Lo Stato fascista
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Sabino Cassese, giurista, attualmente giudice della Corte Costituzionale, professore alla Scuola Normale Superiore di Pisa e in passato ministro della Funzione Pubblica (l’attuale ministro è Brunetta), con il libro Lo Stato Fascista edito da Il Mulino, esamina il periodo fascista e la formazione appunto dello Stato fascista dall’ottica giuridico-istituzionale e non con quella della ricostruzione storico-fattuale, pur non disdegnando l’importanza della compartecipazione, dal punto di vista metodologico, degli strumenti, per una maggiore analisi e comprensione degli avvenimenti, delle scienze sociali con quelli storici e con quelli giuridico istituzionali. Sotto la lente di ingrandimento, così come le denuncia l’autore, vi sono le domande sullo Stato fascista, ovvero «se sia esistito… (nel senso tipicamente fascista), quanto diverso esso fosse rispetto alla Stato prefascista e rispetto allo Stato post fascista, se esso fosse dotato di caratteristiche peculiari e, infine, se esso possa essere ascritto a una o ad altra famiglia degli Stati autoritari». Da questa domanda parte la disamina del giurista, che è una raccolta di lezioni agli studenti della Scuola Normale di Pisa, che sfugge dalla tentazione di dare una definizione astratta o ancorata a stereotipi consolidatisi nel tempo. Al centro dell’analisi vi è la logica istituzionale, uno stretto legame che unisce il periodo fascista con quello prefascista liberale ma anche post fascista democratico. L’idea del fascismo come parentesi o cesura netta tra due periodi (Italia liberale e Italia repubblicana), avverte Cassese, è errata, figlia di una certa storiografia che in qualche modo ha voluto porre una distanza più per un bisogno che per una realtà dei fatti. È chiaro che la riflessione portante del libro non è e non poteva essere sul concetto di male che è stato il fascismo, che ha portato a una guerra e alle leggi razziali, linfa per la Shoah. Uno dei problemi principali, evidenziato dallo studioso delle istituzioni, è quello relativo alla definizione dello Stato fascista. Secondo Cassese, pur essendo stato lo stesso Mussolini a proclamare lo Stato fascista come Stato totalitario «Tutto è nello Stato e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuor dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo » [voce Dottrina del fascismo per l’Enciclopedia Italiana 1932, si ricorda anche il famoso discorso detto dell’Ascensione del 1927 nel quale si proclamava la volontà di costruire uno Stato totalitario e corporativo], le sue radici, in realtà, affondano nell’Italia liberale nel segno di una qualche continuità. Per l’autore, definire lo Stato fascista come totalitario non è di grande interesse e può essere addirittura fuorviante. Inoltre, e non è un’affermazione da poco, Cassese sostiene che definire lo Stato come totalitario nasconde un equivoco perché fu il partito, il movimento, o il fascismo come tale, totalitario, non lo Stato di cui il partito, il movimento o il fascismo si impossessò. Inoltre, secondo il giurista, contestualmente bisognerebbe usare il plurale a seconda del periodo che si prende in considerazione, ovvero se si fa riferimento allo Stato della prima fase (1922 o 1925-1930) o allo Stato fascista della maturità (1930-1943). Il fascismo creatore dello Stato totalitario trovò in Giovanni Amendola, nel 1923, colui che coniò e usò per primo tale termine. Successivamente Hannah Arendt, nel 1951, nelle Origini del totalitarismo, non inserisce tra i totalitarismi quello italiano. Gli studi di De Felice, pur se concentrati su Mussolini, e quelli di Acquarone, così come una parte della storiografia successiva, confermarono che lo Stato fascista poteva essere definito autoritario ma non totalitario né corporativo. Le caratteristiche dello Stato autoritario furino delineate dagli studi prima di Carl Friedrich e Zbigniew Brzezinski che in Dittatura totalitaria e autocrazia nel 1956 definirono con precisione le caratteristiche del regime totalitario (ideologia elaborata, partito unico di massa con a capo il dittatore, monopolio dei mezzi di comunicazione, sistema di terrore, controllo dell’economia) per arrivare, a grandi passi, alla rielaborazione di Juan Josè Linz, del 1975, che in Sistemi totalitari e regimi autoritari detta le regole per distinguere un regime autoritario.
In realtà l’esperimento totalitario del fascismo si mosse, durante il ventennio, secondo alcuni autori, fra la posizione appunto totalitaria di uno Starace e la posizione conservatrice e autoritaria di un Federzoni, con Mussolini nelle vesti di mediatore. Contrapposizione tra fascismo autoritario e fascismo totalitario che, secondo Emilio Gentile, rappresentò all’interno del regime un elemento costante di tensione destinato a esplodere in scontro aperto nei mesi che precedettero la caduta di Mussolini. Quindi un regime perennemente in bilico fra autoritarismo conservatore e aspirazioni totalitarie volte alla completa fascistizzazione delle masse. Emilio Gentile nel libro La via italiana al totalitarismo definisce il fascismo come un cesarismo totalitario per tre ordini di ragioni: l’individuazione del mito e di un capo carismatico e l’organizzazione. Tutto questo però è stato possibile perché per la prima volta viene coinvolta la massa, che partecipa attivamente alla vita politica del Paese. Il fascismo grazie a queste elementi diventa un fenomeno unico, sacralizza la politica ed entra nelle coscienze delle masse. L’azione legislativa e istituzionale del fascismo non mirò a sostituire integralmente l’ordine giuridico preesistente, ma vi si inserì in modo da sfruttare gli elementi autoritari; invece di innovare, per alcuni versi, riutilizzò, si insinuò, integrò, modificò in senso autoritario leggi già esistenti e che già contenevano tali elementi. Personalizzò il potere nella figura del Duce, concentrò e pluralizzò il potere riproducendo nell’ambito delle corporazioni i conflitti allora dominanti tra datore di lavoro e lavoratori; sdoppiò gli organi, ossia accanto allo Stato nacque il parastato; accrebbe il fenomeno dell’entificazione. Insomma uno Stato, quello fascista, monolitico e pluralizzato, pieno di elementi tra di loro contraddittori, tra i quali la volontà di proclamarsi antiliberale, antiborghese e anticlericale pur venendo nei fatti a patti con le istituzioni dell’Italia liberale, con la Chiesa, la borghesia e il capitalismo; l’esaltazione della società e il rigetto del pluralismo, la ricerca di rapporto con le masse e la contemporanea limitazione della libertà di opinione e di stampa, la ricerca di legittimazione attraverso le elezioni o meglio plebisciti per incoronare il demiurgo e l’aspetto autoritario ma interessato alla mobilitazione delle masse; uno Stato conservatore ma capace di rispondere alla crisi economica del 1929-1933 in maniera concreta e in sintonia con gli Stati colpiti dalla depressione. Pur essendo, secondo Cassese, il corporativismo il tratto che meglio caratterizza il regime, il fascismo non si lascia racchiudere in una sola formula; gli elementi contradditori presenti nel fascismo pongono allo storico il compito di identificarli e di esaminare come si siano amalgamati e come di volta in volta abbiano operato insieme. Il libro di Cassese, al di là delle posizioni di alcuni studiosi che criticano o incensano le affermazioni fatte dal giurista sull’essenza non totalitaria dello Stato fascista, ha il merito di fare chiarezza, anche nell’esporre le proprie tesi, su delle tematiche di cui gli storici stanno dibattendo da vari anni (se il fascismo sia stato un regime totalitario, autoritario, un esperimento corporativo originale, ecc.), tenendosi fuori dal dibattito ideologico fatto di contrapposizioni e sottolineando alcuni aspetti, tra i quali quello delle persistenze istituzionali, di cui abbiamo già accennato, non troppo presi in considerazione. Il contributo importante di Cassese contiene anche molti spunti di riflessione. La costruzione fascista dello Stato fu completata, secondo l’autore, da due leggi importanti. Una del 1925 che mise il presidente del Consiglio dei Ministri su un livello superiore ai ministri e l’altra del 1926 sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche spostando su di esso una parte cospicua del potere legislativo. A queste seguirono delle leggi per stabilire una conformità spirituale tra il funzionario e il governo, tra la pubblica amministrazione e il duce, fino ad arrivare all’iscrizione al partito fascista come condizione per l’ammissione agli impieghi nella pubblica amministrazione. A questo punto si potrebbero fare molti parallelismi con l’attualità, con un parlamento depauperato di fatto del proprio potere legislativo, con la voglia di un premier elettivo, attualmente secondo alcuni già esistente, di cui si rivendicano poteri più ampi, e così via, a dispetto dell’attuale intelaiatura costituzionale. L’insegnamento di Cassese e di molti storici è però chiaro; bisogna contestualizzare, capire i nessi, cercare la ratio non seguendo strade facili e in discesa, evitando sillogismi inutili. Tutto ciò è vero ma, spesso, ricorrere all’esperienza del passato anche per capire il presente, aiutati dalle scienze sociali, dalla storia, dalle scienze giuridiche, è di vitale importanza quando sta per calare l’oscurità di un presente difficile. La tentazione di un facile revisionismo, non quello che ci ricorda Cassese nell’introduzione del suo libro e di cui osserva Piero Melograni, né il tentativo di defascistizzazione del fascismo di cui lamenta Emilio Gentile, debbono inibire la rilettura storica. Si può discutere su totalitarismo, regimi autoritari e populisti; la storiografia deve essere aperta a tutto e specialmente alle nuove acquisizioni. Non bisogna sottovalutare due aspetti che oggi risultano essere vitali. Da una parte non è un caso e non bisogna dimenticare che il fascismo finì per collaborare all’attuazione della Shoah in Italia, e non per sbaglio e per leggerezza. Contestualmente affermare e studiare che la storia comune del nostro Paese nasce dal ripudio del fascismo, e anche se le istituzioni e gli uomini rimasero, tale ripudio è parte integrante della nostra identità.
