Thomas S. Kuhn: rivoluzioni scientifiche, tensione essenziale e principio di analogia

Modernità e metafisica
Scattone

THOMAS S. KUHN: RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE, TENSIONE ESSENZIALE E PRINCIPIO DI ANALOGIA

Nella seconda metà del Novecento la filosofia della scienza è stata caratterizzata da un profondo cambiamento che ha portato al progressivo abbandono dell’impostazione neopositivistica, aprendo l’epistemologia al confronto con altre discipline, dalla storia della scienza alla sociologia, dall’economia alla psicologia della scoperta scientifica[1]. Nell’ambito di queste nuove tendenze un ruolo centrale è stato svolto da Thomas S. Kuhn (1922-1996), noto soprattutto per il fondamentale saggio The Structure of Scientific Revolutions[2]. In questo scritto Kuhn sostiene che nella pratica della scienza la scelta fra ‘paradigmi’ o quadri teorici alternativi non è basata su metodi rigorosi, ma dipende in buona parte da fattori extralogici, tanto da assomigliare a un’esperienza di conversione religiosa. Per Kuhn lo sviluppo del pensiero scientifico è caratterizzato dall’alternanza fra periodi di ‘scienza normale’, in cui viene consolidata una certa immagine del mondo, e periodi di ‘scienza rivoluzionaria’, che provocano un rapido sovvertimento di tale immagine (come è avvenuto, ad esempio, con la rivoluzione copernicana o con l’avvento della fisica relativistica)[3].

In effetti Kuhn ha introdotto l’uso del termine ‘paradigma’ per indicare quelle “conquiste scientifiche universalmente riconosciute che, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili per coloro che praticano un certo campo di ricerca”[4]. Esempi di paradigmi intesi in questo senso potrebbero essere l’astronomia tolemaica o quella copernicana, la dinamica aristotelica o quella di Newton, la teoria della relatività di Einstein, e così via. È proprio l’accettazione di un paradigma a costituire e a definire una comunità scientifica: quest’ultima, all’interno degli assunti caratteristici del paradigma, sviluppa quella che Kuhn chiama la ‘scienza normale’. Durante il periodo di scienza normale la ricerca si fonda stabilmente su alcuni risultati raggiunti dalla scienza nel passato e a cui “una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore”[5].

Sviluppare la scienza normale significa per Kuhn principalmente risolvere, nell’ambito del paradigma vigente, una serie di problemi o ‘rompicapo’ (puzzles). In questa attività di risoluzione di rompicapo la ricerca normale ha un carattere cumulativo, nel senso che nuove conoscenze si vanno progressivamente accumulando nel corso del tempo in un processo lineare di accrescimento. Tuttavia la ricerca scientifica evidenzia sempre nuovi fenomeni e aspetti della realtà; a un certo punto la comunità degli scienziati si troverà di fronte a risultati sperimentali recalcitranti, che non riesce in alcun modo a inserire all’interno del quadro teorico accettato. Vi sarà cioè un’anomalia grave, un problema o un insieme di problemi che sfidano i presupposti centrali del paradigma, costringendo la comunità degli scienziati a sostituire il vecchio quadro teorico con uno nuovo. È proprio così che ha inizio una fase di ‘scienza rivoluzionaria’, una ricostruzione del campo su basi rinnovate: insomma, una rivoluzione scientifica.

Va peraltro sottolineato che le anomalie sono individuabili solo sullo sfondo fornito dal paradigma dominante: è rispetto a esso che determinate risultanze osservativo-sperimentali si evidenziano come anomale, spingendo a un cambiamento di prospettiva. Fra tradizione e innovazione vi è dunque una ‘tensione essenziale’ che può, a seconda del contesto scientifico, storico e culturale, sfociare in una correzione del vecchio paradigma o in un suo abbandono a favore di un nuovo quadro di riferimento.

Il concetto di ‘tensione essenziale’ fra tradizione e innovazione era stato introdotto da Kuhn già in un testo[6] della fine degli anni Cinquanta. Vi si definivano le rivoluzioni scientifiche come episodi durante i quali una comunità scientifica modifica il proprio modo di guardare al mondo: “La maggior parte delle nuove scoperte e teorie nelle scienze non sono semplici aggiunte alla raccolta attuale delle conoscenze scientifiche. Per assimilarle lo scienziato deve in generale risistemare l’attrezzatura intellettuale e manipolativa sulla quale ha precedentemente contato”[7].

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[1] Una buona introduzione a quest’area di studi è D.Gillies, G.Giorello, La filosofia della scienza nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 1998.

[2]Th.S.Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, Chicago 1962, trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1978.

[3] Fra gli autori che hanno influenzato l’epistemologia di Kuhn ha un ruolo centrale il sociologo R.K.Merton, di cui cfr. Social Theory and Social Structure, The Free Press, Glencoe (Ill.) 1949, trad. it. Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna 1959. Sul tema delle rivoluzioni scientifiche cfr. anche I.B.Cohen, Revolution in Science, Harvard U.P., Cambridge (Mass.) 1985, trad. it. La rivoluzione nella scienza, Longanesi, Milano 1989.

[4] Th.S.Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions (1962), trad. it. cit., p.10.

[5] Ibid., p.29. Cfr. anche G.Giordano, Tra paradigmi e rivoluzioni. Th.S.Kuhn, Rubbettino, Catanzaro 1997.

[6] Cfr. Th.S.Kuhn, The Essential Tension, in C.W.Taylor (ed.), University of Utah Research Conference on the Identification of Scientific Talent, University of Utah Press, Salt Lake City 1959, pp.162-174, una cui versione modificata è disponibile in traduzione italiana in Th.S.Kuhn, La tensione essenziale. Cambiamenti e continuità nella scienza, Einaudi, Torino 1985, pp.244-260.

[7] Ibid., trad. it. p.246.