Ragione pratica, filosofia e vita. Prospettive per una ricerca.

Linguaggio e potere
D'Amato

 


 


Secondo Fichte la metafisica è “deduzione genetica di ciò che compare nella nostra coscienza”[1], e la filosofia deve dedurre quei fatti della coscienza nella loro genesi secondo una ricostruzione trascendentale.


Come è emerso dalle lezioni tenute da Marco Ivaldo sulla ragione pratica (in Kant, Reinhold e Fichte) nel marzo del 2012 presso la Scuola di Roma dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici[2], la ragione pratica svolge nella filosofia di fichtiana un ruolo architettonico costituente: se Kant parlava di un primato della ragion pratica sulla ragione teoretica, con Fichte abbiamo un ampliamento di questo primato e una posizione di funzionalità della ragione teoretico-rappresentativa nei confronti della ragione pratica. Fichte descrive la ragione pratica (nel paragrafo 5 della Fondazione dell’intera dottrina della scienza) secondo la figura di uno sforzo: una attività pura dell’Io che tende all’infinito. In questo tendere all’infinito l’Io si coglie come limitato: in quanto questa tendenza (pratico-costituente) incontra delle resistenze, determinate come oggetti possibili di esperienza, lo sforzo all’infinito non può che essere una tendenza (all’infinito), la quale viene limitata dall’incontro con  un oggetto urtante. Nel riflettere sull’urto l’io non fa altro che rappresentare ciò che resiste al suo tendere (ideale e pratico) all’infinito. Ne emerge che la ragione teoretica è un momento secondario, rispetto al momento costituente della ragione pratica, in cui ci si rappresenta la cosa della resistenza. Si vanno così delineando due poli (apparentemente) distinti che hanno il comune punto di origine nel cosiddetto sforzo: da una parte la libertà dell’Io, articolata dalla ragione pratica e dominata dalla legge morale; dall’altra la necessità della natura, determinata dalla ragione teoretica e dal principio di causa-effetto. Detto in maniera più diretta: la sfera della soggettività e la sfera dell’oggettività. Come Ivaldo afferma, in merito alle considerazioni circa la recensione di Fichte sull’Enesidemo di Schulze: “La realtà – corsivo mio -  è costituita di atti pratici e di momenti teoretici in rapporto a una resistenza, che emerge come tale nella libera attuazione della coscienza.” Questo è un punto importante perché emerge come, già nella recensione all’Enesidemo (precedente alla Fondazione dell’intera dottrina della scienza), Fichte avesse una idea chiara sia del rapporto intercorrente tra ragione pratica e ragione teoretica, che della ragione pratica come tendere iperfisico che configura il mondo dell’esperienza. Ripetendo: lo sforzo è attività pura dell’io in rapporto a un oggetto possibile (ragione pratica) e l’oggetto possibile viene determinato come tale grazie alla ragione teoretica (l’io si configura come tendente-riflettente).


Riallacciandomi a quanto detto poco fa, si delineano pertanto due sfere (apparentemente) distinte: la sfera della oggettività e la sfera della soggettività; alle quali Francesco Moiso[3] fa coincidere rispettivamente: natura e libertà. La distinzione tra natura e libertà (le quali, ricordo, hanno come unico centro di scaturigine, che li determina come tali, il cosiddetto sforzo) conduce a una distinzione concettuale non solo che riguarda questi due poli (natura da una parte e libertà dall’altra), ma anche a una distinzione che Fichte riconosce nella sua filosofia; quindi, direi, una distinzione non solo interna ma anche esterna. Tale distinzione è la distinzione tra filosofia e vita. Come rileva sempre Moiso, questa distinzione va prendendo sempre più forma esplicita nel corso progressivo delle opere di del filosofo: qui Moiso fa particolare riferimento alla Zweite Einleitung in die Wissenschaftslehre del 1797; mentre io vorrei prendere in esame un’altra opera del nostro autore, risalente al 1801. L’opera in questione venne pubblicata in concomitanza con la fiera di Pasqua di Lipsia presso l’editore Cotta con il titolo: Rendiconto chiaro come il sole al grande pubblico sull’essenza propria della filosofia più recente. Un tentativo di costringere i lettori a capire[4].


 


* * *<?xml:namespace prefix = o />


 


[Per la consultazione integrale dell'articolo, occorre collegarsi con la piattaforma e-paper  della rivista]


 


* * *





[1]J.G. Fichte, Sul concetto della dottrina della scienza o della così detta filosofia, in F. Costa (a cura di), Fichte. La dottrina della scienza, Laterza, Bari, 1971, p. 7.



[2]Su questo cfr. adesso: M. Ivaldo, Ragione pratica. Kant, Reinhold, Fichte, ETS, Pisa 2012.



[3]J.G. Fichte, F.W.J Schelling, Carteggio e scritti polemici, a cura di F. Moiso, Prismi, Napoli, 1986, Introduzione.



[4]J.G. Fichte, Sonnenklarer Bericht an das größere Publikum, über das eigentliche Wesen der neusten Philosophie. Ein Versuch, die Leser zum Verstehen zu zwingen, in J.G. Fichte, Werke, a cura di F. Medicus,Bd. III, Eckardt, Leipzig, 1910, pp.537-644. Per l’edizione italiana, J.G. Fichte, Rendiconto chiaro come il sole al grande pubblico sull’essenza propria della filosofia più recente. Un tentativo di costringere i lettori a capire, a cura di F. Rocci, Guerini e associati, Milano 2001.