L'implicazione del tempo nella metafisica moderna: una riflessione tra Kant e Hedigger

Modernità e metafisica
Fiorini

 

1. L’ambiguità originaria della metafisica

Quando uno sente parlare di metafisica, scriveva Hegel in un breve scritto satirico, si affretta a fuggir via come se si trovasse di fronte a un appestato[1]. Il motivo è che la metafisica tradizionale non sarebbe altro che un pensiero astratto[2] e ciò che è astratto costituisce una vera e propria malattia perché, mentre tenta di elevare (astrarre appunto) un contenuto per renderlo universale, non fa altro invece che dividere e lacerare il tessuto tanto del pensiero da cui si era partiti che della realtà a cui intendeva pervenire[3].

Tuttavia la metafisica non ha un significato univoco né può essere ascritta ad un unico periodo della storia del pensiero. Il termine ha subito una torsione decisiva nell’era moderna, a partire dalle indagini di Cartesio, Leibniz, Spinoza e in modo sicuramente sistematico e radicale da Kant, il quale lo estraesse dalle lamiere prodotte dallo scontro fra dogmatismo e scetticismo, per dargli nuova dignità. Non a caso, lo stesso Hegel utilizzerà il termine in un senso diverso e propulsivo[4].

La metafisica dunque non ha un significato univoco, proprio perché, costituendosi come scienza delle scienze o come filosofia prima, non possiede un territorio certo di riferimento da cui poter partire con sicurezza – o da cui poter far iniziare l’avventura del pensiero; da qui il problema del rapporto, in un certo senso originario, tra metafisica e metodo, tra il moto del pensiero e il suo inizio orientato.

Essa infatti non è un edificio già costruito, la sua architettura è incerta così come le fondazioni non sono ancora definite, eppure si tratta di qualcosa di reale, diceva Kant, perché riguarda una disposizione naturale di tutti gli uomini[5].

Che cos’è che infatti noi chiamiamo metafisica? “Se vi fosse realmente una metafisica che potesse affermarsi come scienza, se si potesse dire: eccovi la metafisica, studiatela ed essa vi persuaderà irresistibilmente e per sempre delle sue verità, questa domanda non avrebbe ragion d’essere” scriveva Kant. Purtroppo però non è così. giacché “non si può indicare nessun libro, come si indicherebbe l’Euclide, e dire: questa è la metafisica[6].

In questo senso, gli scritti di Aristotele[7] cui alcuni discepoli[8] diedero il nome di Metafisica, non possono certo rappresentare ciò che gli Elementi di Euclide hanno rappresentato per la matematica, sia perché il destino del pensiero metafisico era stato tracciato in precedenza in modo sistematico già da Platone[9], sia perché gli scritti Aristotelici stessi che si collocano dopo la Fisica o al di sopra di essa, conservano una molteplicità di direzioni[10] che hanno dato luogo a dispute di difficile soluzione teoretica[11].

La Metafisica, già a partire dalla sua espressione artistotelica,rappresenta, secondo Heidegger, “uno stato di fondamentale imbarazzo filosofico”[12]. Tale imbarazzo indica una irriducibile ambiguità o sdoppiamento del senso insito nel senso originario della metafisica. Metafisica infatti designa sia la conoscenza dell’ente in quanto ente, sia la conoscenza più eminente dell’ente a partire dal quale si determina l’ente nella sua totalità[13].

Tale ambiguità è probabilmente già racchiusa nella locuzione “ente in quanto ente”: ente significa infatti essente, ciò che è, vale a dire il participio presente del verbo essere. Tuttavia dire l’ente in quanto ente significa voler rapportare ciò che è - un participio presente - con ciò che designerebbe l’«ente» in generale, l’«ente» in sé, ovvero l’«ente» astratto, formale o puramente nominale. Sulla scia di Tommaso, Suarez, nello sforzo di rielaborare il problema posto da Aristotele[14] affermava in questo senso che l’ente “a volte è preso come participio del verbo essere, e in questo senso significa l’atto d’essere, in quanto esercitato ed è lo stesso che esistente in atto; altre volte è preso come nome, e significa in senso formale, l’essenza di una cosa che possiede o può possedere l’essere e si può dire che significhi lo stesso essere non in quanto esercitato in atto, bensì in potenza o per attitudine al modo in cui il vivente, come participio significa l’esercizio attuale della vita, mentre come nome significa solo ciò che possiede una natura”[15]. In pratica, la metafisica secondo il primo versante, riguarderebbe la conoscenza di ciò che esiste ora e che dunque si manifesta come qualcosa di presente (dunque la conoscenza dell’essenza di questa cosa particolare e della ragione per cui questa cosa esiste nella sua particolarità); nel secondo versante significherebbe però la conoscenza di ciò che è nell’eternità e nella totalità di questo presente, nella misura in cui ciò che è, è nella totalità dell’ente, nella sua generalità, nella sua formalità e costituisce pertanto una inseparata frazione dell’intero: l’ente è cioè qui participio nella misura in cui partecipa appunto in senso logico e analogico, a ciò che è nella sua totalità, ovvero all’ente supremo da cui principierebbero tutte le cose.

Questa divaricazione, che ha dato luogo a molteplici teorie e accesi contrasti, e dalle cui macerie è sorta in qualche modo l’accezione moderna della metafisica, probabilmente ha cambiato nome, orizzonte e proporzioni ma non ha cessato di produrre quell’imbarazzo radicale di cui parlava Heidegger.

 

 

2. Kant e il problema della metafisica: i giudizi  sintetici a priori

Il punto cruciale di questo rivolgimento è probabilmente rappresentato da Kant e dal suo tentativo di costituire una nuova metafisica che in qualche modo si ponesse al di là della fisica di Newton, rompesse con il dogmatismo della tardo-scolastica e non si soffermasse al contempo alle conclusioni scettiche cui era giunto l’empirismo. Il problema che Kant pone come inizio e orizzonte della metafisica è il problema della sintesi. Di quale sintesi si tratta? È una sintesi che, come è noto, riguarda in primo luogo il giudizio: il giudizio sintetico è quel giudizio, infatti, capace di coniugare l’ente in quanto ente in modo ampliativo rispetto alla conoscenza e, quindi, capace di farla procedere. Questi giudizi operano una sintesi perché il soggetto viene posto in rapporto con un predicato diverso rispetto al soggetto.

Ci sono giudizi che non sono sintetici, ma analitici, e sono quelli nei quali l’ente viene messo in rapporto solo apparentemente con un altro ente perché questo altro ente in realtà costituisce solo una esplicazione del primo, essendovi già concettualmente incluso. Il predicato cioè è già implicitato nel soggetto e il giudizio dunque costituisce solo una pura esplicitazione. Il risultato del giudizio analitico è che esso non aggiunge nulla rispetto all’ente di cui si intendeva predicare. Dire, ad esempio, che «tutti i corpi sono estesi», non aggiunge nulla perché l’estensione è già inclusa nella nozione di corpo. L’ente corpo è già di per sé esteso. In questo caso dunque l’in quanto dell’ente in quanto ente è solo una esplicazione o una estrapolazione in virtù della quale l’ente manifesta una sua proprietà.

I giudizi analitici sono governati dal principio di non-contraddizione. Il perché è abbastanza chiaro: il soggetto non può essere in contraddizione con il predicato[16]. Dire che i corpi sono estesi fa sì che non si possa dire invece che i corpi non sono estesi né anche alcuni corpi siano inestesi Non si può affermare il corpo e non affermare nello stesso tempo l’estensione. Se è vero che i corpi sono estesi, è altrettanto necessariamente vero che nessun corpo è inesteso[17]. Da questo punto di vista, i giudizi analitici non si fondano sull’esperienza, perché non hanno bisogno di riscontri empirici per la loro validità.

Il giudizio sintetico invece aggiunge qualcosa. Lì l’ente è davvero in rapporto con un altro ente. Qui, afferma Kant, il principio di non-contraddizione non opera direttamente. O meglio la verità di tali giudizi non discende dal principio di non-contraddizione. Il motivo sta nel fatto che il soggetto entra in rapporto con qualcosa di diverso. Essi devono essere in accordo con il principio di non-contraddizione, ma non derivano da esso. Derivano da un altro principio.  Quali sono questi giudizi sintetici?

Innanzitutto, tutti i giudizi che si fondano sull’esperienza (Erfahrungsurteile) sono sempre sintetici, perché partono dalla singolarità di un qualcosa per aggiungervi la singolarità di qualcos’altro: dire che alcuni bicchieri sono di carta, ad esempio, va a congiungere una qualità – quella dell’essere di carta – all’ente bicchiere. Nel concetto di bicchiere non è incluso il predicato dell’esser fatto di carta e dunque questo giudizio di pura osservazione empirica aggiunge qualcosa. Tuttavia, questo aggiungere è sempre posteriore. A differenza dei giudizi analitici che sono a priori, perché non aggiungendo altro non hanno neppure bisogno di altro ai fini della loro validità, tale sintesi è sempre a posteriori perché fondata sull’osservazione.

Anche i giudizi matematici, afferma Kant, sono sintetici. Quest’ultimo punto non è scontato, perché per prendere lo stesso esempio che Kant propone nei Prolegomena, 7+5=12 potrebbe in verità sembrare un giudizio analitico derivante dal principio di non-contraddizione. 7+5=12 potrebbe infatti sembrare un giudizio che deriva, in modo non-contraddittorio, dal concetto della somma tra il numero 7 e il numero 5. “Ma – argomenta Kant – se si considera meglio la cosa, si vede che il concetto della somma di sette e di cinque non contiene niente più che l’unione di due numeri (…) ma non è affatto pensato questo numero unico che li comprende entrambi: il concetto «dodici» non è in nessun modo implicato nel puro concetto di quella addizione di sette e di cinque (…) Io posso analizzare finché voglio il concetto di questa possibile somma ma non vi trovo certo il numero «dodici»”[18]. Il numero 12 è ciò che è altro rispetto al soggetto rappresentato dall’unione del 5 e del 7. “Il che vuol dire” afferma Kant “che le proposizioni aritmetiche sono sempre sintetiche”. Anche i giudizi della geometria sono sintetici perché ad esempio il concetto di retta non implica quello di grandezza, né per esempio il concetto di linea più breve tra due punti potrebbe essere in alcun modo derivato dal concetto di retta: “qui deve intervenire l’intuizione” scrive Kant “per mezzo della quale soltanto è possibile la sintesi dei due concetti”[19].  Anche se è vero che noi dobbiamo aggiungere necessariamente il 12 alla somma di 7 e 5, il problema, afferma Kant, non è tanto questo, quanto il fatto che questa aggiunta non avviene immediatamente ma tramite un’intuizione sopravveniente, ed è per questo che tale giudizio non è analitico ma sintetico. Ciò che distingue una conoscenza matematica da un giudizio analitico è che la prima non procede da concetti, ma da costruzioni di concetti edificati dall’intuizione che va ad unificare, per via sintetica, un ente a un altro ente che nel primo non era affatto incluso.

Come contribuisce a mettere in rilievo Heidegger, i giudizi sintetici sono doppiamente tali in quanto ogni giudizio in sé è un congiungere – in questi ultimi l’apporto che congiunge non deriva unicamente dall’ente su cui verte il giudizio, ma dal soggetto conoscente[20].

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[1]La frase compare in un piccolo scritto dal titolo Wer denkt abstrakt?pubblicato postumo nel 1835 nel 17° volume dei Werke. Il breve scritto sarebbe stato composto per un concorso di satira indetto dal Morgenblatt für gebildete Stände, una rivista edita a Jena da Cotta e bandito nel gennaio del 1807, con termine di scadenza il primo luglio 1807, periodo durante il quale Hegel risiedeva a Bamberg. Cfr. G.W.F. Hegel, Werke, Duncker und Humbolt, Berlin 1935-1938, pp.400-405. Tale citazione era anche presente nella prima edizione del proscritto «Che cos’è la metafisica» di Heidegger del 1943.

[2]Cfr. Voltaire, Dizionario filosofico, alla voce «materia»: “La geometria ci ha insegnato molte verità, la metafisica pochissime”.

[3]Cfr. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., § 28.

[4]Cfr. Ibidem, § 85.

[5]Cfr. I. Kant, Critica della Ragion Pura, Laterza, Roma-Bari 1993, p.55.

[6]I. Kant, Prolegomena ad ogni metafisica futura, § 4, Rusconi, Milano 1995, p. 63.

[7]Gli scritti raccolti sotto il titolo di Metafisica risulterebbero esser stati probabilmente formulati in un arco di tempo di circa venticinque anni (347-322 a.c.): cfr. G. Reale, Introduzione alla Metafisica di Aristotele, in Aristotele, Metafisica, Rusconi, Milano 1993, p. V-VIII. È disputato anche se tali scritti posseggano o meno una unità speculativa di fondo. Una autorevole posizione intermedia può essere rappresentata da Jäger, il quale, in una serie di studi su Aristotele tra il 1912 e il 1923, affermò che, se non è possibile unificare forzatamente in una teoria che provi a mediare le direzioni diverse di tali scritti, non è neppure lecito rinunciare preventivamente a ricercarne un filo filosofico di fondo, posto che essi rappresentano una straordinaria fase di sviluppo del pensiero greco, gravido di nuove conseguenze: cfr. spec. W. Jäger, Aristotele, prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, Sansoni, Firenze 2004, p. 220ss.

[8]L’identità di tali discepoli, come è noto, è stata oggetto di diverse dispute. Per alcuni studiosi, a raccogliere gli scritti aristotelici sotto il nome di Metafisica, potrebbe essere stato da Eudemo di Rodi, per altri l’editore stesso Andronico di Rodi, peripatetico del I secolo d.c., per altri Nicola di Damasco, per altri ancora, tale figura sarebbe da collocare in epoca più antica, potendo essere identificata con un discepolo diretto di Aristotele come Eudemo di Rodi. Cfr. G. Reale, Introduzione, cit., pp.VIII-IX, il quale si rifà a sua volta ai lavori di P. Maraux, Le listes anciennes des Ouvrages des Aristote, Éditions universitaires, Louvain 1951 e H. Reiner, Die Entstehung und ursprüngliche Bedeutung des Namens Metaphysik, in «Zeitschrift für philosophishe Forschung», 8, 1954, pp.210-237. Cfr. anche P. Merlan, Metaphysik. Name und Gegenstand, in A.a.V.v., in Metaphysik und Thelogie des Aristoteles, F.P. Hager, Darmstadt 1969, pp.251-265.

[9]  E ciò specialmente nella misura in cui egli fu il primo a conferire un sistema a un pensiero che, a sua volta, lo precedeva:cfr. sul punto, in senso critico, F. Nietzsche, I filosofi preplatonici, Bari 1994, p.16ss. e 80ss.

[10]Solo per dare una breve idea della molteplicità e della complessità presente nei libri che compongono la Metafisica, si ricordi che Aristotele descrive la tale scienza come una sapienza capace di ricercare le cause delle cose (Libro I, 2) nella misura in cui la conoscenza delle cause conduce alla conoscenza della verità (Libro II); la definisce poi come la scienza che indaga l’essere in quanto essere (Libro IV,1) avendo questo molteplici significati (Libro IV, 2) che si rapportano all’Uno attraverso il principio primo, e che possono essere declinati e intesi attraverso le categorie (Libro VII, 1). Il principio di non-contraddizione è il principio che regola la ricerca degli assiomi, i quali competono all’indagine sull’essere e rendono declinabile in senso logico il sapere intorno alla sostanza (intesa anche come categoria prima rispetto alle categorie seconde della qualità e della quantità) e alla natura di essa in modo più radicale e preordinato rispetto alla Fisica e della Matematica (Libro IV, 3-4).  In questo senso, la metafisica indaga la sostanza intesa come categoria prima dell’essere nel suo significato di sostrato (Libro VII, 2), di essenza (Libro VII, 3), attraverso l’analisi del divenire (Libro VII, 7), e attraverso la dialettica tra materia e forma (Libro VII, 7-11). L’oggetto della ricerca metafisica, sotto tale aspetto, è la sostanza stessa, essendo le cause e i principi indagati, cause e principi della sostanza secondo i suoi generi diversi (Libro XII, 1).  L’indagine dei principi, attraverso l’analogia, conduce unitariamente alla dimostrazione dell’esistenza di una causa immobile e sovrasensibile e di un’intelligenza divina intesa come pensiero di pensiero (Libro XII, 10) il che riporta all’ulteriore definizione della metafisica come la scienza che ricerca il principio ultimo delle cose e in particolare come l’indagine sul ciò che è eterno, immobile e separato  - vale a dire come ricerca teologica (Libro V, 1).

[11]Una ricostruzione critica dei molteplici significati del termine Metafisica e dell’oggetto e finalità della sua ricerca che sorsero in larga parte da Aristotele, si trova ad esempio nella Prima Disputatio di Francisco Suárez: Cfr. F. Suárez, Disputazioni Metafisiche, I-III, Rusconi, Milano 1996, p. 47ss.

[12]M. Heidegger, Kant e il problema della Metafisica, Laterza, Roma-Bari 2000, p.17.

[13]Cfr. Ivi.

[14]Suárez avvertiva in questo senso che la metafisica, secondo quanto teorizzato da Aristotele nel libro I, 2, “può essere definita come la scienza che considera l’ente in quanto ente, o in quanto astrae dalla materia in quanto essere”: F. Suárez, Disputazioni Metafisiche, cit., p.131.

[15]Ibidem, p. 407.

[16]O, detto diversamente, dato che il predicato in un giudizio analitico affermativo è già pensato nel concetto del soggetto (i corpi sono estesi), esso non può venire negato dal soggetto mentre se si è in un giudizio analitico negativo, esso deve venir negato: cfr. Ibidem, p. 51.

[17]Cfr. ibidem, p. 52.

[18]Ibidem, p.53

[19]Ibidem, p. 55.

[20]M. Heidegger, Kant e il problema della Metafisica, cit., p. 23 in quanto questo attraverso la possibile comprensione preliminare dell’essere perviene alla costituzione dell’essere dell’ente.