Politico e crisi della politica in Jean-Luc Nancy

Conflitto e democrazia
Mele

 

Nel precedente articolo, pubblicato nel numero 2-2010 di “Λeύssein”,  abbiamo esaminato alcuni aspetti della filosofia di Jean-Luc Nancy relativamente al nesso strettissimo che egli stabilisce tra ontologia ed etica, tra praxis e libertà, oltre che alla sua serrata critica della contemporaneità, dominata dall’immane potenza del capitale, dalla indifferenza assiologica e dalla equivalenza generale di ogni significato.

Di fronte a ciò, in special modo nei suoi ultimi lavori, Nancy sottolinea l’esigenza di capire come cambiare segno al presente e affermare quella che egli chiama la significanza egualitaria, cioè una nuova creazione di valore e di senso.

Questo appello chiama in causa funzione e modalità, oltre che della filosofia, in primo luogo proprio della politica, non a caso questa è stata oggetto di una ininterrotta attenzione teorica da parte del filosofo francese dalla fine degli anni ‘70 ad oggi.

Questa ricerca è stata transitata dalla storia del mondo e quindi, pur nella sua unitarietà, rivela, nei singoli momenti, accenti e interessi diversi.

Nel novembre del 1980 a Parigi presso L’École Normale  Superieure,  a rue d’Ulm, si inaugura il Centre de Recherches philosophiques sur le politique, su iniziativa di Jean Luc Nancy e Philippe Lacoue-Labarthe. Il Centro lavorerà per quattro anni, fino a che nel 1984 Nancy e Lacoue-Labarthe decideranno che il suo compito è esaurito ed venuto il momento di chiudere.

Il Centro riuscì ad essere un importante spazio di discussione, che impegnò molti intellettuali come Derrida, che aveva favorito e incoraggiato l’apertura del Centro, ma anche Claude Lefort, Jean Francois Lyotard e altri.

Il nucleo centrale della ricerca promossa dal Centro si riassunse nell’interrogazione sull’essenza del Politico, con particolare attenzione a tre temi principali, che Nancy e Lacoue-Labarthe in una relazione dal titolo La ritirata del politico, svolta il 21 giugno del 1982 a conclusione del secondo anno di attività del Centro, così riassumevano: “1) La questione del Filosofico e del rapporto tra filosofia e politica; 2) La questione del totalitarismo; 3) La questione riguardante ciò che avevamo definito la ritirata (del Politico)”.[1]

Il primo punto, a cui si annodano gli altri due, si configura come una interrogazione sulla co-essenzialità o co-appartenance del Filosofico e del Politico, che riprendeva una suggestione contenuta in una conferenza tenuta da Derrida nel ‘68 a New York, pubblicata in Francia nel 1972 nel libro Marges -de- la philosophie[2], con il titolo Fins de l’homme[3]. In essa si sosteneva che l’essenza del Filosofico è necessariamente e originariamente legata all’essenza del Politico.

Per quanto li riguarda, Nancy e Lacoue-Labarthe affermano che “questo coinvolgimento reciproco del filosofico e del politico non si riferisce semplicemente, anche a livello di ‘storicità’, all’origine greca – non è una scorciatoia per giungere alla polis sofistica e al suo garante, l’anthropos logikos.  Esso è, in realtà, la nostra situazione o il nostro stato: intendiamo con ciò, nei postumi o après-coup mimetici o commemorativi dell’‘invio’ greco che definisce l’era moderna, l’attualizzazione o l’installazione del filosofico come politico, la generalizzazione (la globalizzazione) del filosofico come politico ed anche, similmente, il regno assoluto o la ‘dominazione totale’ del politico”[4].

Nel lavoro del Centro si sollevarono varie critiche e incomprensioni sull’utilizzazione dei termini “Filosofico” e “Politico” in luogo di “filosofia” e “politica”. “Il nostro Filosofico, spiegano i nostri autori, è metafisica”. Esso “designa una struttura storico-sistematica – che, fino a tempi recenti, avremmo potuto chiamare l’Occidente –, di cui la filosofia è ogni volta la tematizzazione, la prefigurazione o l’anticipazione, la riflessione (critica o no), la contestazione, e così via, ma che tuttavia supera di gran lunga i confini sostanzialmente ristretti del campo delle operazioni del vero filosofare”.

Se il filosofico coincide con la struttura sistematica dell’Occidente e le sue determinazioni, che ritroviamo nei concetti di civiltà, cultura, ideologia, mentalità, è plausibile parlare di una co-appartenenza essenziale del Filosofico e del Politico. E in questo caso “il Politico non designa la politica, ma il presupposto politico della filosofia (o se si preferisce, della metafisica), ovvero, la determinazione politica dell’essenza”.Questa correlazione “non produce in sé una posizione politica”, ma indica la “vera e propria posizione del Politico”, come il rapporto reciproco e biunivoco che si iscrive, nell’orizzonte del moderno, tra la polis e il soggetto. “Ciò che ancora dobbiamo pensare, in altre parole, non è una nuova istituzione (o istruzione) della politica attraverso il pensiero, ma l’istituzione politica del cosiddetto pensiero occidentale”.[5]

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[1]Philippe Pacoue-Labarth, Jean-Luc Nancy, Reteating the Political , New York, Reutledge, 1997, p. 122.

[2] In Italia il libro di Jacques Derrida viene pubblicato solo nel 1997, con il titolo Margini della filosofia (Torino, Einaudi, 1997). Il saggio a cui si fa riferimento è Fini dell’uomo, Ivi, pp. 153-186.

[3]Ibidem., p. 153.

[4]Philippe Pacoue-Labarth, Jean Luc-Nancy, Reteating the Political, op. cit., p.  110

[5]Ibidem, p. 113.