Rischio e responsabilità: riflessioni sulla società greca

Società senza rischio?
Bearzot

Il tema dell’assunzione del rischio, di notevole rilevanza sociologica, non è facilmente apprezzabile nella società greca in tutti i campi in cui lo è in quelle contemporanee. Il verbo che esprime l’idea di “correre il rischio”, kindyneuo, è spesso applicato a un campo particolare: l’esporsi al pericolo per la patria in guerra, una necessità su cui la mentalità comune concordava senza difficoltà. Ma non è possibile, per esempio, valutare adeguatamente aspetti come il rischio d’impresa (pure esistente: basti pensare ai rischi corsi dagli impresari navali, i naukleroi, e dai mercanti che operavano su vasto raggio, gli emporoi, nonché da chi concedeva loro prestiti)[1]o come la sostenibilità del welfare state (che non esisteva del tutto, salvo sporadici provvedimenti)[2]. Tuttavia, si tratta di un tema che si presta ad alcune considerazioni di carattere non sistematico, relative alla prassi politica, che qui propongo.


1)


Il principio della responsabilità è ben chiaro nelle città greche per quanto concerne i magistrati.


In Erodoto (III, 80) il fatto che i magistrati siano soggetti a rendiconto è considerato uno dei cardini del sistema democratico, accanto al sorteggio delle cariche e all’abitudine a “mettere in comune” ogni decisione. Il rendiconto avveniva attraverso una particolare procedura, denominata euthyna/euthynai (si trovano entrambe le forme, singolare e plurale), che ci viene descritta da Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi del 325 ca.; in epoche precedenti essa era certamente in vigore (la tradizione la fa risalire all’epoca di Solone, quindi agli inizi del VI), ma non sappiamo in che misura la procedura più antica corrispondesse a quella nota per il IV secolo avanzato.


In Aristotele la procedura appare complessa. Prima di tutto, va precisato che, indipendentemente dal rendiconto di fine mandato, i magistrati erano controllati ad ogni pritania (ognuna delle dieci parti in cui era diviso l’anno amministrativo) ad opera della boulé, il Consiglio di 500 membri sorteggiati fra tutti i cittadini di età superiore ai trent’anni incaricata di istruire la pratiche da presentare all’assemblea e di diverse altre incombenze; il controllo riguardava sia la gestione politica del mandato (Costituzione degli Ateniesi 43, 4, per le magistrature o archaí; cfr. 61, 2 per gli strateghi), sia la gestione finanziaria. Nel primo caso, era l’assemblea a stabilire se la gestione fosse corretta, con un voto per alzata di mano; nel secondo (Costituzione degli Ateniesi 48, 3) i buleuti sorteggiavano al loro interno dieci loghistaí (“contabili”), con l’incarico di verificare i conti dei magistrati. Vi era poi il rendiconto di fine mandato, le vere e proprie euthynai. Esse si dividevano in due fasi. La prima era affidata a dieci loghistaí annuali, diversi da quelli precedentemente ricordati e sorteggiati fra tutti i cittadini: affiancati da dieci synegoroi, essi ricevevano il rendiconto finanziario da parte dei magistrati usciti di carica e lo presentavano al tribunale. I giudici, se trovavano qualcuno colpevole di furto o di corruzione, lo condannavano a pagare una multa pari al decuplo della somma sottratta o usata per la corruzione stessa; se lo riconoscevano colpevole di malversazione, lo condannavano a pagare la somma corrispondente all’entità del danno, e la somma raddoppiava in caso di ritardo nel pagamento (Costituzione degli Ateniesi 54, 2). Una volta superata questa fase, si passava a quella più strettamente politica. I buleuti sorteggiavano al proprio interno dieci euthynoi, uno per tribù(Costituzione degli Ateniesi 48, 4-5): il termine, che è connesso con il vb. euthynein = “rettificare, correggere”, si può tradurre con “revisori”. Costoro, assistiti ciascuno da due paredroi (“assistenti”), dovevano sedere, nelle ore di mercato, nell’agorà, accanto alla statua dell’eroe eponimo di ciascuna tribù (il luogo che fungeva da “bacheca pubblica”). Se un cittadino intendeva presentare una denuncia di carattere pubblico o privato (che interessava, cioè l’intera comunità o il singolo querelante) contro un magistrato che, uscito di carica, aveva già superato il rendiconto in tribunale, entro trenta giorni dall’avvenuta rendicontazione doveva scrivere su una tavoletta il proprio nome, quello dell’accusato e la colpa di cui lo accusava, aggiungervi la pena che gli sembrava opportuna e consegnarla poi all’euthynos. Quest’ultimo, dopo aver svolto una breve indagine preliminare, se riteneva vi fosse luogo a procedere smistava le cause ai magistrati competenti: i “giudici dei demi” per quelle private, gli arconti tesmoteti per quelle pubbliche. I primi giudicavano direttamente; i tesmoteti, invece, introducevano il caso al tribunale popolare[3].



* * *


[Per la consultazione integrale dell'articolo, si prega di passare per la piattaforma di e-paper  della rivista]


* * *


 



[1]Nel caso di prestito a cambio marittimo (chremata nautika, daneion nautikon), la somma veniva prestata per finanziare operazioni commerciali per mare. In caso di naufragio, avarie, assalto di pirati, perdita della merce, il rischio era a carico del creditore che concedeva il prestito; in compenso,gli interessi etano altissimi (dal 20-22% al 30-32% per viaggi andata/ritorno; 10-12% per viaggi di sola andata; gli interessi terrestri erano intorno al 12% annuo). La garanzia era  costituita dalla nave, se il mutuatario era proprietario della nave su cui viaggiava;da merce di valore doppio della somma mutuata, se viaggiava su nave altrui.  Cfr. U.E. Paoli, Il prestito marittimo nel diritto attico, in Studi di diritto attico, Firenze 1930, 9-137.


 



[2]Cfr. U. Roberto (a cura di), Tra marginalità e integrazione: aspetti dell’assistenza sociale nel mondo greco e romano (Atti del Convegno, Roma, 7-8 novembre 2012), in corso di stampa.


 



[3]Cfr. M. Piérart, Les eÜqunoiathéniens, AC 40 (1971), 526-573; M.H. Hansen, The Athenian Democracy in the Age of Demosthenes. Structure, Principles and Ideology, Oxford-Cambridge 1991, 222-224; A. Efstathiou, Euthyna Procedure in 4th C.: Athens and the Case on the False Embassy, Dike 10 (2007), 113-135.