Società e antipolitica nell'epoca post-edipica

Desiderio, società, politica
Marchianò

Il 44° rapporto del Censis sulla situazione sociale dell’Italia ha suscitato un interessante  dibattito poiché, forse per la prima volta, è stato utilizzato  un insieme di concetti della psicologia per spiegare alcuni mutamenti della società italiana. In particolare, il rapporto, come ha poi sottolineato lo stesso presidente del Censis, De Rita, deve molto alle teorizzazioni di Massimo Recalcati e ad suo recente volume[1]. Il dibattito ha dato vita ad in interessante carteggio tra i due studiosi ospitato dai giornali, in particolare dal Manifesto.


            In uno di questi interventi, ragionando sul potere politico  in Italia, continuando ad utilizzare per i concetti della psicologia, Racalcati ha proposto di suddividere la sua evoluzione in tre stagione: quella del fascismo, caratterizzata dalle folle infantili alla ricerca del capo carismatico; quella della prima repubblica, nella quale, come nel complesso di Edipo, c’è una comprensione del ruolo limitante del legge in virtù di un bene comune; quella che va dalla fine della repubblica dei partiti ad oggi e si caratterizza per manifestare lo scioglimento di ogni legame sociale a favore di un individualismo iper-regressivo.


            Partendo da questa suddivisone, in questo contributo si proverà a vedere da un’angolazione sociopolitologica, un po’ più da vicino il succedersi di queste tre fasi.


 


Un’infanzia fascista


Il periodo del totalitarismo fascista è per Recalcati di tipo «preedipico» perché «qui la figurazione del potere si impernia sulla figura ipnotica e carismatica del duce, del leader che soggioga la folla dall’alto del suo pulpito. La voce, lo sguardo e il corpo tout court del capo diventano oggetti d’idolatria. La folla, come ha spiegato bene Freud, si rispecchia in un ideale incarnato nello sguardo invasato e ipnotico del suo capo. Nel nome di questo ideale (la natura, la razza, la storia) si poteva giustificare ogni male. L’ideale elevato a Causa assoluta è in effetti, come ha mostrato lucidamente Hannah Arendt, il cuore pulsante di ogni totalitarismo. La paranoia è la figura clinica che meglio illustra questa adesione fanatica alla Causa eletta come principio etico assoluto»[2].


Gli elementi che prevalgono in questa fase sono l’incoscienza  e l’irresponsabilità delle masse e lo strapotere dell’autorità carismatica. Da un punto di vista  psicologico, la fase preedipica precede nell’individuo l’ingresso vero e proprio nella società reale, quando cioè le pulsioni individuali vengono frenate dall’osservanza delle regole utili al benessere e alla sicurezza collettivi. Inoltre, in questa fase prevale un forte attaccamento verso la madre e, poco dopo, verso il genitore di sesso opposto.


            Se al posto dell’individuo poniamo la società italiana, l’avvento del fascismo potrebbe essere definito, richiamando in maniera del tutto arbitraria un lessico psicologico, come uno shock dell’ infanzia che blocca sul nascere un’evoluzione successiva più matura, verso una dimensione adulta. Infatti, già alla fine il periodo giolittiano, grazie all’allargamento del suffragio (esteso a tutti i trentenni alfabetizzati che avessero prestato il servizio militare) era aumentato un senso di partecipazione e responsabilità che aveva contribuito a far nascere un seppur debole e limitato capitale civico. E non a caso, con le elezioni del 1919, svoltesi con un sistema elettorale proporzionale, i partiti politici che meglio rappresentavano le istanze sociali e popolari, avevano avuto un ottimo risultato (156 deputati socialisti; 100 deputati cattolici). La nuova società italiana veniva dunque formandosi come una democrazia più matura, sebbene ancora vi fossero molti passi da compiere, nella quale i bisogni individuali venivano ad essere articolati politicamente dalle organizzazioni di massa.


            Purtroppo, il sistema dei partiti era ancora troppo fragile: da un lato perché la classe dirigente liberale mancando di un partito organizzato e di massa e perdendo del tutto la rappresentatività della società italiana, rinunciava a collaborare con le componenti popolari e socialiste; dall’altro perché anche queste componenti, spesso, erano caratterizzate da spinte radicali che rendevano difficili le alleanze. Così, dopo le elezioni del 1922, la crisi parlamentare seguente favorisce l’ascesa di Mussolini che possedeva soltanto una manciata di deputati, eletti, per giunta, grazie all’inclusione nelle liste liberali. Mussolini prende il potere in un contesto di debolezza approfittando proprio della scarsa tenuta delle istituzioni liberali.


Perché il fascismo divenisse dittatura si dovettero, però, compiere due passaggi in qualche misura concatenati: passare ad un sistema elettorale ipermaggioritario (la legge Acerbo); sciogliere tutti i partiti politici; la violenza fu l’altra componente che prevalse poiché ai suoi esordi il partito fascista non aveva alcun consenso, solo con la soppressione dei partiti e la decapitazioni dei loro gruppi dirigenti fu possibile aumentare il potere.


            Altro aspetto da rilevare è che nella sua prima fase, il fascismo e il suo Duce, non presentano tratti carismatici. Il carisma[3], secondo Weber, è «una qualità considerata straordinaria (...) che viene attribuita ad una persona. Pertanto questa viene considerata coma dotata di forze e proprietà soprannaturali o sovrumane, o almeno eccezionali in modo specifico, non accessibile agli altri, oppure come inviata da Dio»[4].  Ciò che fa emergere il carisma è il «riconoscimento» spontaneo dei dominati che avviene in base ad una «prova» cui è sottoposto il detentore del carisma[5]. Il potere carismatico fonda la sua legittimità non sull'aspetto razionale della norma ma su un aspetto irrazionale quale appunto quello delle masse che si riconoscono nel messaggio di un uomo al quale attribuiscono doti particolari e ad egli affidano il futuro delle loro sorti saldandosi in una sorta di comunità[6]. Nell’ascesa al potere di Mussolini[7]non accade nulla di tutto ciò. L’elemento carismatico inizia ad apparire molto dopo, quando non ci sono più i partiti (e quindi la loro funzione di tratto d’unione tra la società civile e le istituzioni) e quando viene imposto con operazioni manipolatorie delle masse il culto della personalità; operazione alla quale Mussolini, appassionato lettore  del Le Bon, tenne particolarmente. Forse, Mussolini esercitò un certo fascino carismatico, ma solo presso i seguaci del suo partito; forse, in una fase più avanzata, più forte è stato il suo ruolo carismatico, soprattutto per via del sostrato culturale dell’Italia, fortemente cattolico, infatti «il culto del duce sembra chiamare in causa la tradizione cristiana e, in particolar modo, la Chiesa cattolica»[8]. Ciò nonostante, quello che appare prevalere è che carisma e consenso si poterono costruire artificialmente sulla debolezza e sul vuoto della società italiana, «per cui si può dire che si trattò di un consenso assai più “fabbricato” che non criticamente meritato, e questo prova che, nel suo complesso, la società civile era intrinsecamente povera di un’autentica sensibilità democratica»[9]. Nei sistemi politici solidi, con forti partiti, i fascismi hanno poche chance di vittoria.



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[1]Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano, 2010.



[2]Massimo Recalcati, Benvenuto De Rita tra i miei lettori, «Il Manifesto», 07/12/2010



[3]Il termine carisma deriva dal greco charis ed indica ciò che privilegia la grazia, lo splendore, la luce, e nelle sue prime elaborazioni è presente in ambito religioso; cfr. Luciano Cavalli, Carisma. La qualità straordinaria del leader, Laterza, Roma-Bari, 1995.



[4]Max Weber,Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, Tübingen 1922, trad. it. Economia e Società, 5 voll., Edizioni di Comunità, Torino, 1999, p. 140 e successive.



[5]Ibidem



[6]Ibidem



[7]Per una recente, agile ed esauriente ricostruzione dell’ascesa al potere di Mussolini, che evidenzia gli aspetti di debolezza politici, sociali e culturali, cfr. Donald Sasson, Mussolini and the rise of Fascism, HarperCollins, London 2008; trad it., Come nasce un dittatore, Rizzoli, Milano, 2010.



[8]Luciano Cavalli, Il leader e il dittatore, Ideazione Editrice, Roma, 2003, p. 253



[9]Carlo Tullio-Altan, Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Feltrinelli, Milano, 1989, p. 239