Per una clinica dell’intergenerazionalità

Desiderio, società, politica
Stoppa

 


Mi chiedo se in fondo Freud per primo non abbia dato origine a una clinica dell'intergenerazionalità. E d'altronde Lacan ha tra i suoi esordi un lavoro che intitola “I complessi familiari”.


Nonostante questo, gli psicoanalisti non sempre hanno messo nella giusta luce la funzione della famiglia e della coppia genitoriale nello sviluppo del soggetto e nel progresso della civiltà: in particolare, il ruolo esercitato dal discorso e dall’istituzione familiare non solo nella trasmissione dei valori, degli ideali e delle norme di una certa cultura, ma soprattutto nell'acquisizione da parte del figlio di ciò che Lacan ha chiamato “il sentimento della vita”. Si tratta di un concetto che appare unicamente nel suo scritto sulle psicosi, quando afferma che questa patologia “è un danno che si genera nella giuntura più intima del sentimento della vita nel soggetto”. La parola “giuntura” ci riporta al nodo tra reale, simbolico e immaginario, il cui corretto intreccio appare determinante non solo per l'ingresso del bambino nell'ordine delle cose, ma soprattutto per la qualità della sua presenza sulla scena del mondo.


Cosa accade a questo proposito nella psicosi? Lo vediamo particolarmente bene nella condizione schizofrenica, dove il paziente, a causa di un difetto a livello del registro immaginario, è tirato agli estremi del simbolico da un lato (che si assolutizza come un dispositivo dotato di un automatismo totalizzante che ne fa una materia solida e invasiva: le parole “trattate come cose”) - e del reale dall'altro (ragione per cui la sostanza vivente delle cose – a partire dal proprio corpo – assume tratti altrettanto inquietanti e persecutori che si rivelano ingestibili per le risorse del soggetto).


Ora, in che modo la famiglia – al di là o, meglio, al di qua degli aspetti normativi o educativi – favorisce l'installarsi del sentimento della vita, cioè della capacità dell’individuo di accogliere il mondo e le presenze che lo abitano – compresa la propria – dando loro un orientamento umano? In sostanza, dunque, il sentimento della vita coincide con una particolare capacità di abitare in modi sufficientemente creativi gli universali in cui è compresa la nostra esperienza, cioè il linguaggio e il corpo, riuscendo allo stesso tempo a collocare prospetticamente la propria vicenda personale in un orizzonte più ampio di quello di una singola esistenza. In una logica, appunto, transgenerazionale. Cosa che ci fa dedurre che una clinica dell'intergenerazionalità non può prescindere dall'analisi delle modalità con le quali il bambino viene introdotto in un mondo governato dai simboli.


Una madre e il suo bambino riescono in questo tipo di operazione riscoprendo e ricostruendo insieme la formula umana dell'esistenza, riannodando, nel qui ed ora del loro incontro, la trama complessa e talora traumatica del percorso di umanizzazione dell’essere parlante. Nell'attraversamento di quel laboratorio che è la prima infanzia, sono nella fattispecie entrambi chiamati al delicato compito – tutt'altro che automatico, come dimostra l'esito psicotico – di reinventare le condizioni umane del dispositivo simbolico che soprassiede l'esperienza di ogni essere parlante. Potremmo dire, a tal proposito, che la lingua materna rappresenta effettivamente il salvataggio del background affettivo, dello sfondo patico del linguaggio codificato e standardizzato. Non si deve infatti credere che “in principio” ci fu la lallazione e poi sia arrivato, come si trattasse di un'istanza maturativa, il corretto apprendimento del linguaggio adulto. In realtà, il linguaggio è già lì da sempre, potenza non di rado minacciosa, sorta di forca caudina che grava sui soggetti: non a caso Lacan parla dello psicotico come “martire del linguaggio”.


 


Prendersi gioco del linguaggio


 


Madre e figlio, quindi, si giocano il linguaggio, nel doppio senso da un lato di animarlo emotivamente e sensorialmente (l'alfabeto privato che li lega l'un l'altro, lalingua lacaniana) e dall'altro di dribblarne gli effetti più anonimizzanti grazie a quel dolcemente traumatico affiorare dell'eros materno capace di scompaginare l'organismo del lattante fino ad allora compiaciuto nel suo placido accomodamento agli standard omeostatici del principio di piacere. Una madre sufficientemente buona è, così, anche una madre seduttrice, e ciò che la distingue da una madre perversa è che la sua seduzione non ha come effetto il richiudersi della relazione su se stessa, sul bisogno di compensare la propria mancanza grazie all'esistenza del figlio, “feticizzando” il suo corpo: il suo erotismo è infatti il ponte che permetterà al bambino, invece, di innamorarsi della vita, di ciò che è al di qua e al di là di entrambi e del loro legame. Per far questo, come direbbe Winnicott, lei gli ha concesso di pensarsi l'inventore del mondo (cioè lo ha indotto a esercitare al massimo grado la sua creatività: un salutare delirio a due che come si vede serve a ridimensionare l'onnipotenza della macchina simbolica), o, come direbbe Lacan, lo ha fatto sostare e lo ha cullato al livello in cui la parola non serve a nulla,  puro dispendio, godimento, ritmo che si giustifica in sé; ma, in questo modo, serbatoio di senso umano, “tesoro dei significanti”.


 


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