La questione dell’intelligenza o dei due tipi di conoscenza a priori nei dialoghi di Platone

Jan Patočka. Tra declino dell’Europa e orizzonte asoggettivo
Chvatik

Abstract

L’articolo prende in esame gli inizi della riflessione in merito a cosa sia la ragione. Rivisita l’impiego dei concetti di “mathema” e “phronesis” nei dialoghi di Platone. Sviluppa la differenza tra il concetto di mathema nelle discipline deduttive e nell’ambito dell’attività umana nel ripercorrere l’uso di questi concetti nel Menone e nel sesto e settimo libro della Repubblica. Infine tenta di acclarare il ruolo della dialettica socratica nella fondazione delle discipline deduttive, così come il ruolo dell’Idea del Bene in questo processo.

L’argomento della quarta conferenza OPO è “Ragione, vita e Responsabilità”. Mi si lasci indovinare perché questo argomento sia stato scelto.

Il considerevole successo della moderna scienza matematica permette all’umanità europea d’inventare strumenti tecnici estremamente efficaci, che gradualmente miglioreranno le condizioni di vita generali e porteranno ad un decisiva ristrutturazione politica della società. Cose che, tradizionalmente, venivano raggiunte con la forza, attraverso guerre locali ed agitazioni armate. Il progresso tecnologico dei tempi moderni porta ad un continuo aumento del potenziale bellico, il cui culmine è stato raggiunto alla fine della seconda guerra mondiale con il lancio della bomba atomica. Non c’è stata una terza guerra mondiale in parte grazie alla buona sorte, ma in parte perché era divenuto sempre più chiaro che il potere distruttivo degli ordigni nucleari minacciava per davvero l’esistenza di tutta l’umanità.

La scienza moderna è cresciuta nel seno della civiltà cristiana. Le intenzioni iniziali dei suoi protagonisti erano pie. Perfezionare la conoscenza del Creato era una strada per avvicinarsi al Creatore e progressivamente scoprire il significato di tutte le cose.  Il razionalismo della scienza naturale fondata matematicamente ha ispirato una nuova teologia razionale che si era assegnata l’ambizioso obiettivo di scandagliare le intenzioni più profonde di Dio, per esempio, comprendere il significato dell’universo more geometrico, in modo dunque scientifico, matematico.

È divenuto chiaro, successivamente, che il significato dell’universo non può trovarsi nell’ambito della scienza. Il successo della scienza sta nella sua abilità di ridurre fenomeni empirici in quantità contabili, pragmaticamente calcolabili. La natura che in un primo momento aveva resistito alla quantificazione, alla fine è stata resa comprensibile dall’intelligenza scientifica. La quantizzazione ha reso possibile il calcolo, che a sua volta a permesso la classificazione attraverso leggi naturali formulate matematicamente. Quando queste leggi erano formulate razionalmente la natura gli obbediva. Ci si poteva fare affidamento. La natura diviene calcolabile, prevedibile. D’ora innanzi è stato possibile sviluppare macchine che lavoravano poiché la loro attività era matematicamente programmata. Ma non si può chiedere di più alla natura. La ricerca scientifica non si occupa né del significato della vita umana né del senso dell’esistenza umana.

La ricerca del significato è stata dunque abbandonata alla teologia. Tuttavia, il progetto di una teologia razionale si è presto mostrato impraticabile – così come spiega Immanuel Kant dettagliatamente nella sua Critica della ragion pura .Tuttavia, Kant ha provato in diversi lavori a mettere in evidenza la pienezza di significato di un’umana esistenza basata su una fede religiosa razionale, angoscia giustificata, in quanto il fallimento sia della scienza che della teologia nell’offrire risposte soddisfacenti alla questione del significato era troppo evidente. La civilizzazione europea si è piegata al nichilismo: niente ha significato, tutto è permesso, ma tutto si rivela essere per nulla. Come può l’onnipotenza di Dio tollerare questo? La Fede in Dio è crollata e l’Europa ha iniziato ad esportare il suo spietato potere tecnologico nel resto del mondo. Gli sforzi principali dell’umanità sono dedicati ad aumentare questo potere. La questione del significato di questi sforzi è stata pressoché dimenticata.

Poiché questa è la situazione, è certamente opportuno ricercarne i fondamenti, provare ad accertarsi se l’intera civilizzazione razionale non sia marcia nel profondo, nei suoi primordi. Se la razionalità è la caratteristica principale e più significativa, il primo ed ovvio passo è quello di porre sotto accusa la ragione.

Ma cosa è la ragione?

Niente paura, non mi accingerò a provare a bere l’oceano. Desidero unicamente portare la nostra attenzione indietro alle prime riflessioni su questo argomento, ove si potrebbero scorgere dei bivii significativi. Credo che non ci siano dubbi che questi prodromi siano nell’antica Grecia. La nostra guida enigmatica in queste riflessioni è primariamente e perlopiù Platone.

A ben vedere chiamo questa guida “enigmatica”. Consapevole dell’insondabile profondità dell’argomento, non hai mai osato scriverne una positiva ed inequivocabile trattazione, formulando il suo insegnamento in una dottrina sistematica, ma piuttosto ha messo in discussione il suo pensiero nel circolo dei suoi studenti al fine di ispirare in loro ulteriori domande. Ciò che è conosciuto come Platonismo, incluse la teoria delle forme e delle idee, non è il Platone dei dialoghi, ma una ricostruzione del pensiero di Platone fatta dai suoi primi discepoli, e dai lettori successivi.

I dialoghi stessi sono attentamente elaborati cosi da familiarizzare il lettore all’intero respiro della problematica, non dunque per imporre una dottrina positiva ma piuttosto per invogliarlo a cominciare a pensare autonomamente e dunque sviluppare una sua propria comprensione. Ciò riguarda anche quei dialoghi come La Repubblicae Le Leggi che sembrano essere metodici precetti. Ci sono tuttora molti scolari che non vogliono comprendere ciò e credono che Socrate sia semplicemente il portavoce di Platone. Possono, tuttavia, criticare Platone per le sue contraddizioni o per il fatto di predicare cose inammissibili. Questa non è la mia lettura di Platone.    

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Come introduzione alla scoperata della “teoria” della ragione platonica, vorrei consigliare la lettura del Menone  che comprende il famoso passaggio noto come “la lezione di geometria”. La lezione di geometria non è, tuttavia, l’argomento del dialogo. La questione principale è formulata chiaramente dallo stesso Menone, un orgoglioso e giovane nobil uomo proveniente dalla Tessaglia, si rivolge a Socrate in quanto rappresentate della saggezza ateniese:

“Sai dirmi, o Socrate, se la virtù può essere insegnata? O se non può essere insegnata ma se può solo essere prodotta con l’esercizio? Oppure se non può né esser prodotta con l’esercizio né essere insegnata, ma se, invece, tocca agli uomini per natura o in qualche altro modo?”[1]

Mi si lasci notare per iniziare che Menone non distingue tra didakton e mathēton, per esempio, tra ciò che è pensato, da una parte, e, dall’altra ciò che è appreso ovvero correttamente compreso durante la lezione. Questa differenza è di cruciale importanza non solo in questo dialogo ma nei testi di Platone in generale.

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[1]Platone, Menone, tr. It E. Cattanei, Bompiani, Milano 2000. p. 75 (70a)