Linguaggio della coscienza e linguaggio del potere

Linguaggio e potere
Vettraino

 



1.      MEDIAZIONE E RICOMPOSIZIONE DIALETTICA IN HEGEL E IN MARX


 


Nella recente conferenza sul rapporto tra linguaggio e potere in Hegel tenuta presso la Scuola di Roma dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il Prof. Luigi Ruggiu ha riconosciuto l’essenza della Darstellung hegeliana nell’eliminazione della fissità empirica del dato esperito dal soggetto, risolto nella mediazione assoluta con il suo altro da sé, nella sua necessaria oggettivazione. Dal dato, quindi, si passerebbe al processo attivo d’autocoscienza dell’oggettivo in quanto momento alienante, “reificante” del dato stesso, nel suo movimento conoscente.


Per Hegel dunque, sottolinea Ruggiu, la libertà assoluta sta nel trapassare di ogni momento dell’opposizione dialettica nel suo contrario, nell’annullarsi-ritrovarsi reciproco dei lati della contraddizione attraverso cui l’Idea, nel suo storico realizzarsi come Sapere assoluto, conosce se stessa, pone se stessa come processo conoscitivo. Libertà per Hegel significa mediazione assoluta degli opposti, dialogo incessante (anche linguistico oltre che concettuale) tra il sé e il proprio altro, riconoscersi teorico e pratico tra autocoscienze, tra figure autonome ed indipendenti (sempre in modo relativo, come nel caso della dialettica servo-padrone).


Ciò risulta particolarmente evidente, e lo stesso Ruggiu non dimentica di sottolinearlo, in opere quali la Fenomenologiadello Spirito e laScienzadella Logica, nelle quali emerge al massimo grado il travaglio di mediazione del Concetto, del Soggetto come lotta per la conquista del Vero, della sua piena e concreta conoscenza. D'altro canto occorrerebbe sottolineare, rispetto a tale interpretazione,  come il punto centrale e decisivo dell’intera filosofia hegeliana rimanga il momento della “risoluzione” della contraddizione, della ricomposizione della mediazione, del ritorno a sé del soggetto dopo essersi oggettivato nel suo opposto, dopo essersi riconosciuto e fattosi altro da sé. Il ritorno cioè dell’Idea a sé dopo essersi alienata, dopo essersi fatta “storia”, materia, concretezza sensibile, processo dialettico oggettivato. La libertà per Hegel non sta solo nella mediazione, ma nella concreta (e cioè realmente spirituale) ricomposizione della contraddizione e della scissione dialettica alienante dell’Idea in, con e per se stessa. Questa per Hegel è la libertà; il ritorno, ad un più elevato grado di coscienza-consapevolezza, del Soggetto a sé in quanto verità, unità dialettica di universale e particolare, essere e non essere, natura e storia, ragione e materia.


Rivolgere la propria attenzione in maniera esclusiva al momento della mediazione corrisponde del resto ad una lettura del sistema hegeliano molto diffusa negli ultimi decennni. Occorre in effetti riconoscere che, col venir meno della forza attrattiva del materialismo marxiano, è in atto in termini chiari il tentativo di rimuovere, per quanto possibile, gli aspetti più marcatamente idealistici e spiritualistici del pensiero hegeliano, come appunto il tema summenzionato della risoluzione ideale della mediazione[1].


Se va riconosciuto, in questa tendenza, lo sforzo di rendere giustizia alla filosofia hegeliana, liberandola dai limiti del panlogismo crociano e gentiliano, e dal dogmatismo storicista proprio di buona parte del pensiero marxista novecentesco, rimane che in tal modo, come già sottolineato dalla scuola di Galvano della Volpe, si finisce non solo per ignorare il carattere idealistico della filosofia hegeliana, ma anche per non cogliere il significato della rottura epistemologica operata da Marx. Fare di Hegel il teorico della mediazione orizzontale delle autocoscienze porta in altri termini ad occultare il “rovesciamento” materialistico della dialettica hegeliana, compiuto da Marx fin dai suoi scritti giovanili.


Se è vero che Marx riconosce la grandezza insuperabile di Hegel nell’aver dato forma compiuta al processo dialettico nella sua totalità dispiegata, rimane, nondimeno, che lo stesso Marx non perde occasione per attaccare i limiti ideologici, idealistici, feticistici che il sistema hegeliano porta con sé[2].


Fu lo stesso Galvano della Volpe, traducendo per primo in Italia la Criticadel diritto statuale hegeliano, e portando a compimento la raccolta degli Scritti filosofici giovanili, a ridare luce alla polemica radicale di Marx contro le “ipostatizzazioni” attraverso cui opera la dialettica idealisticamente ispirata, e a mettere in evidenza il rapporto conflittuale e anch’esso profondamente dialettico tra Hegel e Marx[3].



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[1]     Un’operazione già ampiamentedescritta da Lucio Colletti nella sua famosa critica radicale al Linkscommunismus dei vari Lukàcs e Korsch, nella seconda parte de Il marxismo e Hegel, Laterza, Bari 1969. Cfr soprattutto le  pp. 334-356. Sulla critica alle ipostatizzazioni hegeliane cfr. i capitoli XI e XII.



[2]     Cfr. Mario Alcaro, Dellavolpismo e nuova sinistra, Dedalo, Bari 1976,  pp. 128-129.



[3]     Solo nei primi anni sessanta, con una serie di scritti (Sulla dialettica, Dialettica in nuce e Chiave della dialettica storica), della Volpe si riapproprierà, in una certa misura, dell’essenza dialettica del pensiero di Marx, soprattutto ragionando sulla categoria della contraddizione, che lo studioso rivaluterà  dopo averla sempre contrapposta alla contrarietà degli opposti. Un processo simile avvenne in Lucio Colletti, che avallò nella sua famosa Intervista politico-filosofica, la scoperta sconvolgente (a suo dire) della radice dialettica del pensiero di Marx, che Colletti stesso ammise di aver volutamente procrastinato per decenni, e che determinò il suo personale distacco dal marxismo. Una crisi soggettiva che molti critici, più o meno suggestionabili, hanno deciso di far coincidere con la crisi del marxismo tout court.