Linguaggio degli antichi, linguaggio dei moderni

Linguaggio e potere
Cavaliere

 


Premessa


Il linguaggio assume, in ciascun momento storico, un legame strettissimo con la vita politica. Ciò avviene non solo nelle forme che sono note, della politica che si serve del linguaggio, quando assume le forme di un esercizio di persuasione[1], ma anche nella percezione che gli uomini hanno di se stessi, del linguaggio che utilizzano, e della loro vita all’interno di una comunità. Il linguaggio incide sulla realtà e la condiziona, influenzando le nozioni di tempo, spazio, delle relazioni e dei rapporti di potere. Nel corso di questo saggio, intendiamo riferirci al modo in cui Aristotele per primo ha rappresentato il nesso esistente tra il linguaggio e la politica, per poi descrivere, in modo particolare a partire dagli scritti di Thomas Hobbes, le modalità con cui questo nesso è completamente ridefinito sin dagli albori dell’età moderna. Infine, seguendo le riflessioni di Habermas, osserveremo in che modo il linguaggio possa ancora costituire il punto di appoggio archimedeo del paradigma politico liberale, seppur in una maniera del tutto rinnovata rispetto a quanto avesse prospettato il filosofo di Stagira.


 


Il linguaggio di un animale sociale


 


In un celebre passo della Politica, Aristotele descrive l’uomo come uno zoon politikon, ovvero come un animale dotato di una naturale propensione a vivere in comunità.


 


   “L’uomo è per natura un essere sociale, e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo, come anche quello che viene biasimato da Omero: ‘empio senza vincoli sociali’; infatti, un uomo di tal fatta desidera anche la guerra. Perciò, dunque, è evidente che l’uomo sia un essere sociale più di ogni ape e più di ogni animale da gregge. Infatti, la natura non fa nulla, come diciamo, senza uno scopo: l’uomo è l’unico degli esseri viventi a possedere la parola; la voce, infatti, è il segno del dolore e del piacere, perché appartiene anche agli altri esseri viventi: la loro natura ha fatto progressi fino ad avere la sensazione del dolore e del piacere ed a manifestare agli altri tali sensazioni; la parola, invece, è in grado di mostrare l’utile ed il dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto: questo, infatti, al contrario di tutti gli altri animali, è proprio degli uomini, avere la percezione del bene, del male, del giusto e dell’ingiusto e delle altre cose. E la comunanza di queste cose crea la casa e la città”[2].


 


La “pulsione aggregante” dell’uomo appare ontologicamente fondata e si manifesta progressivamente nelle forme dell’unione tra l’uomo e la donna, nella forma più ampia nell’unione tra famiglie e, infine, nella forma perfetta ed evoluta della politiké koinonía che si attua nella polis. La comunità politica rappresenta la sola condizione in cui l’uomo possa condurre un’esistenza realmente appagante e virtuosa: essa costituisce il risultato di un naturale processo di associazione ed al contempo il fine della vita dell’uomo. Considerando la sua tendenza alla socialità, l’essere umano può essere accostato ad altri animali, come le api e le pecore, rispetto ai quali egli presenta una specificità, una sorta di superiorità naturale. Questa si manifesta innanzitutto nell’ambito del linguaggio: quello degli animali si limita a esprimere il dolore ed il piacere, mentre il linguaggio dell’uomo si articola in una maniera più complessa, e consente di attribuire un significato a ciascun aspetto della realtà di cui l’uomo abbia percezione, e di rappresentarlo, comunicandolo ai propri simili, assegnando giudizi di valore, potremmo dire ‘raccontandolo’.


Il linguaggio si presenta quindi come una facoltà umana naturale dal carattere autopoietico[3].


Gli individui sono capaci di comunicare tra di loro attraverso segni, i quali sono certamente mutevoli ma fanno riferimento, in tutti gli uomini, alle medesime “affezioni dell’anima”, alla stessa porzione di esperienza o, per meglio dire, ai medesimi concetti.


Sostiene Aristotele:


“Or dunque, i suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell’anima e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce. Allo stesso modo poi che le lettere non sono medesime per tutti, così neppure i suoni sono i medesimi; tuttavia suoni e lettere risultano segni, anzitutto, delle affezioni dell’anima che sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti già identici per tutti”[4]


Questa teoria consente al filosofo di scongiurare il rischio che le parole possano assumere un significato assolutamente arbitrario e ambiguo. Il linguaggio si presenta come una conferma della fisiologica socievolezza dell’uomo, della sua capacità di relazionarsi con altri uomini. L’uomo, zoon politikon, è presentato al contempo come zoon logon echon, e questa caratteristica sembra confermare il disegno della natura, il suo ordine finalistico.


 


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[1]     H.D. Lasswell, Power and Personality, Transaction pubblichers, New Brunswick, New Jersey 2009. 



[2]              Aristotele, Politica, in Opere, tr. it. di R. Laurenti, Laterza, Roma-Bari, 1986, vol. IX, 1252a.



[3]     Il linguaggio prende forma secondo Aristotele katà synthêkên, ovvero si genera attraverso una combinazione di suoni. Il termine synthêkê può essere anche tradotto, come spesso è stato fatto, come convenzione. Questo significherebbe interpretare la teoria del linguaggio di Aristotele come una dottrina convenzionalista. Il termine però sembra assumere più spesso nel testo un significato che può essere reso con il termine latino compositio (combinazione). Questo accade ad esempio nel passaggio del De Interpretatione 16a 19-29, in cui, descrivendo il processo di formazione delle parole composte come unione di parti, l'espressione katà synthêkên è utilizzata esattamente per descrivere la suddetta unione. Cfr. F. Lo Piparo, Aristotele e il linguaggio. Cosa fa di una lingua una lingua, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 187 ss..



[4]     Aristotele, De Interpretatione, tr.it. di E. Riondato, Antenore, Roma- Padova 1957, 16a, 1-8.