La natura pragmatica della conoscenza.

Desiderio, società, politica
Mario

 


Riflettendo sul rapporto tra teoria e prassi, sulle cui sponde si è generata e sviluppata la filosofia di ogni tempo, mi sono chiesta se oggi regga ancora la separazione, a livello epistemico, tra teoria e prassi, tra pensiero e azione. Anche alla luce delle recenti scoperte maturate in seno alle neuroscienze cognitive, siamo ancora convinti che la nostra capacità di pensare, o ragionare in modo rigoroso (la res cogitans di Cartesio), appartenga ad un dominio molto diverso dall’agire attraverso il corpo (res extensa)? In altre parole, è possibile oggi parlare di “conoscenza” ignorando l’organismo corpo-mente in azione e quindi l’esperienza che facciamo del mondo? E soprattutto, dopo la rivoluzione epistemologica operata dalla fisica moderna (che continua a tormentare le nostre certezze anche nei giorni in cui scrivo, con la sorprendente velocità dei neutrini che, se confermata, avrebbe sulla scienza un impatto inimmaginabile) e dopo la scoperta della straordinaria funzionalità dei “neuroni specchio”, pensiamo ancora che percezione e cognizione, esperienza e ragione, pensiero e azione, teoria e pratica, appartengano a mondi così diversi? V. Gallese (neurofisiologo del gruppo di Parma scopritori dei neuroni specchio) in Neuroscienze e fenomenologia (2006)[1] scrive: “Vale la pena di notare come, nell’ambito delle neuroscienze cognitive, si stiano cominciando a indagare i correlati neurali delle componenti ‘incarnate’ dell’esperienza del mondo, lasciandosi alle spalle l’equazione ‘mente uguale theoria’, già criticata, seppure in modi diversi, da Husserl e da Heidegger”. (Gallese ibidem). Nelle riflessioni che seguono, tenterò di mettere in risalto come leevidenze empiriche maturate nell’ambito delle neuroscienze cognitive, e in particolare la scoperta dei neuroni  specchio, che assegna all’esperienza corporea un ruolo fondamentale nella costruzione della conoscenza, avvalorino i principi dell’approccio empirista alla conoscenza, superandone nel contempo i limiti intrinseci in una visione pragmatica della conoscenza. Nel presente contributo esporrò, dapprima, le tesi che hanno da sempre contraddistinto la concezione empirista della conoscenza (raccolte in 6 punti) per evidenziare quali dei costrutti empiristi vengono suffragati dalle nuove teorizzazioni conseguenti le ricerche neuroscientifiche. Successivamente, affronterò la questione della coerenza o meno dei presupposti delle cosiddette “scienze dure” in rapporto alla concezione empirista della realtà. Quindi, attraverso la concezione embodied-enattiva della conoscenza e l'importanza da essa attribuita al radicamento dell'individuo nell’esperienza vissuta, evidenzierò gli aspetti che la prospettiva embodied condivide con l’approccio empirista, pur superandone i limiti in termini auto-poietici. Infine, metterò in relazione i principi del pragmatismo con la componente “pratica” della funzionalità specchio, per sottolineare come la natura pragmatica della conoscenza sia anteriore a qualsiasi sapere teorico (V. Gallese,2003)[2] e come la relazionepragmatica che noi abbiamo con gli oggetti e con gli altri, possa essere assunta a fondamento epistemologico anche dalle scienze della formazione. Il vero soggetto della conoscenza, afferma U. Margiotta, non può che essere l’osservatore, il quale si trova ad essere al contempo soggetto e oggetto della conoscenza. (U. Margiotta, 2007)[3]


 


Le tesi empiriste e razionaliste alla luce delle nuove teorie neuroscientifiche


Che cosa ha da sempre contraddistinto le due concezioni storiche della realtà?


Semplificando molto, e prendendo in considerazione solo gli aspetti che più contraddistinguono le tesi empiriste e quelle razionaliste, poiché, come sappiamo, in molti dei rappresentanti di entrambi le correnti sono presenti diversi intrecci, e i confini tra le due prospettive non sono sempre così netti. Sintetizzando i loro elementi distintivi possiamo affermare quanto segue: in primo luogo, l’empirismo sostiene che tutta la conoscenza viene acquisita dai nostri sensi attraverso l’esperienza, riconoscendo che ogni presunta verità deve essere messa alla prova ed eventualmente modificata, corretta o abbandonata; in secondo luogo, gli empiristi negano l'esistenza di verità assolute e praticano l’istanza critica del dubbio, di cui Hume rappresenta l’espressione più coerente.  Mentre per l’empirismo moderno (di cui i maggiori esponenti sono:  Locke,1632-1704; Berkeley, 1685-1753; Hume, 1711-1776) non esistono idee innate o qualcosa che sia conoscibile a prescindere dall’esperienza, per i razionalisti (a partire da Socrate, Platone, Aristotele, Cartesio…) é la ragione la fonte primaria della conoscenza, la quale, partendo da principi fondamentali (come lo possono essere gli assiomi della geometria o i principi della meccanica e della fisica) arriva a dedurre ogni altra forma di conoscenza. La concezione razionalista non si baserebbe sull’esperienza perché le rappresentazioni derivanti dai sensi non sono affidabili in quanto “simulano” la realtà e perciò, per andare oltre il dato sensibile, occorre puntare sui  principi "a priori".


Esaminiamo ora le idee fondamentali della concezione empirista e razionalista della conoscenza, per analizzare come le stesse, inclusi i loro limiti, possono venire re-interpretate alla luce delle teorizzazioni che sono seguite alle scoperte neuroscientifiche degli ultimi anni.


 


1.     Primato dell’esperienza o primato dell’intelletto?


Tradizionalmente, la prospettiva razionalista parte dalla convinzione che solo l’attività della mente razionale possa produrre la vera conoscenza, e che essa non abbia bisogno dei dati forniti dall'esperienza sensibile (ossia del vedere, sentire, toccare, ecc.) performarsi un idea della realtà. Alla conoscenza della realtà provvedono le idee universali (a priori o innate) di cui la mente è dotata e di cui si serve per procedere successivamente in modo deduttivo, ossia procedendo dal generale al particolare, inferendo in modo logico-razionale una conoscenza dall’altra. In contrapposizione, la prospettiva empirista pone alla base della conoscenza l’esperienza sensibile, ovvero, sostiene che tutte le conoscenze sono acquisite indirettamente o direttamente attraverso i sensi,per mezzo dei quali i dati di realtà vengono ad inscriversi nella mente. “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”(J. Locke 1632-1704)[4]. Un tale assunto è corroborato dai risultati delle ultime scoperte delle neuroscienze, in particolare dalla scoperta dei neuroni specchio ad opera del gruppo di Parma guidato da Giacomo Rizzolatti. Se è vero che esiste un meccanismo a livello neurale (e ormai non ci sono più dubbi sull’esistenza dei neuroni specchio anche nell’uomo, e in molte più aree di quanto si credeva inizialmente) che simula le azioni, sensazioni e emozioni che osserviamo negli altri, reclutando gli stessi circuiti che si attivano quando siamo noi a compiere quelle azioni, o a provare quelle sensazioni o emozioni,  significa che la base primaria della nostra conoscenza, dell’empatia e della nostra capacità di apprendere, è di natura percettivo-motoria, e che interessa tutti i sensi e il corpo: il fare, il toccare, il guardare, ecc.. (G.Rizzolatti, V.Gallese e altri, 2006)[5] Le ricerche e gli studi degli ultimi anni  si stanno consistentemente orientando verso un modello di mente in cui i livelli di funzionamento più elevati (ragionamento, comprensione, interpretazione, pianificazione) comunicano e dipendono dagli strati più bassi, quelli che derivano dalle nostre molteplici interazioni quotidiane tra il nostro sistema sensoriale-percettivo-corporeo e l’ambiente esperito. I risultati di queste ricerche informano che le innumerevoli interazioni che costellano la nostra esperienza quotidiana, vengono mappate a livello neurale dove viene conservata la relazione oggetto-scopo (cioè l’uso che posso fare di quell’oggetto o situazione) relazione che viene reclutata, sia per compiere l’azione, sia per comprendere l’azione quando viene eseguita da altri, a patto però che essa appartenga al repertorio sensori-motorio dell’osservatore. Quest’ultima  condizione, documentata da diversi esperimenti (Buccino, 2004; Calvo Merino, 2005 e altri)[6] può ben rappresentare una prova dell’impatto che l’esperienza ha nella conoscenza e nell’apprendimento. Lakoff e Núñez, ad esempio (in Da dove viene la matematica, 1998)[7] sostengono che la formazione dei concetti non è un’attività che riflette qualche realtà esterna, ma è intrinsecamente costruita dalla natura del nostro corpo e del nostro cervello, attraverso il sistema sensoriale-motorio: “Tutte la attività …dipendono da segnali dal corpo al cervello e dal cervello al corpo. Le mappe e le connessioni sono modificate non solo da ciò che percepiamo, ma anche da come ci muoviamo. A sua volta, il cervello regola le funzioni biologiche fondamentali degli organi del nostro corpo, oltre a controllare i movimenti e le azioni che guidano i nostri sensi” (Lakoff e Núñez, ivi) Per A. Damasio, l’errore dei razionalisti, soprattutto dopo Cartesio (in L’errore di Cartesio, 1994)[8] è stato quello di non capire che la natura ha costruito l'apparato della razionalità, non solo al di sopra di quello della regolazione biologica, ma anche a partire da esso e al suo stesso interno. Diversamente da quanto sostenuto dalla logica formale e dalla tradizione razionalistica (Platone, Cartesio, Kant) secondo Damasio, il processo decisionale (quindi una facoltà squisitamente “elevata”) sarebbe  condizionato da quelli che lui chiama  marcatori somatici, ossia schemi neurali associati a stati del corpo, reali o fittizi (quindi al nostro sentire), creati nel nostro cervello durante il processo di apprendimento e socializzazione. Lo scienziato trova nel pensiero di Spinoza (1632-1677) in Alla ricerca di Spinoza (2003)[9], quell’unione di mente e corpo, considerati come attributi paralleli della medesima sostanza, e a cui Damasio conferisce rispettivamente, sentimenti (alla mente) ed emozioni (al corpo).



 


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[1]V. Gallese, Neuroscienze e fenomenologia, Milano,Treccani Terzo Millenio, 2006, pag.27



[2] V. Gallese,Le basi neurofisiologiche dell' intersoggettività.2010 Milano, Franco Angeli, pag.156.



[3] U. Margiotta,  Insegnare nella società della conoscenza. Lecce, Pensa Multimedia, 2007, pag. 243.


 



[4]J.Locke , Saggio sull'Intelletto Umano, Libro II, Cap. 1, § 5. «Nulla è nell'intelletto che non fu già nei sensi». Ed aggiungeva Leibniz (1646-1716):«excipe: nisi intellectus ipse» (Leibniz Nuovi saggi sull'intelletto umano, Libro II, Cap. 1, § 6.) «fatta eccezione per l'intelletto stesso».



[5]G.Rizzolati, C. Sinigaglia, So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006,  pag.85 ; V. Gallese, P. Migone,  M.E. Eagle, La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell'intersoggettività. 2006, Psicoterapia e Scienze Umane XL: 543-580.


 


 



[6] G. Buccino, F. Binkofski F., L. Riggio L., The mirror neuron system and action recognition.
Brain and Language,
2004,89:370-376; B. Calvo-Merino, D.E. Glaser, J.Grezes, R.E.Passingham, P.Haggard , Action observation and acquired motor skills: an FMRI study with expert dancers. Cereb Cortex , 2005, 15:1243-1249.



[7] G.Lakoff e R.E.Nùnez, Da dove viene la matematica. Come la mente embodied dà origine alla matematica, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pag. 76.



[8]A. Damasio, L’errore di Cartesio, emozioni ,ragione e cervello umano, Milano, Adelphi, 1955, pag 234.



[9]Damasio A., Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Milano, Adelphi, 2003, pag. 357.