Perché la “Bestia” è sempre “l'Altro”: rappresentazioni di perpetratori e vittime di stupro nella stampa italiana

Linguaggio e potere
Tranchese

 


Introduzione


Negli ultimi anni la rappresentazione dell’immigrazione nei media mainstream italiani è stata caratterizzata da una retorica allarmistica, soprattutto in relazione alla sicurezza del paese. Allo stesso tempo, la violenza contro le donne a opera di cittadini provenienti da paesi del terzo mondo o in via di sviluppo è diventata un tema all’ordine del giorno nella stampa italiana.


Questo studio si basa sul quadro teorico della Critical Discourse Analysis (CDA) sviluppato da Norman Fairclough (1989[1], 1992[2], 1995[3]) e, partendo dal testo come realizzazione del discorso, esamina il modo in cui perpetratori e vittime di stupro vengono rappresentati dalla stampa, il modo in cui immigrazione e violenza vengono collegati e, infine, strumentalizzati per fini politici. L’analisi si fonda su un corpus di circa 1800 articoli pubblicati tra il 1999 e il 2008 da «La Repubblica» e «Il Corriere della Sera».


 


Media, potere e ideologia


Il flusso costante di notizie a cui la società moderna è esposta rappresenta oggi un fattore significativo di controllo sociale. In Italia questo tipo di controllo non viene effettuato in maniera coercitiva; la parola censura, infatti, evoca periodi bui come quello del fascismo, la libertà di stampa è ormai un dato di fatto[4]. L’arma attraverso la quale oggi i media in generale e la stampa in particolare possono esercitare controllo sulla società è il consenso. Ottenere il consenso vuol dire integrare gli individui in sistemi di controllo senza l’uso della forza, generando un senso di appartenenza che porta all’accettazione volontaria dell’ideologia dominante, ovvero del “significato al servizio del potere”[5].


L’ideologia generalmente figura in maniera implicita, sottoforma di senso comune nel discorso e contribuisce a produrre e riprodurre in maniera velata relazioni di potere non eque. In questo senso si può parlare di potere ideologico come potere nascosto, caratterizzato da un’apparenza di senso comune sotto la quale si cela un’essenza dominante che finisce per essere legittimata e accettata. Il concetto di “senso comune” è quindi centrale nella creazione e nell’accettazione dell’ideologia dominante, in quanto è attraverso la presupposizione dell’esistenza di un sistema condiviso di valori che si arriva alla loro accettazione. Gramsci[6] definisce il potere ottenuto attraverso il consenso come egemonia. Parte del potere egemonico della classe dominante è legato al controllo che essa ha sulla definizione del senso comune e sulla legittimazione di determinate pratiche a discapito di altre. Quello che dunque diventa  senso comune è in gran parte determinato dal blocco dominante della società, di cui i media formano parte integrante. I mezzi di comunicazione di massa (e coloro che li posseggono), infatti, fanno parte di quell’alleanza di capitalisti i cui interessi sono mirati al profitto.


Uno dei mezzi attraverso i quali il potere mediatico trova maggiore espressione è la possibilità di scegliere le notizie, ovvero di fornire un’informazione parziale (nel duplice senso di incompleta e di parte). Questa selezione è operata soprattutto in base a quello che in inglese viene chiamato il criterio di newsworthiness, ovvero il valore della notizie. Non tutte le storie, infatti, diventano notizia; le storie che raggiungono le pagine dei giornali sono soltanto quelle che fanno notizia. Oltre al potere di scegliere cosa raccontare, la stampa ha anche il potere di decidere come raccontare gli eventi e da chi farli raccontare. Scegliere quale fonte includere (e quale escludere) vuol dire decidere quale, tra le possibili versioni della realtà, verrà fornita al pubblico. Non tutti, però, hanno le stesse possibilità di far sentire la propria “voce” attraverso i media. Questa possibilità è infatti distribuita in maniera tutt’altro che democratica nella società, basti pensare che la stampa tende a ricorrere a fonti “affidabili” ed “autorevoli”, rappresentate di solito da autorità ufficiali e/o finanziarie. Si crea così una sorta di circolo vizioso in cui i ricchi e/o potenti vengono continuamente chiamati in causa per legittimare lo status quo[7]. Vale la pena sottolineare come il potere dei media non sia legato ad un singolo articolo, bensì come questo derivi dall’effetto cumulativo dovuto alla ripetizione di un particolare tipo di discorso.


Al termine “discorso” sono stati attribuiti molti significati; lo stesso Foucault[8] afferma di essersi riferito al discorso talvolta in maniera astratta in riferimento al dominio degli enunciati, talvolta in maniera concreta per indicare un gruppo di enunciati e talvolta in riferimento alle regole che governano questo gruppo di enunciati. La CDA definisce il discorso come un modo per rappresentare diversi aspetti del mondo, dunque, discorsi diversi rappresentano punti di vista diversi. A differenza del testo, il discorso non è una categoria dell’ambito linguistico; il discorso è una categoria che deriva da e appartiene all’ambito sociale. Il rapporto tra testo e discorso è uno di realizzazione, in quanto il discorso trova la sua espressione nel testo. Nella CDA il linguaggio non è un concetto astratto, ma è “language in use”, ovvero linguaggio inserito in un determinato contesto[9].



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[1]N., Fairclough, Language and Power, Longman, London, United Kingdom, 1989.



[2]N., Fairclough, Discourse and Social Change, Polity Press, Cambridge, United Kingdom, 1992.



[3]N., Fairclough, Critical Discourse Analysis: The Critical Study of Language, Longman, New York, United States of America, 1995.



[4]Nel 2008 l’indice mondiale della libertà di stampa stilato dall’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere (RSF), ha visto l’Italia posizionarsi al 44° posto su un totale di 186 paesi. Il rapporto annovera tra i motivi della ridotta libertà di stampa in Italia il conflitto di interessi tra la posizione di Silvio Berlusconi come primo ministro e proprietario di un impero mediatico.



[5]J.B., Thompson, Studies in the theory of ideology, Polity Press, Cambridge, United Kingdom, 1984.



[6]A., Gramsci, Quaderni del carcere, Giulio Einaudi editore, Torino, 1971.



[7]R., Fowler, Language in the News: Discourse and Ideology in the Press, Routledge, London, United Kingdom, 1991.



[8]M., Foucault, The Order of Discourse, in M. Shapiro (a cura di), The Language of Politics, Blackwell, Oxford, United Kingdom, 1984.



[9]G., Kress, Ideological structures in Discourse, in T.A. van Dijk (a cura di), Handbook of Discourse Analysis. Discourse Analysis in Society, Academic Press, London, United Kingdom, vol. 2, pp. 27-42.