Nicolas Sarkozy presidente, tra rupture e tradizione

Lo sguardo di Cassandra
Genga
1. 2007-2010: da un’urna all’altra

Le elezioni regionali del marzo 2010 rappresentano uno spartiacque nel mandato di Ni- colas Sarkozy e sanciscono l’archiviazione di un ciclo politico. Sul bilancio di questa prima fase presidenziale influisce, infatti, il divario tra due congiunture elettorali agli antipodi. Da una parte l’atmosfera trionfalistica che nel 2007 aveva contrassegnato l’insediamento di Sarkozy, approdato all’Eliseo sull’onda della rupture e di un rinnovato protagonismo della figura presidenziale. Dall’altra il clima di debacle conseguente alla secca sconfitta delle re- gionali. Il duro colpo incassato dalla maggioranza presidenziale ha effettivamente incrinato l’immagine del capo dello Stato, creando le condizioni per un rimpasto della compagine governativa, che vedeva in lizza sedici suoi componenti tra ministri e segretari di Stato.
Le dimensioni del tracollo elettorale forniscono indicazioni che è opportuno non igno- rare. Sebbene la funzione di sanzione delle elezioni intermedie sia inscritta nella routine repubblicana e fossero, per questo, del tutto prevedibili alla vigilia sia una bassa affluenza alle urne sia una flessione di consensi per la maggioranza, l’esito delle urne ha penalizza- to lo schieramento presidenziale oltre le aspettative. L’astensione ha toccato livelli senza precedenti per questo tipo di scrutinio (53,64%). Su scala nazionale il dato aggregato della destra parlamentare (26,02% al primo turno, 27,39% al secondo) è il peggiore dal 19581 e coincide con un ulteriore arretramento rispetto alla geografia elettorale del 2004. Avendo perso in Corsica i neogollisti dell’Ump controllano solo una delle 22 regioni metropolitane, l’Alsazia, e due in Oltremare, la Guyana e la Réunion.
L’ampiezza del saldo elettorale negativo finisce dunque per incidere su una valutazione di medio termine dell’esperienza sarkozyana. La supposizione che questa battuta d’arresto sia il sintomo di un fallimento ed il preludio ad un irreversibile calo di consensi è certamente forzata dal punto di vista analitico, ma trova spiegazioni plausibili nell’orizzonte di attese di inizio mandato. In altre parole, qualsiasi valutazione politica sul mi-mandat di Sarkozy deve confrontarsi con il tema ingombrante della rupture. Solo dopo aver ricostruito il significato di questo concetto-totem e le forme della sua manifestazione originaria si può tentare una lettura dell’ultimo triennio francese.
La tendenza a rimarcare la portata del risultato delle regionali 2010 è, infatti, direttamen- te proporzionale al pathos del maggio 2007, quando i commentatori non avevano lesinato l’enfasi, attribuendo a Sarkozy gli epiteti più vari: « l’hyperprésident », « le nouveau Napoléon », « le tsarkozy », o il « p’timonier ». Questo flusso di emozione collettiva aveva una duplice coloritura. Agli umori entusiastici dei sostenitori si contrapponevano i timori di quanti, soprattutto a sinistra e probabilmente con qualche esagerazione, temevano involu- zioni in senso repressivo, autoritario ed inegualitario. Si scorgeva nel presidente neoeletto l’incarnazione dell’homo novus in grado di impersonare il ritorno della politica e di rivita- lizzare una funzione presidenziale mortificata dai “re fannulloni”, colpevoli di aver presie- duto senza governare. La rupture, anche nella sua versione tranquilla su cui Sarkozy aveva prudentemente virato dall’inizio della campagna, si riassumeva nella resurrezione della de- cisione politica al servizio del cambiamento5 e creava un clivage tra arcaismo chirachiano e neopolitica6 sarkozyana.
L’insistita retorica del cambiamento, ricorrente in quasi tutti gli appuntamenti elettorali, non è certamente un elemento originale, e non descrive in maniera esaustiva la rilevan- za dell’avvento di Sarkozy. L’ipotesi della sua eccezionalità può però trovare conforto nei dati delle urne. Intanto, il risultato conseguito da Sarkozy al primo turno (11.448.663 voti) è, in termini assoluti, un primato. Il dato è superiore al punteggio di Mitterrand nel ’74 (11.044.373) e a quello di de Gaulle nel ’65 (10.828.523). Con la percentuale del 31,18% il leader dell’Ump è tornato ad un livello che un candidato della destra mai aveva toccato dal ’74. Inoltre, con i 18.983.138 voti del secondo turno ha superato Ségolène Royal di 2.192.698 suffragi, ossia del 6,12%. Se si eccettuano le atipiche presidenziali del 2002 solo un’affermazione era stata più netta: quella di de Gaulle nel ’65. Infine, il tasso di partecipa- zione elettorale è cresciuto tornando ai livelli del ’74, ossia attorno all’85%. Le presidenziali del 2007 hanno rappresentato una parentesi nell’incremento costante dell’astensione che la Francia conosce da circa 20 anni.
All’enfasi sul cambiamento e alla forza delle cifre elettorali si somma la così detta iper- personalizzazione sarkozyana, versione accentuata della “normale” personalizzazione della Quinta repubblica. Le aspettative di un protagonismo vicino al solipsismo erano, per di più, alimentate dagli annunci con i quali Sarkozy aveva espresso la volontà di monopolizzare la scena politica prefigurando una sorta di onnipresidenza. Questa concezione bulimica della leadership va, anche qui, spiegata guardando alla congiuntura del 2007. Sarkozy è il succes- sore di un presidente, Jacques Chirac, la cui immagine ha finito per sovrapporsi alla prospet- tiva del declino francese. L’identificazione di Chirac con l’idea stessa di decadenza è ma- turata durante due mandati burrascosi, caratterizzati da fasi di alta conflittualità sociale, dal cronicizzarsi della situazione economica del paese e da vicende politiche sul cui andamento Chirac indossa responsabilità dirette, per scarsa incisività o a causa di consistenti errori di valutazione. Nei dodici anni chirachiani hanno preso corpo gli spettri dell’ingovernabilità, dell’ininfluenza della politica, del velleitarismo presidenziale. Prima con le riforme proposte dal governo Juppé nel ’95 e subito bloccate da un’ondata di scioperi. Poi con l’improvvido scioglimento dell’Assemblea nazionale che ha spalancato il campo alla vittoria della gauche plurielle e a un quinquennio di coabitazione. Ancora, con le presidenziali senza precedenti del 2002, segnate dalla sorprendente eliminazione di Jospin al primo turno e dal plebiscito di massa contro l’ineleggibile Le Pen al secondo. Successivamente sono arrivati il pesante rovescio alle regionali, nel 2004, ed il no francese al referendum sulla Costituzione europea nel 2005. A completare il quadro hanno contribuito la disastrosa rivolta delle banlieue, l’aspro confronto con i movimenti giovanili ingaggiato da de Villepin sul Contratto di primo impiego e la maldestra gestione dello scandalo Clearstream. Chirac è così assurto a simbolo dell’impotenza di governo, dell’inefficacia della politica ridotta a mera amministrazione. Nella fase conclusiva del suo secondo mandato è tornato allora a palesarsi, in alcuni settori dell’intellighenzia gollista, lo spauracchio di quel male francese già tratteggiato a tinte fosche da Peyrefitte in un saggio del ‘76, non a caso ripubblicato nel 200610. Jacques Chirac è sembrato inadeguato a soccorrere la “Francia che cade”. L’elezione di Sarkozy è stata letta come estrema risposta alle invocazioni dei declinisti, che individuano nell’esperienza chiracchiana un’involuzione del messaggio modernizzatore del gollismo, un immobilismo incapace di governare una società complessa alle prese con il doppio fronte del conflitto identitario interno e della competizione economica globale. Toccava dunque al portaban- diera di un gollismo autentico e redivivo restituire smalto ad una Francia in decadenza. Il neoeletto sesto presidente della Quinta repubblica è stato accolto, nel bene e nel male, come artefice della fine del gollismo consensuale.
L’accostamento tra le campagne elettorali presidenziali del ’95 e del 2007 evidenzia, peraltro, un interessante rovesciamento metaforico: si passa dalla fracture sociale che Chirac prometteva di ricomporre alla rupture di costumi che Sarkozy annuncia di voler realizzare. A tre anni di distanza le proporzioni impreviste assunte dalla bocciatura elettorale sollevano pesanti interrogativi sulle modalità, il significato ed il destino stesso di questa missione. La problematica valutazione del risultato regionale ha indotto alcuni commentatori a denunciare l’eccesso di rottura, in altri il deficit nell’innovazione delle pratiche. Altri ancora hanno rilevato gli errori di metodo in cui il presidente sarebbe incorso nella prima metà del suo mandato. Il fideismo nei confronti del leader provvidenziale si è incrinato di fronte alla necessità analitica di spiegare la brusca sanzione che ha chiuso la prima fase del quinquennato.

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