Una funzione dello stereotipo

Modernità e metafisica
Villa
Abstract: 

 

L’articolo propone una riflessione sul frequente uso di stereotipi nell’ambito della odierna comunicazione politica. Questo intento viene perseguito proponendo ai lettori una visione per cerchi concentrici dei processi di categorizzazione ed interpretazione dei problemi sociali. . Parole chiave: funzione, stereotipo, agire politico, democrazia, scienza, opinione pubblica.

 

       Negli ultimi tempi è più volte risuonata la celebre frase di Luigi Einaudi «conoscere prima di deliberare», quasi ad esprimere un monito per una democrazia incapace di costruire concreti ed efficaci processi di riforma.

       Infatti, se oggi appare superata la tradizionale, rigida dicotomia tra pensiero riformista e conservatore, al contempo sembra manifestarsi in tutta la sua storicità la condizione di un paese che non riesce in alcun modo ad emendare i suoi più antichi difetti e ad affrontare le sfide più urgenti. Sfide che non riguardano soltanto le dinamiche interne all’apparato istituzionale – ovvero la realtà dei rappresentanti – ma anche e soprattutto aspetti cruciali della vita delle persone, rappresentate e non.

       Appare, quindi, in tutta la sua problematicità il quesito proposto da Zygmunt Bauman: «che genere di libertà è quella che frustra l’immaginazione e tollera l’impotenza delle persone libere nelle questioni che le riguardano?», (Bauman 2000). Egli afferma che, oggi, non esiste un modo semplice ed ovvio di tradurre le preoccupazioni private in questioni pubbliche e, inversamente, di identificare e mettere in luce le questioni pubbliche nei problemi privati. In sostanza, sembra spesso sostenere l’avvenuta cesura di ogni ponte tra vita pubblica e privata.

       Esistono elementi di verità in questo tipo di affermazioni, contestualmente però, nel caso italiano, appare anche veritiera la considerazione secondo cui esiste un filo continuo che lega pubblico e privato nella prevalente assenza di una comunicazione costruttiva che favorisca il cambiamento e la modernizzazione. Cosa impedisce, quindi, di «conoscere prima di deliberare»?

 

 

1.     Una funzione dello stereotipo

 

       La mente umana, rispondendo all’esigenza di interpretare la complessa realtà che la circonda, si contraddistingue per la necessità di selezionare alcuni aspetti di questa, classificando per categorie le innumerevoli informazioni e percezioni di cui dispone. Tale dinamica rappresenta, indubbiamente, la spina dorsale della conoscenza, dell’esperienza e di quelli che vengono solitamente definiti processi di apprendimento e socializzazione. Nella stragrande maggioranza delle situazioni l’essere umano agisce in conseguenza di un processo di semplificazione della realtà.

       In questo quadro, gli stereotipi rappresentano i più significativi e frequenti processi di categorizzazione della realtà sociale. Cercando una sintesi tra le innumerevoli definizioni di questo concetto è possibile affermare che lo stereotipo si configura come una credenza socialmente condivisa e culturalmente trasmessa, articolata in un insieme di caratteristiche attribuite ad un gruppo/classe di oggetti e formulate secondo criteri non logici, (Richter 1956). Il contenuto, eccessivamente semplificatorio, risulta non corrispondente alla realtà, in sostanza, esso và considerato un’astratta generalizzazione pressoché priva di una concreta ratio.

       Essi, inoltre, si caratterizzano per il fatto di avere una propria dimensione statica, rappresentata dall’intrinseca funzione di ipostatizzare un’idea o una concezione, ed un altrettanto rilevante dimensione dinamica, riscontrabile nell’estrema facilità di diffusione, ricezione e adattabilità. Per usare una metafora, lo stereotipo, così come il pregiudizio - che ne rappresenta una sottoclasse con connotazioni negative - sembrano viaggiare e diffondersi alla stessa velocità di un dato che circola sulla rete internet, radicandosi, nel tempo, molto più tenacemente di quest’ultimo. Allo stesso tempo, è necessario sottolineare il fatto che gli stereotipi non rappresentano le uniche modalità di mediazione della «ingannevole» realtà empirica:

 

«Il processo di categorizzazione di per sé è un meccanismo mentale naturale, che assimila alla categoria quanti più oggetti possibili in rapporto alla necessità dell’azione […]. Esso porta inevitabilmente alla formazione di giudizi e atteggiamenti aprioristici. Tuttavia il grado di attendibilità è determinato dalla quantità e qualità delle esperienze con gli oggetti che formano la categoria, e dalla coerenza logica della categorizzazione», (Delle Donne 1998).

 

       Scienza, conoscenza ed opinione pubblica possono correttamente rappresentare i tre livelli essenziali dei processi collettivi di categorizzazione e semplificazione della realtà. Partendo da questa suggestione per livelli concentrici è possibile riflettere sull’odierna funzione politica degli stereotipi, riferendomi, in tal senso, alla stragrande maggioranza dei fenomeni cui la nostra democrazia dovrebbe far fronte - ambiente, lavoro, immigrazione, istruzione, etica, solo per fare qualche esempio. Stereotipi che sembrano configurarsi, troppo spesso, come misura dell’opportunità e criterio della comunicazione politica. L’indispensabile dialettica democratica, non solo tra gli interessi di volta in volta in gioco, ma anche e soprattutto tra sapere dottrinale e responsabilità politica sembra davvero toccare i minimi storici. Tale dinamica rischia, quindi, di spianare la strada ad una iniziativa politica impostata su «logiche» connesse esclusivamente al senso comune, quando non del tutto populiste.

       Certamente, la prospettiva di questo articolo, oltre ad un punto di vista critico, ha molto a che spartire con quello che in filosofia politica viene definito approccio normativo allo studio della democrazia. Approccio che non ha mai cessato di considerare una dimensione morale delle relazioni di potere - sicuramente in contrasto con l’odierna, apparente produttività decisionale per decretazione. Tale approccio ha sicuramente il merito di cercare di indicare il viatico di un agire politico che «possa essere riconosciuto come buono, giusto, legittimo», (Petrucciani 2003).

 

2.     Scienza e conoscenza

       Per molti secoli la scienza ha viaggiato sul binario di una «epistemologia stereotipata». La presunzione di toccare la verità con mano, attraverso l’ausilio di una teoria certa, ha rappresentato l’illusione dell’oggettività per gran parte della storia del metodo scientifico, fino al superamento del paradigma positivista. Non a caso,  Max Weber sosteneva che il tipo ideale altro non è che uno stereotipo scientifico che rappresenta un complesso intrecciarsi di concause e fattori, in una situazione storica e sociale in cui non è facile isolare un fattore causale da un altro, la genesi di un processo da quella di altri contemporanei eventi. Ciò non toglie che una, così espressa, «epistemologia stereotipata» nulla ha a che vedere con lo stereotipo in senso stretto, nella misura in cui il metodo e la logica hanno sempre garantito importanti acquisizioni scientifiche, tecniche e di conoscenza.

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