Che cos è la fenomenologia? Movimento, mondo, corpo

Autore libro

JAN PATOČKA

A cura di

Giuseppe di Salvatore

Casa editrice

Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini

Città

Verona

Pagine

320

Euro

25

Mentre in Francia e in Germania Jan Patočka (Turnov 1907 —Praga 1977) è ormai considerato un classico, in Italia il suo pensiero è ancora poco noto. Da qualche anno, tuttavia, si è innescato un processo di riscoperta del pensiero patočkiano che, con molta probabilità, permetterà anche alla comunità filosofica italiana di recepire il filosofo boemo come una figura centrale della filosofia contemporanea. In tale direzione, un prezioso contributo ci viene offerto dall'attività editoriale della Fondazione Campostrini, che ha raccolto in una corposa antologia alcuni tra i più significativi contributi —in lingua ceca e tedesca —che Jan Patočka ha consegnato al panorama degli studi fenomenologici.

Il volume è stato curato da Giuseppe Di Salvatore, che ha tradotto i testi con la collaborazione di Eva Novakova e Milena Fučikova

Più specificamente, la raccolta antologica propone al lettore italiano la lettura di tredici testi: Osservazioni sulla posizione della filosofia all'interno e al di fuori del mondo (1934); Significato filosofico della concezione aristotelica del movimento e ricerche storiche dedicate al suo sviluppo (1964); Per una preistoria della scienza del movimento, il mondo, la terra, il cielo e il movimento della vita umana (1965); Fenomenologia e ontologia del movimento (1968); Forma del mondo dell'esperienza e esperienza del mondo (1972); Fenomenologia del corpo proprio (1967-1968); [Corpo e Mondo]; cap. VIII dell'Introduzione alla fenomenologia di Husserl (1965-1966); Corpo, possibilità, mondo, campo di apparizione (1972); La fenomenologia  come filosofia e il suo rapporto con le tendenze storiche della metafisica; cap. I dell'Introduzione alla fenomenologia di Husserl (1965-1966); Il soggettivismo della fenomenologia husserliana e la possibilità di una fenomenologia “asoggettiva” (1970); Il soggettivismo della fenomenologia husserliana e l'esigenza di una fenomenologia asoggettiva (1971); Che cos'è la fenomenologia? (1976).

Tale selezione è completata e arricchita da una densa post-fazione firmata da uno dei maggiori esperti del pensiero patočkiano, Renaud Barbaras.

Lungo la complessa trama intessuta dai testi appena citati, scorre la proposta filosofica più significativa che Jan Patočka ha lasciato in eredità alla riflessione occidentale, quella di elaborare una “fenomenologia asoggettiva” che riconosca alla fonte di manifestazione un'autentica irriducibilità alla legalità egologica, così come ad ogni altra struttura di stampo metafisico. In altre parole, il pensiero fenomenologico è sollecitato a riscoprire la fenomenalità come “campo di apparizione asoggettivo”.

Il campo di apparizione, o l'”Apparire come tale”, è asoggettivo, non identificabile con un'istituzione soggettiva, nella misura in cui si configura come sfondo a partire da cui tanto le cose quanto l'io giungono a manifestazione, in un rapporto di semiavvolgimento in cui echeggia il chiasma di matrice merleau-pontyana.

«Il piano di apparizione – non va inteso come qualcosa che "si produce" o "si costituisce" come la "sfera noematica", il "faccia a faccia"; esso non si può spiegare a partire dalla soggettività; la soggettività non è il suo correlato, perché apparein esso così come ogni altro ente» (236).

La soggettività patočkiana rinuncia al suo presunto ruolo di principio regolatore della costituzione del trascendente, lasciandosi ripensare come centro d'organizzazione rilasciato dall'Apparire, come principio fungente a cui la stessa fenomenalità fa appello affinché —offrendosi come polo ricettivo della manifestazione oggettuale — partecipi della sua opera di delimitazione dell'ente.

A prima vista, una simile concezione dell'originaria fonte di senso potrebbe essere accolta come l'effetto di un violento rovesciamento della fenomenologia husserliana. A ben guardare, tuttavia, le linee del progetto patočkiano si profilano proprio a partire dall'opera che costituisce l'atto di nascita  dell'indagine fenomenologiaca, le Ricerche logiche. Come se la tematizzazione della fenomenalità asoggettiva non fosse altro che il compimento di un processo di recupero ed esplicitazione del non pensato husserliano.

«La scoperta propria delle Ricerche Logiche è questo campo del mostrarsi il quale, perché la cosa stessa possa presentarsi e apparire, deve superare la cosa e la sua struttura materiale, un campo che nasconde in sé una legalità (Gesetzmässigkeit) sui generis, non convertibile tanto in quella dell'oggetto nel suo essere proprio quanto in quella dell'essere mentale nel suo carattere specificamente egologico. Questa legalità è una struttura che l'io, il "soggetto" deve necessariamente comprendere, senza la quale esso non saprebbe esistere nella chiarezza su se stesso e sulle cose; ma ciò comunque non vuol dire che tale legalità sia una struttura soggettiva. Per tematizzare la sfera dell'apparizione e delle sue legalità, Husserl ha bisogno di mezzi concettuali che la tradizione gli fornisce solo sommariamente. Ciò che egli ha di mira quando parla di "vissuti" e del loro "carattere intenzionale" non è nulla di soggettivo nel senso di egologico; al momento di redigere le Ricerche logiche Husserl non riconosce l'esistenza di un ego "puro" (270-271).

Tuttavia, Husserl non ha la necessaria forza per sopportare l'abissalità a cui le sue stesse Ricerche loespongono: non resistendo alla tentazione di salvaguardare la sfera fenomenale dal suo vuoto di fondamento, la installa sul vissuto intenzionale, così da innescare quel processo di surrezione soggettvista, trascendentale, che culminerà nella dottrina della correlazione noesi-noema, sistematicamente elaborata nel primo volume di Idee.    

Dunque, Patočka induce a pensare che la svolta trascendentale della fenomenologia scaturisca dalla necessità di appagare un certo istinto di assicurazione, a causa del quale Husserl effettua un raddoppiamento, una duplicazione dell'originaria fonte di manifestazione, che determina — da un punto di vista patočkiano — conseguenze catastrofiche per il destino della fenomenologia. Essa vede dissolversi sotto i suoi piedi il proprio campo d'indagine. La fonte di manifestazione, referente ultimo del fenomenologo, è evasa, obliata e, in ragione della costitutiva obbiettivabilità che sottende il movimento autoriflessivo del vissuto intenzionale, viene reificata.

La possibilità della "fenomenologia asoggettiva", soffocata sul nascere da quel pensiero husserliano che pure ne è gravido, pregno, trova un'ulteriore opportunità di maturazione tra le pagine di Essere e Tempo. Qui, tuttavia, proprio ciò che sembra attestare, e rivendicare, il carattere, il destino asoggettivo della fenomenologia — il progetto (Entwurf) —si rivela, da un punto di vista patočkiano, effetto di un subdolo, surrettizio, tradimento della promessa di desoggettivazione del metodo fenomenologico. Se da un lato, infatti, l'elaborazione heideggeriana della nozione di progetto pone l'io faccia a faccia con la sua impotenza costitutiva, dall'altro, conservando un'indelebile matrice idealistica, reitera l'husserliano movimento di assicurazione dall'abissalità del campo di manifestazione asoggettivo. «Heidegger qualifica come "scandalo della filosofia" il fatto che si sarebbe voluto provare l'esistenza reale dell'ente; ma questo è solo un tour de force, una giravolta con cui ci si pone all'interno del realismo, ma in fondo, visto che le possibilità sono progettate soggettivamente, si ricade in un idealismo indeterminato, in un'indeterminazione – è vero che le cose sono conosciute, ma esclusivamente in rapporto alle possibilità da me progettate» (230).

Alla luce di quanto affermato sinora, la proposta fenomenologica patočkiana sembrerebbe essere nient'altro che la sterile narrazione del tentativo fallito, da parte dei padri della fenomenologia, di emancipare l'indagine filosofica sul mondo dal potere normativo della soggettività. Come se Patočka stesso cogliesse nell'idea di asoggettivismo solo un orizzonte di possibilità destinate a rimanere irrimediabilmente inespresse.

Tuttavia, un'analisi approfondita del rapporto che il pensatore boemo stabilisce tra esistenza umana e  corporeità può aprire un varco per una tematizzazione dell'"Apparire come tale" che non si limiti a focalizzarne i segni del tradimento subito da Husserl e Heidegger, ma che piuttosto, positivamente, ne metta in luce la cifra peculiare.

Nel pensiero patočkiano, l'esistenza riscopre la sua estaticità, la sua progettualità, come energia sgorgante da un movimento che rimane irriducibile al controllo soggettivo, perché suscitato dalla tensione corporea all'appagamento dei bisogni, degli impulsi. È come se l'uomo ereditasse la sua costitutiva aperturalità proprio da quell'animale assorbito nel suo cerchio ambientale.

Basti pensare a quello che Patočka scrive dell'animalein Corpo, possibilità, mondo, campo d'apparzione: «dev'esserci un animale perché vi sia un campo percettivo e un campo d'azione [...]. L'animale, l'unità dell'animale...= esser possibile. L'uno e l'altro condizionati da un non ancora. [...] l'essere vivente esiste sempre prima di se stesso – si rapporta a...questo "rapportare a..."gli dev'essere aperto, non può crearlo lui stesso» (cfr 220).

Sono molto rari, in quest'antologia, così come nell'opera in generale, i riferimenti di Patočka ad una certa estaticità animale, ed ogni volta non danno seguito ad analisi esaurienti, rimanendo confinati  nello spazio di brevi annotazioni, di vane suggestioni.

L'esplicita intenzione di Patočka, infatti, è quella di compiere un regolare, irrimediabile, percorso di categorizzazione, di specificazione dell'uomo rispetto al vivente. Così, infatti, egli argomenta in Per una preistoria della scienza del movimento:«è indubbiamente presente nell'uomo una caratteristica che è specificamente umana, che non è riscontrabile in nessun'altra creatura: l'esigenza e la possibilità del rischio come può provarli solo un essere libero [...] (72, corsivo mio).

Si potrebbe affermare che, avvertendo il peso del debito che la sua concezione dell'esistenza ha contratto con la dimensione animale, Patočka creda di poterlo eludere formalizzando il rito ominizzante del raddrizzamento dalla condizione di nuda vita. Mentre è solo solo facendo chiarezza sulla complicità tra l'uomo patočkiano e la semplice creatura, che si possono porre le condizioni per un'effettiva tematizzazione della fenomenalità asoggettiva. 

Infatti, uno sguardo che abbracci l'opera di Patočka nella sua complessità non potrà non raccogliere una discreta quantità di indizi che attestano una certa tendenza a sovrapporre l'asoggettivo sfondo fenomenale ad una dimensione elementare, naturale, indizi che l'esistenza può seguire solo conforntandosi con il vivente che suscita il suo costitutivo movimento.

Più precisamente, facendo riferimento all'interpretazione heideggeriana dei presocratici, e di Aristotele, Patočka si approccia sovente al campo fenomenale mediante il termine physis, ma trasferendolo, in contrappunto con Heidegger, nel suo corrispondente latino, natura. Ad esempio, nell'opera del 1968 dedicta ai presocratici, e   intitolata Nejstarší řecká filosofie (La più antica filosofia greca) il filosofo boemo assimila la physis, nel suo senso fenomenologico, all'acqua di Talete, primordiale principio di generazione e corruzione.Come se invitasse, più o meno implicitamente, ad identificare il nascondimento, il sottrarsi dello sfondo di manifestatività (asoggettivo) con l'abissalità in cui il suolo naturale, l'elemento, la vita appunto, precipita la ragione. 

[Riccardo Paparusso]