La teoria freudiana dei legami sociali

Desiderio, società, politica
Benvenuto

 


“In arte e in tutto,


 il commentatore è di solito più accorto


 e  più lucido del commentato.


E’ il vantaggio dell’assassino sulla vittima.”


                       E. M. Cioran (1973, p. 151)


 


         Il saggio Psicologia delle masse e analisi dell’Io (Freud 1921)[1]deve la sua fortuna al fatto che esso – assieme a qualche altro scritto freudiano – apre un filone che nel Novecento ha goduto di un enorme successo: la teoria psicoanalitica di processi e istituzioni sociali. Da Georges Bataille a Herbert Marcuse, da Elvio Fachinelli a Judith Butler, da Franco Fornari ad Alexander Mitscherlich, da Erich Fromm a Cornelius Castoriadis a Slavoj Žižek, tra freudo-marxismo e freudo-sociologia, la dottrina psicoanalitica non ha cessato di ispirare studiosi dei rapporti sociali. Conviene rileggere oggi questo testo seminal di Freud con il disincanto di chi viene dopo, dopo le tempeste e passioni etiche e politiche del “secolo breve”.


            Quel saggio è in continuità con un altro fondamentale di Freud, Aldilà del principio di piacere (Freud 1920), pubblicato l’anno prima. Potremmo anche dire che Psicologia delle masse è, in un certo senso, la seconda puntata di Aldilà del principio di piacere. Del resto, i due testi furono composti quasi simultaneamente[2].


 


 


1.


            Che cosa, per Freud, è una vera spiegazione psicoanalitica dei legami sociali, dalla folla spontanea e incontrollabile fino alle organizzazioni umane più strutturate? Ovvero, che cosa è essenziale, per Freud, della psicoanalisi, per cui una spiegazione di relazioni sociali possa essere detta psicoanalitica?



            Freud lo dice a chiare lettere nel saggio: capire psicoanaliticamente significa spiegare in termini di libido[3]. “La massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche forza”[4]e questa forza o potenza (Macht) è la libido. Per libido – termine latino e dotto – è da intendersi tutto ciò che nel linguaggio comune si chiama Liebe, amore. E Freud aggiunge che libido è infondo l’Eros di cui parlava Platone. Oggi molti preferiscono parlare di desiderio. Tutti questi termini e altri ancora – Eros, amor, caritas, libido, Liebe, desiderio, Lust, amore – sono quindi sinonimi? oppure scegliere un termine piuttosto che un altro segnala uno scarto concettuale che va colto e interrogato? Nel mondo latino cristiano, ad esempio, amor era l’amore sensuale, mentre caritas era l’amore casto per il prossimo, per la chiesa, per Dio, e per la propria moglie (non basta aver amor per lei).


Freud aveva già sviluppato il concetto di sublimazione[5], secondo il quale una parte del desiderio nel senso di amor cambia oggetto, distogliendosi da obiettivi carnali e investendo mete culturali e socialmente sintoniche; un desiderio “inibito nella meta”, com’egli dice, ovvero che non porta al godimento finale; un desiderio che gode nel desiderare. Libido nasce come amor e si sviluppa come caritas. O, se si preferisce il greco, nasce come eros e si sviluppa come agape. Ma, sublimata o meno, la libido resta desiderio che investe qualcosa di esterno a esso, un Objekt dice Freud.


            Oggi è di moda, tra analisti, dire che il “pulsionalismo” di Freud va superato, che dobbiamo focalizzarci su altri elementi non solipsistici – sulla relazione, ad esempio, o sull’empatia, o sulle relazioni oggettuali irriducibili al piacere (“relazionismo” di Stolorow, Mitchell, Renik; empatia di Kohut; object relations theory; ecc.). Ma cercheremo di mostrare che si tratta di un fraintendimento di Freud.


Certo Freud considera fondamentali le pulsioni (Triebe), ma occorre chiedersi che cosa egli intendesse davvero con questo termine, tradotto in inglese drives e in francese pulsions.


Come fa notare Jean-Luc Nancy (2009),


 


drive o il francese pulsion mettono in due modi diversi l’accento sulla spinta meccanica, sulla costrizione. È una trazione subita, più che un’attrazione cercata. [Invece] Trieb designa in tedesco una spinta considerata come attività: la crescita di una pianta o le cure che si elargiscono a un animale che cresce. È dell’ordine dello slancio e del desiderio. Si spinge in avanti, si attiva. C’è una considerevole attività polimorfa nella semantica del verbo treiben.


 


Questo verbo significa infatti spingere, muovere, fare, esercitare. Anziché con pulsione, potremmo tradurre Trieb con spinger su, spinta in avanti.


            Ma allora, l’invenzione di Freud – appunto: invenzione (metafisica) non scoperta (scientifica) – si basa essenzialmente nell’indicare come causa efficiente la forza di questo spinger-su? Trieb, lo spinger-su, in effetti è la causa “efficiente” dell’atto umano di vivere, ma questo atto implica altre cause. La causa finale, il fine che ci sprona, è invece il piacere[6](altri – non Freud – direbbero: cercare di essere felici).



Ora, questa pluralità di spinte o desideri si riassume in due pulsioni fondamentali – o due classi di pulsioni - tra loro intrecciate: la prima è Eros. La pulsione o spinta per Freud è il versante corporeo di qualcosa di più essenziale: del fatto che l’essere umano è erotico, ed Eros include sempre l’altro. In termini filosofici: Freud parte da una metafisica – che era stata tratteggiata in modi diversi da Schopenhauer e Nietzsche – secondo cui l’essenza dell’umano è Eros[7]. Ed essenza della vita in genere.


            Un heideggeriano direbbe che Eros o desiderio è la proprietà essenziale dell’essere dell’ente vivente. Tutto ciò che gli esseri umani fanno, dicono e intraprendono va interpretato in ultima istanza come manifestazione di Eros o desiderio. Questo è l’essenziale - il resto è derivazione, corollario, velo. Quindi, pensare psicoanaliticamente significa pensare che tutto ciò che è umano è produzione di Eros – preferisco l’originario termine greco. Anche gruppi e istituzioni, quindi, vanno pensati a partire da Eros.


 


 


2.


            Eppure proprio l’anno prima Freud aveva scritto a chiare lettere che Eros solo non spiega tutto. Certo Eros può essere analizzato in una varietà di spinte – le più note sono quelle orale, anale, fallica, scopica – ma Eros come pulsione globale, o come insieme di pulsioni, implica una pulsione opposta, che è come la sua ombra necessaria e fatale: la pulsione di morte, Thanatos. Anch’essa, più che pulsione specifica, è classe di pulsioni. Le pulsioni si raccolgono, si sintetizzano, in due pulsioni assolutamente fondamentali: Eros e Thanatos, Amore e Morte, Vita e Distruzione.


            E in effetti, anche senza citare direttamente Thanatos nel saggio che stiamo commentando, Freud qui si sofferma su ciò che disgrega un collettivo. Su ciò che scioglie i legami sociali. Se il coagularsi di un collettivo è opera di Eros, le forze che tendono a sfaldarlo sono Thanatos. In questo saggio evoca quattro forme di disgregazione: il panico, l’odio per gli altri, l’innamoramento e la nevrosi.


            Nel panico che si impadronisce della folla[8]vengono meno “tutti i riguardi che altrimenti i singoli componenti [del collettivo] mostrano gli uni verso gli altri”. Insomma, ognuno pensa per sé, ognuno bada a salvare solo la propria pelle, gli altri non contano.


Ma una minaccia per i collettivi più sottile e subdola è il permanere degli odi tra membri di un collettivo. Freud evoca la chiesa cattolica: anche nel “popolo di Dio” si fanno strada impulsi spietati e ostili nei confronti di altri correligionari, che emergono nelle fasi di crisi o disgregazione di una comunità cristiana. Qui Freud dà prova del suo famoso pessimismo, ovvero, della sua sfiducia nei confronti di ideologie, di qualsiasi tipo, che pretendano di eliminare alle radici l’odio e l’ostilità tra gli esseri umani, costruendo una società amorevole e cooperativa. In effetti, nota Freud, anche una religione fondata sull’amore di Dio per tutte le sue creature, e sull’”ama il prossimo tuo come te stesso”, nel corso della storia si è mostrata spesso crudele e intollerante: perché quell’odio estirpato all’interno del collettivo è ritrovato all’esterno, incarnato negli “infedeli”, “eretici”, “idolatri”, “libertini”, ecc. (oggi nei “fondamentalisti islamici”, “relativisti”, “abortisti”, ecc). Ma per Freud anche le idealità laiche – in primis socialismo e comunismo – non sfuggono al destino incancellabile dell’odio.


 



Se oggi, come oggi sembra accadere nel campo socialista, al posto del legame religioso subentrerà un legame collettivo diverso, ne deriverà, nei confronti degli esterni, la medesima intolleranza verificatasi al tempo delle guerre di religione; e, qualora le differenze tra le concezioni scientifiche dovessero acquistare per le masse un significato analogo, il medesimo risultato si ripeterebbe anche per quest’ultima motivazione[9].



 


            Frasi profetiche nel 1921! Ancora non c’erano stati lo stalinismo, il Gulag, il KGB, le invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, ecc. – ma Freud aveva già capito come sarebbe andata a finire. Frasi di questo tipo – e altre di tenore analogo – testimoniano del fatto che Freud non ha mai creduto nelle promesse socialiste, non ha mai creduto cioè che sia veramente possibile costruire una Società Buona e Felice. Questo va detto – o gridato dai tetti? - a dispetto della lunga tradizione freudo-marxista, che da circa un secolo cerca di coniugare Marx e Freud (a cui aggiunge spesso Nietzsche). Molto Novecento ha votato un culto alla Trinità filosofica: Marx, Nietzsche, Freud.


Non ci addentreremo qui nella questione delle possibili convergenze tra Marx e Freud - convergenza avvenuta di fatto ai nostri giorni, dato che i marxisti attuali, di solito, fanno propria la Trinità. Il mio intento non è accordare a ogni costo – per costruire magari una sorta di Pensiero Unico del Modernismo – ciò che è difficilmente accordabile. Si ha voglia di rigirare la frittata, ma un freudianocrede nella pulsione di morte, e quindi nell’impossibilità costitutiva di una Società Buona e Felice. Sia che questa Buona Novella si ispiri a ideali cristiani, o islamici, o socialisti, o femministi, o liberal-democratici, o ecologisti, ecc. E questo per una ragione molto semplice: in ogni collettivo, per quanto solidale ed entusiasta, lavora sempre la pulsione di morte, ovvero l’odio e la disgregazione. Odio e aggressività non sono che la faccia affettiva e attiva della passione di disgregare; sono sintomi, traccia, di una fondamentale spinta disintegrativa immanente nel vivente. Uso un termine che Freud non usa: in ogni sistema lavora, silenziosa, l’entropia.


            Quindi, per rimediare all’entropia, ogni collettivo ha bisogno del suo Altro per esistere come collettivo, cioè come Uno (come Ordine, direbbe un teorico dell’informazione). Qui Freud sottolinea come si sia pronti a demonizzare chi è fuori o contro il collettivo, oltre al pericolo continuo di scissione, divisione, frammentazione presente in ogni gruppo. Quell’odio rimosso dall’identificazione tra membri di un insieme riemerge spesso all’interno del collettivo stesso come percezione e denuncia della dissidenza, alias eresia. Ogni gruppo ideale e felice, per restare tale, deve diventare prima o poi espulsivo e magari persecutorio. Nel doppio senso: sentirsi perseguitato e agire da persecutore. Per Freud, la persecuzione è il costo acido dell’ideale di perfezione.


Si prenda il Gulag sovietico: nella società-paradiso che si era convinti di costruire, di fatto milioni di cittadini sono stati ridotti in schiavitù e massacrati. Chi erano le vittime del Gulag? Persone spesso prese a caso, poveracci che non avevano alcuna intenzione di contestare: ma gli ordini dall’alto dicevano che bisognava trovare anti-sovietici, secondo numeri prefissati in ogni regione. Se i dissidenti espliciti non si manifestavano, occorreva inventarseli. Paranoia politica? Ma ogni ideale di costituzione di Società Buona e Felice nell’attualità diventa prima o poi una formidabile macchina paranoica. “Perché stiamo costruendo una società felice eppure non siamo felici?” ci si chiede. Risposta: “semplice, perché qualcuno sabota”. Ma chi sabota? Vallo a pescare…


            In effetti, ognuno nel collettivo teso a erigere la Società Buona e Felice sente circolare ancora del vento di odio; la pulsione di morte si fa sentire a fior di pelle. Occorre quindi che questa pulsione trovi un oggetto che si incarni in un capro espiatorio, perché il Male possa essere fissato in certi corpi e distrutto in essi. La persecuzione sacrificale dei dissidenti o “terroristi” – o sui rom, o i rumeni, o gli albanesi, ecc. - fissa la pulsione di morte su certi oggetti per poterli evacuare.


            Quanto alla nevrosi, nella misura in cui isola il soggetto dal gruppo sociale – nella misura in cui gli inibisce la cooperazione e il lavoro – essa tende a disgregare il collettivo. Per questa ragione in certi paesi (come la Germania) lo stato si fa carico della cura psicoterapica delle nevrosi, anche delle cure psicoanalitiche.


            Un’altra forza disgregativa, per Freud, è la coppia innamorata. Cosa che può stupire: ogni società pare fondarsi sui legami familiari, quindi sull’amore di coppia. Ma non a caso ogni civiltà – tranne la nostra occidentale, contemporanea – ha separato rigorosamente l’amor-passione (un pericolo per la stabilità sociale) dall’amore coniugale (che la società di solito esalta): grave errore confonderli. Freud si riferisce qui evidentemente all’amor-passione, nato in Occidente con l’amor cortese o fin’amor nell’XI° secolo. E’ un fatto che le società ‘millenariste’ impegnate in un grande progetto di coesione sociale, di costruzione di legami collettivi densi, sono caratterizzate da forme più o meno severe di ascetismo sessuale. Così fu nel cristianesimo e nell’Islam dei primi secoli, così nell’Inghilterra puritana di Cromwell, così fu all’epoca della costruzione staliniana del socialismo, così nella Rivoluzione Culturale cinese, ecc. Poco importa che la Città Perfetta da costruire sia teocratica o atea: i grandi progetti di palingenesi sociale temono tutti la coppia amorosa, assorbita nella propria felicità o piacere, beatamente sconnessa dalla rete dei rapporti sociali. L’amor-passione vivifica la nostra vita ma è una minaccia di morte per la Città.


            Eppure Freud in Aldilà del principio di piacere aveva detto che l’amore sessuale è il paradigma di Eros: la pulsione sessuale non si serve solo dell’altro per soddisfarsi, ma implica l’altro tendendo a fare Uno. Come è possibile allora che qualcosa di squisitamente erotico – l’amor-passione della coppia – sia invece minaccia disgregativa per il collettivo? Qui ci rendiamo conto quanto Eros e Thanatos siano concetti relativi, non dicotomici: si implicano a vicenda, a diversi livelli.


 


 


3.


            Parlare di Eros come dell’istanza che unifica e lega risolve, in qualche modo, un’ambiguità sia del pensiero di Freud che della lingua tedesca. Freud non ha mai fatto mistero di basare il suo sistema sul Lustprinzip – “principio di piacere” lo si è tradotto in italiano. La filosofia di sfondo a partire dalla quale egli pensa l’ente umano era l’utilitarismo britannico, di Bentham e Mill. Da utilitarista, pensava che ogni organismo miri a raggiungere il piacere o a sfuggire il dispiacere. In realtà, come già aveva fatto notare lo stesso Freud, il termine Lust è ambiguo, in quanto esso significa allo stesso tempo sia desiderio (brama, tendenza, libido, concupiscenza) che piacere (godimento, soddisfazione); due cose ben diverse, anzi per Freud opposte, dato che per lui il desiderio è profondamente spiacevole. L’introduzione del termine libido si rese necessaria proprio per superare questa ambiguità di Lust: la libido è desiderio che aspira alla soddisfazione, ma non è detto che la raggiunga. Lustprinzip dovrebbe essere tradotto allora come “principio di desiderio-piacere”.


            Ora, in Aldilà del principio di desiderio-piacere Freud aveva fatto notare che ogni pulsione, nella misura in cui aspira a estinguersi nel piacere, nella misura in cui mira alla serenità psico-fisica, al Nirvana, è votata alla Morte. Ogni pulsione presa a sé stante, ovvero, astratta dall’oggetto o dalla realtà a cui mira, è un disturbo dell’omeostasi, un dispiacere che l’organismo tende ad azzerare, o comunque a minimizzare, perché ogni organismo tende ad eliminare ogni spiacevole tensione, tende alla pace eterna. Molti dicono: “lotto per assicurarmi una vecchiaia serena” – ovvero lottano per una vita che sia già morte. Quindi, una descrizione dell’apparato neuro-psichico in termini “pulsionali”, ovvero in obbedienza al principio di piacere, è di fatto una descrizione che mette in evidenza il polo mortifero di ogni organismo, sia fisico che psichico: tendere al proprio piacere, e solo a quello, di fatto è tendere alla fine di ogni disturbo, è tendere alla morte.


            Ma proprio in quel saggio Freud scommetteva sul fatto che l’organismo non è solo questa tendenza mortifera al piacere: c’è anche Eros. Contrariamente a quel che di solito si dice, la vera grande novità che Freud introduce con questo saggio non è la pulsione di morte, ma piuttosto la pulsione di vita. Nella misura in cui questa ci spinge verso l’altro, e a fare legame con esso, essa non può essere ridotta a un meccanismo solipsistico regolato omeostaticamente: Eros introduce una dimensione che in filosofia si chiama trascendentalità. Husserl diceva che l’intenzionalità è la trascendentalità della coscienza; per Freud Eros è la trascendentalità della vita.


Certo l’organismo umano è thanatico, ovvero esula dal legame sociale, mira a eliminare disturbi e dolori; e il piacere, secondo Freud, consiste proprio in questa eliminazione. Ma per altri versi qualcosa in ogni essere umano lo mette in cerca di guai, per dir così. In termini brutali: Eros è ciò per cui non ci accontentiamo della masturbazione, o dello scrivere libri che terremo per sempre chiusi nel cassetto, ma ci impegoliamo in scommesse sociali e in storie amorose, che possono anche volgere al peggio. E’ quel che ci porta a batterci per una Causa e a tessere alleanze, a interessarci a cose lontane e non attinenti ai nostri bisogni immediati. A preoccuparci del destino di amici, parenti, alleati, dei nostri beniamini - squadra di calcio, partito, movimento politico, chiesa, associazione psicoanalitica, ecc. Eros è la semenza che ci distoglie dal viver come bruti, e che ci spinge a seguir virtute e conoscenza.


            Costituire un gruppo – dalla folla fluttuante fino all’istituzione più rigorosamente strutturata – è quindi conseguenza del versante erotico di ogni pulsione, nella misura in cui ogni pulsione non è semplicemente desiderio privato, ma ha un fine e un oggetto. E’ vero che l’oggetto di ogni pulsione può variare – possono variare gli oggetti dei nostri amori, entusiasmi e passioni -, ma l’investire eroticamente un oggetto è costitutivo della pulsione come tale. La pulsione vitale tende insomma a creare legame sociale. Questa tesi di fondo di Freud andrebbe ricordata a tutti coloro che ripetono “la psicoanalisi di Freud era pulsionalista, oggi dobbiamo puntare al Mit-sein, all’essere-con!” Non si rendono conto che la teoria pulsionale di Freud tendeva proprio a spiegare l’essere-con, che insomma, non c’è relazione tra umani senza relazione tra pulsioni, senza relazione erotica. Opporre pulsionalità a relazione umana è come opporre il battito del cuore alla circolazione sanguigna; invece le due cose sono correlate.


D’altra parte ogni pulsione ha lo stesso fine: la soddisfazione. Ovvero, la pulsione tende mortiferamente ad annullarsi nel proprio trionfo. Questa soddisfazione riguarda anche pulsioni meno carnali, ad esempio le pulsioni che portano a farci meritare la vita eterna (se siamo cristiani) o quelle che ci portano a realizzare la società egualitaria (se siamo comunisti). Non a caso parte di questi ideali sono irraggiungibili in vita; e se, come nel caso del socialismo, possono essere raggiunti in vita, di solito risultano deludenti. Una beatitudine eterna – sia essa sociologica o escatologica – non è insomma il trionfo della noia? Un guerriero come Che Guevara non preferì andarsene in Bolivia a farsi ammazzare piuttosto che godersi, da monumento della Nomenklatura, la felicità realizzata a Cuba? Ogni realizzazione del sogno non ha una implicazione mortifera, ovvero il fatto che questa realizzazione elimina Eros? E che cosa fa sì che i coniugi, dopo anni di vita felice assieme, non si desiderino più? Il fatto che l’eccessiva soddisfazione spegne Eros. Eros è anche il bisogno d’avventura, la curiosità, l’uscire fuori da sé e dalla propria cerchia, lo spezzare le sbarre molli della felicità assicurata, evadere dall’ottica scialba della “morte civile”.


 


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[1]Massenpsychologie und Ichanalyse. Potremmo tradurre Massenpsychologie anche con “psicologia delle folle” o “dei collettivi”. Quando citerò passaggi di questo saggio, segnerò dapprima la pagina dell’edizione italiana delle Opere di Freud (OSF) e poi, dopo la sbarra /, la pagina dell’edizione tedesca (GW). Mi sono permesso di modificare la traduzione OSF ogniqualvolta l’ho considerato necessario.



[2]Nell’agosto del 1920, dopo aver finito Aldilà del principio di piacere, Freud aveva già scritto una parte di Psicologia delle masse, che inviò a Eitingon e Abraham.



[3]OSFpp. 280-1 / GW pp. 98-99.



[4]p. 282 / p. 100.



[5]  Sul concetto psicoanalitico di sublimazione, rimando a Laplanche & Pontalis (1967, II, pp. 587-590).



[6]Riprendo quindi la classica distinzione di Aristotele delle quattro cause: materiale, formale, efficiente, finale. Se avessimo qui spazio, mostreremmo che le quattro cause aristoteliche si ritrovano nella concezione di Freud.



[7]  Una “genealogia” del pensiero di Freud, a partire da Cartesio, Schopenhauer e Nietzsche, è stata tracciata da Henry (1985).



[8]p. 287 / p. 106.



[9]  p. 288 / p. 108.