pia- cevole lettura che sa unire, come anche nella prefazione la Angela Ales Bello sottolinea, la finezza di indagine all’eleganza dell’espres- sione di un linguaggio filosofico ormai matu- ro della tuttavia ancor giovane filosofa Paola Mancinelli.