l teologo e l’economia. L’orizzonte economico di B. Lonergan.

Autore libro

Frederick G. Lawrence, Natalino Spaccapelo, Michele Tomasi

Casa editrice

Armando Editore

Città

Roma

Pagine

240

Si tratta di una raccolta di saggi sul teo- logo, ma anche economista e pedagogista, canadese Bernard Lonergan (1904-1984). Va detto che nessuno dei tre saggi che compongono la raccolta è inedito (quello di Lawrence lo è in italiano, quello di Toma- si in Italia); anche dei tre testi lonerganiani dell’Appendice due sono già apparsi in inglese, l’ultimo, una lettera, è inedito. Figura complessa quella di Lonergan, un’intellettuale capace, come dice Natalino Spaccapelo nell’introduzione, di contrap- porre una “proposta globale” alla crisi del ‘900, proposta che può risultare utile anche rispetto alla crisi in corso, manifestatasi sui mercati di tutto il mondo da fine 2008. An- che le implicazioni di quest’ultima infatti condividono con quelle del secolo passato, secondo Spaccapelo, il carattere “chiara- mente generale e universale, non sono sol- tanto di natura economica, ma anche - ed è titolo meritorio di Lonergan l’averlo espli- citato - di natura politica, sociale e culturale” (p. 7). Lonergan non intendeva accreditarsi come un pensatore reazionario, nel senso che intendeva produrre una critica moder- na della modernità, modernità che però considerava, secondo gli stilemi tipici del cattolicesimo reazionario, infirmata, alme- no stando alla ricostruzione di Spaccapelo, da “deviazioni razionaliste, scientiste, riduzioniste, relativiste e nichiliste” (p. 15).
Questa è però a nostro avviso l’aporia di fondo del pensiero di Lonergan, che da una parte ricercava una uscita positiva dalla cri- si, in termini di condanna del capitalismo, delle ingiustizie, della disumanizzazione, ecc., dall’altra era incapace di liberarsi da resistenti pregiudizi reazionari, che pre- supponevano un giudizio liquidatorio sul moderno e perciò stesso pregiudicavano la ricerca di una “terza via”.
Nel saggio di Spaccapelo la damnatio della modernità è patente, essa è valutata regolarmente en negatif, cioè come sem- plice “disintegrazione della grande sinte- si culturale del Medioevo” (pp. 17-18), quasi che per capire il moderno si debba ritornare al presupposto medievale, cioè ad un Aristotele posto da Tommaso “a servizio della teologia cristiana e catto- lica” (p. 20). Né il giudizio cambia con i secoli a seguire, fino a tutto il ‘700 (con l’eccezione di Vico, presentato come l’unico capace di ripensare alla storia a partire dal “mondo umano” cfr. pp. 72- 73) si affermerebbe infatti una modernità che anche laddove riscopriva il “classi- co”, dai Greci ad Aristotele in particolare, pure lo farebbe in modo da pregiare solo “ciò che è universale, necessario, astratto, normativo” e quindi smarrendo “la stori- cità dell’essere umano” (p. 23). Come si vede una lettura unilaterale e tendenziosa (la modernità come razionalismo e anti- storicità), che non aiuta a capire la “crisi generale” da cui sicuramente il mondo è attraversato e non certo da oggi.
Questo vale almeno per la ricostruzio- ne di Spaccapelo, perché Lonergan appare invece impegnato in un “rinnovamento di civiltà” che tendeva alla “costruzione di un mondo moderno”, cioè piuttosto a portare a compimento il progetto moderno; tanto più se è vero che sempre rifiutò il termine “post-moderno” convinto “che non tutte le conquiste dell’età moderna abbiano trovato ancora una piena e corretta realizzazione” (p. 20). Lonergan è anche netto nel rifiutare ogni mero ritorno alla “Old Theology” o a perdersi in una diffusione, questa sì post- moderna, di “theological fragments”, a suo dire occorreva una loro “new integration” (p. 24), una nuova sintesi, un pensiero forte per affrontare la crisi e il futuro della mo- dernità.
Appunto né reazione, né approccio cor- rivo ai “segni dei tempi”.
Lonergan sapeva che si trattava di un “tremendous challange”, ma i cattolici non potevano semplicemente rifiutare la cultura moderna, dovevano fare quello che Tommaso aveva fatto con i classici: il loro lascito “had to be known, assimi- lated, transformed”.
Stare nel moderno, starci criticamen- te (cioè modernamente), senza chiusure e nostalgie reazionarie (né empiti nuovi- sti, che a ben vedere sono anti-moderni essi stessi).
Letto in questi termini il pensiero di Lonergan è uno dei punti alti del confronto della chiesa cattolica con la modernità.
Lawrence si concentra sulla parte eco- nomica del suo pensiero, che iscrive nella categoria del “riformismo cristiano” (p. 89); ricorda altresì che il teologo canade- se cominciò ad interessarsi di economia dopo la crisi del ‘29, con l’ambizione di “elaborare una metafisica della storia che fosse una risposta veramente cristiana alle questioni sollevate da Hegel e da Marx” (p. 90). Solo con una operazione di questo respiro si poteva contrastare la crisi mate- riale e morale del moderno, perché “le for- ze politiche ed economiche devono essere assoggettate al dominio della ragione” (p. 91).
Dunque critica del razionalismo moder- no, ma in nome della “ragione”.
Questa forza teorica e morale poneva Lonergan nella condizione di produrre una critica serrata alle “leggi necessarie e ferree dell’Economia” capitalistica, per cui “si affamano i lavoratori per far fun- zionare il capitalismo” (p. 92) e ogni loro conquista viene vista come un attentato all’economia di mercato. Per altro Loner- gan innovava anche il tradizionale solidarismo cattolico che intendeva la proble- matica del “giusto salario” più in termini di “carità” che di “giustizia”, sostenendo invece che i “precetti morali” non devono essere più esterni e in definitiva ineffet- tuali rispetto alla “dinamica economica”, ma devono penetrarne e dunque modifi- carne i meccanismi (cfr. p. 92, ma anche p. 135).
Lonergan sapeva trarre anche altre con- seguenze assai interessanti: intanto la convinzione che la fiducia nei puri automatismi di mercato poteva essere “molto pericolo- sa per la libertà di mercato”, che l’attività produttiva non deve essere fine a se stessa (o all’accumulazione), ma tesa al “miglioramento delle condizioni materiali dell’esi- stenza umana”, da ultimo, a ‘chiudere’ il sistema del pensiero sociale lonerganiano, “il compito della politica è di costituire un ethos per gestire l’economia” (p. 95), senza peròarrivare a forme burocratiche di orien- tamento del mercato.
Insomma Lonergan rimaneva dentro il problema teorico di ogni “economista de- mocratico”: come contemperare autonomia dell’economico (cioè libertà del mercato) e primato della politica (l’economia, scrive- va, deve essere “subordinata” al “dominio politico”, p. 135), come concreta promozio- ne della giustizia sociale.
Lawrence ritiene di riassumere così l’antropologia cristiana di Lonergan: “un approccio alla democrazia fuori dal seco- larismo, sia del liberalismo che del socia- lismo” (p. 135).
Il saggio di Michele Tomasi ricostruisce l’insieme della dottrina sociale e mo- rale di Lonergan. Insiste molto sul ruolo della “minoranza creativa” (p. 150, ma su i rischi che divenga “minoranza dominan- te”, cfr. i due inediti di Lonergan pubbli- cati in Appendice, p. 204 e p. 214), unica alternativa agli egoismi individuali e di massa, ma insiste anche sulle condizioni di possibilità di una autentica democrazia e cioè su un “processo educativo e forma- tivo” capace di produrre cittadini e dun- que uomini politici consapevoli e attenti (p. 156).
Tomasi a sua volta attualizza il discor- so di Lonergan su economia e finanza; se infatti il gesuita canadese aveva iniziato dopo il ‘29 ad occuparsi di economia, se aveva cercato una “New Political Eco- nomy” fra ‘42 e ‘44, cioè durante la guerra, riprese poi con nuova lena a studiarla dopo la crisi successiva al ‘69, producendosi sta- volta, come detto in una nota redazionale all’Appendice, in una “critica radicale al- l’economia di mercato, nella versione delle società multinazionali degli anni Settanta” (p. 198).