Platone: alcuni spunti di riflessione sul linguaggio veritativo Verità e parola

Linguaggio e potere
Eustacchi

 


Per affrontare il tema del linguaggio veritativo in Platone occorre ripercorrere le tappe del pensiero precedente in cui si è posta la questione della corrispondenza tra linguaggio, conoscenza e verità.


La prima tappa è costituita da Parmenide che afferma una corrispondenza assoluta tra linguaggio ed essere: vista l’impossibilità di pensare e dire il “non è”, in forza di un embrione del principio di non contraddizione che vieta di porre un soggetto (che quindi è) contraddetto dal predicato (non è), ciò che si dice corrisponde a ciò che è, si può dire e pensare solo l’essere. Non è possibile stabilire una separazione tra il dire l’essere e l’essere stesso, visto che solo l’essere può e deve essere affermato: se il dire fosse staccato dall’essere sarebbe necessariamente una forma di non essere.


Questa posizione, nella sua assolutezza e rigidità, ha  un effetto immediato sul mondo fenomenico, che non può essere descritto da questa logica, in quanto in esso le cose 1) divengono, cioè passano dall’essere al non essere e viceversa, e 2) sono molteplici, quindi costituite di unità che, per il fatto di essere uno specifico oggetto, non sono l’altro.


L’Eleatismo è quindi costretto da una parte a proporre un discorso ontologicamente assoluto tanto da presentarsi come una sorta di rivelazione della Dea, dall’altro a rinunciare a costruire discorsi che spieghino la realtà, mostrando al contrario che il mondo fenomenico è sede di contraddizioni irrisolvibili. Questa è la strada percorsa soprattutto da Zenone. I discorsi che costruisce non affermano quello che sembrano affermare: egli pone come premessa una posizione non sua e tali sono anche le conseguenze; ma visto che gli argomenti portano ad esiti assurdi, la premessa deve essere negata. I suoi argomenti muovono cioè dall’accettazione della visione comune del mondo e fanno emergere come essa sia auto-contraddittoria. Ciò ha un effetto: essi mostrano che si possono affermare su uno stesso soggetto predicati opposti, cioè si può dire di una stessa cosa che è sia in quiete sia in movimento, che è sia finita sia infinita per grandezza, etc. Zenone rivela che il linguaggio può essere usato sia in un versante positivo sia in uno negativo, cioè su terreni opposti o, quanto meno, che si danno possibilità di argomentazioni diverse. Senza accorgersene egli inizia così ad introdurre una critica radicale all’identificazione parmenidea di linguaggio, verità ed essere e si avvia sulla strada che porterà ai dissoi logoi sofistici, cioè a quei ragionamenti duplici, riguardanti i valori etici, l’insegnabilità della virtù e il criterio di scelta delle cariche politiche, che adducono su ogni cosa argomenti pro e argomenti contro[1] e insegnano come sia possibile sostenere l’argomento più debole.


Muovendosi in difesa di un pensiero assoluto, Zenone comincia ad incrinare uno dei fondamenti di questo pensiero ossia l’assoluta verità del linguaggio.


 


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[1]          Cfr. DK 90. L’edizione a cui faccio riferimento per i rimandi ai frammenti dei presocratici è la seguente: G. Reale, I Presocratici, Traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti della raccolta di Hermann Diels e Walther Kranz, Bompiani, Milano 2006.