La melodia del giovane divino

La melodia del giovane divino

Autore libro

Carlo Michaelstadter

Casa editrice

Adelphi

Città

Milano

Pagine

241

Euro

14

 

Nell’ambito delle celebrazioni del centenario della morte di Carlo Michelstaedter la casa editrice Adelphi ha pubblicato un nuovo libro del filosofo goriziano con il titolo La melodia del giovane divino a cura di Sergio Campailla che raccoglie una serie di scritti raccolti attorno a tre sezioni: la prima filosofica, la seconda di racconti e la terza critico-letteraria. Il libro non contiene scritti inediti, ma ci offre un campione delle riflessioni, dei pensieri di Michelstaedter negli anni precedenti e nei mesi più prossimi alla sua morte avvenuta il 17 ottobre del 1910 per mezzo di una rivoltella rivolta contro la sua testa a soli 23 anni.

La lettura del volume riesce a darci, come è nell’intendimento del curatore, una visione del suo modo di vedere le cose, dei suoi interressi, delle sue convinzioni, sottratta alle analisi erudite dei suoi interpreti e quindi offerta ad un pubblico più ampio di quello che finora ha potuto apprezzare la qualità culturale del filosofo. Gli scritti contenuti nel libro possono essere considerati anche un interessante materiale preparatorio del lavoro che ha portato alla stesura della sua tesi di laurea La Persuasionee la Rettorica, un capolavoro assoluto non solo della filosofia italiana, ma anche di quella europea. La morte ci ha impedito di sapere cosa avrebbe potuto offrire ancora alla cultura e alla filosofia del Novecento, ma quello che abbiamo disposizione ci permette di esplorare un topos del pensiero suggestivo e inquietante.

Fa impressione che nei manuali di storia della filosofia adottati nei licei, anche i più completi, il nome di Michelstaedter non venga mai menzionato, sebbene a cent’anni di distanza il valore del suo pensiero venga ormai pienamente riconosciuto anche a livello internazionale.

Michelstaedter nasce e vive in quell’angolo dell’impero asburgico, crocevia tra Occidente e Oriente che è Gorizia, una città tranquilla, serena, dove gli austriaci venivano a trascorrere le vacanze, la chiamavano la “Nizza austriaca” e molti generali, ammiragli, alti funzionari dell’impero venivano a trascorrere il loro buon ritiro nelle dimore delle colline che accompagnano il corso dell’Isonzo. Carlo è il quarto figlio di un’agiata, famiglia ebrea originaria della piccola città tedesca Michelstadt, nella Germania centrale, trasferitasi a Gorizia nel Settecento. È bello, intelligente, arguto, la sorella Paula ne parla come di un  ragazzo vivace, socievole e appassionato del ballo e delle feste. È un «buon scolaro» e onora il padre Alberto con ottimi risultati negli studi in cui avevano fallito il fratello e le sorelle. Concluso lo Staatsgymnasium si trasferirà a Firenze per frequentare l’università nel 1905, cinque anni dopo concluderà il percorso terreno, l’unico che aveva e di cui era cosciente. Papini scrisse che la sua fu una morte metafisica collegata direttamente alla sua filosofia. «Per accettare sino all’ultimo, onestamente e virilmente le conseguenze delle sue idee».

Anche se l’affermazione del Papini non può cogliere tutte le ragioni di quel gesto, tuttavia ne coglie l’elemento essenziale.

Tutto il pensiero di Michelstaedter è rivolto a denunciare e fuggire «la placida schiavitù» in cui l’uomo è gettato, e scrutare la possibilità della insorgenza della libertà. Con largo anticipo rispetto al sorgere negli anni Venti della filosofia esistenzialista il filosofo goriziano mette a tema con grande e inquietante lucidità la dialettica contrappositiva in cui è stretto ogni singolo individuo tra la dimensione autentica e la dimensione inautentica della esistenza, appunto tra la persuasione e la rettorica, tra il qualunque esistere in cui l’uomo ha la libertà di essere schiavo, catturato nella ragnatela della socialità come scorrere anonimo e deresponsabilizzato e la risolutezza difficilissima e drammatica di una libera affermazione di sé, degli altri, del mondo. Poi, come ricorda Garin, i due poli dialettici della persuasione e della rettorica possono essere variamente espressi e tradotti come violenza e non violenza, libertà e servitù. Tertium non datur.

Ne La persuasione e la rettorica spiega che la libertà non è nello scorrere della vita, la quale si rappresenta come una cattiva infinità, mentre vivere è volere e la volontà è rinvio al futuro attesa, rinunzia. Il volere è identico al dolore della impossibilità, della distanza, del distacco, la voluntas si trasforma in noluntas. La vita consiste nell’inseguire la vita e questo inseguimento si trasforma in perdita, scissione, morte. La libertà è, al contrario, nel riscatto del qualunque esistere, del vivere inautentico come volontà di liberazione dai suoi vincoli; è il ricomporsi dell’unità dell’uomo attraverso l’assunzione piena del limite della morte. Ma non un esser-per-la-morte come in Heidegger. È assunzione dell’autenticità come consistere dell’uomo nell’attualità del presente che interrompe la continuità di Kronos e si possiede in sé come padrone e non schiavo del proprio mondo.

Nel libro di cui trattiamo vi sono, nella sezione filosofica, due scritti diversi tra loro che trattano del tema della libertà. Il primo che ha come titolo Peri eleutherias – la libertà – e come obiettivo quello di indicare cosa non è la libertà e dove non è la libertà. La libertà non è, non può aver luogo nelle spire della moderna società fondata sulla crescente finzione morale, sulla fiamma compiacente della vanità, nelle piccole solitudini che distruggono in te «ogni umanità». Ma non può dirsi libertà nemmeno quella del pensiero che mirando all’universale arriva a contemplare l’infinito, ma nello stesso tempo perde l’individuo e la sua finitezza. «A che cosa si riduce questa contemplazione e questa dominazione dell’infinito? – si chiede il filosofo goriziano – A un razionare. E bene lo dava a capire Kant, questo proletario della filosofia, quando s’occupava tante determinate ore della giornata a pensare». Qual è quindi il ruolo della filosofia? Solo quella di «sciogliere indovinelli, intrecciar paglia e far cappelli» e continuando su questo tono sarcastico «Uno l’ha preso da questa parte il problema della conoscenza? Bestia! Coglione! Bisogna prenderlo dall’altra, cambia nome alla parte, cambia nome al risultato: ecco una nuova scoperta filosofica. Va che sei battezzato!» (p. 63)

Quindi la filosofia, quando si riduce a puro esercizio intellettualistico non ha una funzione liberatoria, ma si configura come “la suprema finzione del nostro egoismo”.

Ma non può portare alla libertà nemmeno l’ideale professato dal «germanico Zaratustra, che fu bestialmente fulvo» e da cui derivarono «tutte le bestie più o meno fulve che da allora cominciarono ad infestare il mondo» (p. 61). Dell’eroe nicciano, ammirato in quanto portatore del messaggio della morte di Dio e critico della finzione morale, Michelstaedter non condivideva il carattere individualistico della sua predicazione, l’appello a professare fedeltà alla terra, alla natura che si traduceva in un’idea di libertà fondata su un misticismo unilaterale e mistificatorio, che non mirava alla ricomposizione dell’unità dell’individuo, ma si manteneva colpevolmente nella sua scissione.

In un altro paragrafo intitolato Discorso al popolo il tema della libertà perde qualsiasi paramento teorico e diventa immediatamente politico. È uno scritto del novembre del 1909 originato dalla indignazione per la condanna a morte di Francisco Ferrer y Guardia, anarchico spagnolo impegnato nel campo dell’istruzione e dell’educazione a favore dei giovani delle classi meno abbienti che, sospettato di coinvolgimento nell’attentato ad Alfonso XIII, nel 1906 fu imprigionato e nel 1909 giustiziato. Il discorso è immaginato come un comizio a una folla di operai ed è un inno alla rivolta contro la società borghese, contro la sua tirannide, un invito al rifiuto delle sirene ammalianti di una società comunque tirannica fondata sulla prepotenza, sulla forza smisurata di ordigni di guerra (p. 87). Il sogno del giovane filosofo è quello di creare un mondo dove regnerà l’uomo, l’uomo del lavoro, l’uomo sano nel corpo e nella mente che non avrà bisogno di leggi ingiuste, di istituzioni violente, ma il raccordo e l’amore fraterno fra gli uomini per imporre e difendere il regno del lavoro e della giustizia. In quegli anni di grandi cambiamenti e sconvolgimenti sociali Michelstaedter aveva scelto da quale parte stare come si comprende senza fraintendimenti nella conclusione del discorso «Viva il lavoro e la giustizia – morte alla borghesia» (p. 88).

Ma poi non ce l’ha fatta e la sua morte gli ha impedito di dare un futuro a questa profonda ansia di giustizia con un gesto disperato, ma profondamente consapevole, contro l’ingiustizia strutturale del mondo.

Nelle due sezioni dei racconti e quella critico-letteraria si rincorrono scritti che vivono sempre sul contrasto tra la libertà e i vincoli della vita, tra ricerca della verità e critica delle false convinzioni della morale sociale corrente. Vogliamo porre l’attenzione nella sezione racconti su uno in particolare Amicizia per un cane. È un racconto molto breve scritto completamente in greco e concluso con due versetti in spagnolo. L’uso del greco non è un vezzo, non è nemmeno uno strumento filologico per accentuare o sottolineare con più forza alcuni concetti del suo discorso, è una modalità del suo esserci. Michelstaedter pensa in greco, è la sua lingua e la sua forma espressiva più profonda; egli, come sottolinea Campailla, è «uomo antico» che trova nelle arcaiche radici elleniche la linfa della sua opposizione al presente, al dio della philopsuchia, dell’attaccamento alla vita che ci irretisce nella trama dei desideri.

Il racconto è la storia dell’ambivalenza e della vacuità di un sentimento, l’amicizia appunto, tra un saggio e un cane venuto presso la sua casa per cercar cibo. Il saggio accoglie con gran piacere il cane, lo nutre, gli si affeziona perché vede in lui la sua stessa condizione e amando il cane ama anche se stesso. Ma l’amicizia si rompe, si dilegua quando tornati i padroni di casa, adirati con lui, alla vista del cane, cacciarono il povero animale che ritornò mendico. Il saggio si indignò ma non disse nulla per paura di ritorsioni, per il timore di perdere ciò che aveva, cioè per il suo attaccamento alla vita. Si indignò poi con se stesso «ma ebbe timore della Notte, madre delle Eumenidi e punitrice dei ciechi e dei veggenti e desiderò la morte» (p. 161).

Nella parte degli scritti di critica letteraria è da sottolineare il confronto a distanza tra Gabriele D’Annunzio, il rettorico e Lev Tolstoj, il persuaso. In tre brani Michelstaedter si scaglia contro la superficialità estetica e morale di D’Annunzio e particolarmente violenta è la critica nei confronti de Il Piacere: «Dal punto di vista morale, sociale Il Piacere che proclama il sogno assoluto dell’egoismo individuale, che fa risaltare sopra ogni cosa la superiorità del sangue nobile sul plebeo, che predica la religione del soddisfacimento d’ogni istinto più sfrenato, è un’opera infame» (p. 173).

Solo leggermente meno violenti i giudizi nei confronti di Più che l’amore. D’annunzio rappresenta il prototipo eroico e immaginifico che più di altri incarna l’alienazione morale della rettorica e la sua povertà culturale.

Di converso il filosofo goriziano mostra una sconfinata ammirazione per Lev Tolstoj che nel 1908 compiva 80 anni. Per questa occasione scrive un apologo del vecchio scrittore di cui ammira il fatto che «in lui arte, vita e pensiero sono un tutto inscindibile». Per questo rispetto Tolstoj è paragonabile agli antichi filosofi greci. «Tutta la vita del grande autore russo non è che una lenta e faticosa evoluzione dell’uomo assiepato dai principi di classe, circondato da seduzioni e attrattive di ogni genere – all’uomo, all’uomo libero nel suo vero unico amore verso tutta l’umanità». Tolstoj per Michelstaedter è una delle rare persone in cui è possibile rappresentare il persuaso che ha saputo andare oltre la rettorica. È un esempio da seguire! Come Ibsen, altra stella polare del panorama culturale michelstaedteriano, che nella conclusione dello scritto viene accomunato a Tolstoj come esempio positivo di un modo di far letteratura fuori dalle mode superficiali del loro tempo.

«Non a caso – scrive – vien da pensare a Ibsen parlando di Tolstoj. Nella letteratura internazionale contemporanea, mentre l’arte scende ovunque alla ricerca del dettaglio – da Oscar Wilde a Gabriele D’annunzio – Ibsen e Tolstoj emergono dalla folla perché non s’accontentarono di esprimere sensazioni superficiali della loro anima, ma ne scrutarono le profondità per cavarne la nota più alta. Entrambi presero pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le gridarono in faccia: verità, verità!».

Tolstoj morì il 7 novembre del 1910, solo venti giorni dopo quel 17 ottobre di cento anni fa quando Carlo M. senti come insopportabile l’impossibilità di superare la coltre della menzogna della rettorica che avvolgeva il mondo, e decise di farla finita ormai convinto che non c’era nessuna ragione per continuare a vivere.