Le tipologie dell’oggetto letterario

Desiderio, società, politica
Giorgio

 


Nell’era postmoderna gli oggetti hanno assunto un ruolo centrale perché durano nel tempo, mentre tutto il resto o è già passato o passa via velocemente. L’illusione di eternità che l’oggetto regala è una delle ragioni dell’attaccamento dell’uomo alle cose che lo circondano. È anche la ragione per cui l’uomo combatte per possedere certi oggetti, illudendosi che questi sopravvivranno all’incuria del tempo. L’oggetto è il trofeo di chi lo acquista, ma è anche qualcosa che ci può rendere schiavi, che può influenzare la nostra vita. La sua apparente univocità si frantuma davanti alla percezione soggettiva degli individui.


La riflessione sugli oggetti ha permeato la cultura del Novecento anche grazie a felici intuizioni e interpretazioni creative, come nei movimenti letterario-artistici dei futuristi e dei surrealisti, in Alain Robbe-Grillet, Italo Calvino, Eugenio Montale, Muriel Spark e Laura Mancinelli. Gli oggetti hanno da sempre affascinato letterati, filosofi e artisti perché percorrono le epoche, i secoli, le culture, cambiano la loro funzione e la loro forma, pur conservando la propria identità. George Perec nella sua opera d’esordio, Les Choses. Une histoire des années soixante (1965), rivela come spesso gli oggetti nella nostra epoca abbiano sostituito le persone e siano diventati protagonisti della scena. La storia narra infatti di una coppia che viene a poco a poco inghiottita dagli oggetti che ha intorno: elettrodomestici, riproduzioni di quadri famosi, pubblicità, etc. Perec enfatizza così l’effimero che diventa però vitale, il tutto attraverso un occhio analitico e ironico che non perde di vista l’ossessione dell’uomo di possedere la materia. Il processo di mercificazione capitalista ha accentuato la natura di importanza e precarietà degli oggetti, simboli di proprietà e ricchezza, ma allo stesso tempo destinati a divenire rifiuti e detriti. Persino l’arte e la letteratura stessa sembrano diventare oggetti riproducibili in serie e acquistabili. Autori, artisti o scrittori che siano, fanno irrimediabilmente parte del processo del consumo. È l’arte in tutte le sue forme che sostituisce l’artista all’oggetto artistico e, come accade per esempio con gli attori di teatro, è la stessa persona dell’artista che viene immediatamente mercificata.


Nella gerarchia dei personaggi letterari, il ruolo attribuito all’oggetto può essere vario e assumere svariate tipologie. Talvolta l’oggetto è simbolo e strumento di un sentimento o di un tipo di persona/personaggio; talaltra si anima e vive di vita propria come spesso accade nelle favole[1]. Tuttavia non è l’animazione fantastica delle cose[2], caratteristica che appartiene alle fiabe, a far fuoriuscire dalla quotidianità e a trasfigurare un semplice oggetto di uso comune, dapprima inanimato, facendolo diventare il protagonista di una narrazione. L’oggetto in letteratura come nelle arti figurative spesso è un simbolo, un qualcosa che va al di là del suo mero uso estrinseco, così come altrettanto spesso è semplicemente un espediente che serve per spiegare qualcos’altro.


Un’ulteriore distinzione da tener presente, infatti, è quella fra l’oggetto inteso come espediente da cui parte o  con cui si conclude la narrazione, e l’oggetto che invece ne entra a far parte a tutto tondo. Un esempio di espediente può essere considerato il pezzo di pane che Jean Valjean ruba dalla vetrina di un panettiere per sfamare la sorella, madre di sette figli, nel romanzo di Victor Hugo, Les Misérables[3]. Da quel tozzo di pane rubato comincia la sua caduta: Valjean viene arrestato e condannato ai lavori forzati. Sarà poi un ulteriore oggetto che decreterà la sua ripresa: un candelabro d’argento che Jean ruberà dalla casa del vescovo di Digne, Myriel. Benché derubato, il vescovo testimonierà in favore dell’ex deportato e questi, profondamente colpito dalla generosità dell’uomo di chiesa, cambierà vita. Si tratta comunque di espedienti. Qui l’oggetto è un duplice punto di partenza, ma non ha valenza di personaggio. Non ha né un legame con il protagonista, né lo fa agire diversamente da come agirebbe se non ci fosse stato.


Gli oggetti spesso sono simbolo di uno stato d’animo, di una classe sociale, di un sentimento, di un degrado e così via. In letteratura l’oggetto spesso assume questa valenza simbolica. L’oggetto diventa simbolo quando, dietro al suo essere estrinseco, si nasconde un valore intrinseco, celato, ma comprensibile. A volte gli oggetti nei romanzi, come nella poesia, nel teatro, diventano simbolo di un qualcosa che non si può o non si vuole spiegare, altre di un qualcosa che, al contrario, si vuole palesare. Altre ancora diventano simbolo più ampio, quasi una costante allegoria della società, degli uomini – con i loro difetti e i loro pregi. La funzione simbolica degli oggetti è talmente comune e quasi onnipresente nelle varie forme d’arte così come in letteratura, che verranno approfondite invece le tipologie di oggetti di uso quotidiano che svolgono, all’interno di una narrazione romanzesca, un ruolo da protagonista. Le tipologie classificabili dell’oggetto che si trasfigura, e assurge in tal modo a un ruolo di protagonista, sono molteplici e complesse. Le maggiori e più frequenti categorizzazioni dell’oggetto nella sua trasfigurazione si possono classificare in sei casi o tipologie, come si vedrà più avanti. Non si ha ovviamente la pretesa di citare, nell’analisi delle varie tipologie, tutti i romanzi che abbiano come protagonista un oggetto appartenente a una delle categorie, ma solo fornire alcuni esempi per meglio comprendere le varie tipologie di oggetti e come questi svolgano un ruolo preminente nella narrazione.


1.      Gli oggetti che ritornano.

Gli oggetti che ritornano sono quegli oggetti che non lasciano mai il loro possessore, di cui non ci si riesce a liberare nonostante gli sforzi o che, sebbene passino di mano in mano nel corso della narrazione, ritornano al loro originario possessore. Nella commedia in tre atti Il Ventaglio[4], Carlo Goldoni mette in scena un tipico esempio di oggetto che ritorna al padrone dopo una serie incredibile di passaggi. I due protagonisti sono gli innamorati Evaristo e Candida. Quest’ultima rompe inavvertitamente il suo ventaglio ed Evaristo le promette di ricomprarglielo al più presto. Il giovane così ricompra l’oggetto all’amata, ma lo affida a Giannina, una contadina, affinché lo porti a Candida. La vista del ventaglio nelle mani di Giannina scatena le gelosie di Candida e dei due innamorati della giovane contadina. Candida per ripicca accetta la proposta di matrimonio del barone del Cedro e Evaristo, deluso, lascia il ventaglio a Giannina. Da qui l’oggetto passa di mano in mano, provocando una serie di incidenti e di equivoci, fino ad arrivare al barone del Cedro, che finalmente lo restituisce a Evaristo, che a sua volta può donarlo all’iniziale destinataria. L’oggetto qui si anima, vive di vita propria, sembra camminare e, con il suo arrivo, creare scompiglio e incomprensione. È in effetti il vero protagonista della storia, che senza la sua presenza avrebbe chiaramente avuto uno svolgimento differente.


 



 


* * *


[Per consultare la versione integrale dell’articolo, si prega di contattare l’editore]


* * *


 



[1] Cfr. V. Propp, Morfologia della Fiaba, Roma, Newton Compton, 1976 e G. Rodari, Grammatica della Fantasia, Torino, Einaudi 1973.



[2] La letteratura per l’infanzia è costellata di oggetti inanimati che hanno poteri magici o che prendono vita. Si veda a tal proposito la figura retorica della prosopopea, che si ha quando si fanno parlare oggetti inanimati o animali, come se fossero persone.



[3] V. Hugo, Les Misérables, 1862.



[4] C. Goldoni, Il Ventaglio, 1765.


G eb  �tto plusgodere, si imporrebbe al soggetto desoggettivandolo, lasciandolo senza storia, senza ‘mito individuale’ o grande racconto che lo accoglie, senza scopi, nell’erranza di fronte alla perdita di tradizione e di trasmissione simbolica, in un mondo senza riferimenti credibili, senza una legge riconosciuta e fondante. Chi si spinge più in là in questa disamina parla di una sorta di forclusione generalizzata che costringe a rivedere le categoria sociologiche e cliniche.


 


 
 
4. Discorso capitalista e discorso del padrone
Al disorientamento, alla dispersione, alla mancanza di riferimenti tipici della società contemporanea le istituzioni preposte rispondono con  la ricerca di tecniche sempre più rigorose di controllo e di meccanizzazione del soggetto, che con le miglior intenzioni vorrebbero ricondurre a una pretesa normalità gaussiana la particolarità sintomatica. Come se le democrazie occidentali avessero semplicemente civilizzato, attenuato, l’impulso di classificare, regolare, gestire, prevedere, manipolare il soggetto umano, che aveva trovato nell’ordine di ferro dei totalitarismi del XX secolo l’espressione tragica compiuta.

 





[1]In quanto taleuna convinzione condivisa è sempre un po’ sospetta, soleva ripetere il Lacan entusiasta degli anni cinquanta.