L’impatto del "Nuovo manuale controinsurrezionale dei Marines americani" sul linguaggio politico e le strategie militari.

Linguaggio e potere
Camaiti Hostert

 


Nel suo ultimo saggio uscito per Duke University Press lo scorso autunno e intitolato The Right to Look: A Counterhistory of Visuality, Nicholas Mirzoeff apporta grandi modifiche al campo che egli stesso ha contribuito a creare. Corollario fondamentale della sua teoria era stato il fatto che il proliferare delle immagini ha creato un approccio visuale nella vita quotidiana di ognuno di noi. “ La nostra vita ha luogo sullo shermo –scriveva Mirzoeff nel 1999- La vita nei paesi industrializzati e’ sempre piu’ vissuta sotto la costante sorveglianza di telecamere; dagli schermi sugli autobus a quelli negli shopping malls, da quelli sulle autostrade o sui ponti a quelli accanto ai bancomat (…). L’esperienza umana e’ adesso piu’ visuale e visualizzata di quanto lo sia mai stata nel passato: dalle immagini satellitari a quelle mediche delle onde ecografiche che possono penetrare nel corpo umano. Nell’era degli schermi visuali il nostro punto di vista e’ cruciale”. Questa affermazione che gli era costata tra le altre la critica di creare una sorta campo interdisciplinare astorico ( polemica con WJT Mitchell) e’ stata rivista e corretta successivamente. Ma allora anche per attrarre l’attenzione su questo nuovo posizionamento strategico del sapere Mirzoeff, seguendo l’affermazione che il mondo come testo era stato sostituito dal mondo come immagine dava semplicemente una definizione della cultura visuale e dei visual studies basata proprio sui momenti in cui il visuale diveniva elemento di contestazione, dibattito e definizione in termini di identita’ collettive e individuali. Cosi’ l’assunto proveniente dai cultural studies anglosassoni della creazione di un corpo del sapere postdisciplinare che attraversava le varie materie delle cosiddette Humanities e si concentrava sulla formazione delle identita’ etniche, di genere religiose e di classe nei loro processi di trasformazione quotidiana e di osmosi meticcia diveniva lo starting point dei visual studies. I quali coscienti infatti dell’instabilita’ dell’immagine e del suo rapporto con la realta’ esteriore facevano, secondo Mirzoeff, del punto di vista di osservazione dello spettatore il loro elemento privilegiato. Visto che l’esperienza visuale non poteva piu’ essere interamente spiegata entro il modello della testualita’ i visual studies costituivano un elemento di sfida alle istituzioni in vista di una loro possible trasformazione e quindi divenivano anche una eventuale “strategia dell’impegno sociale e politico dell’oggi”. Questo prima dell’11 settembre quando era ancora possible credere a un ordine delle immagini instabile e pronto a ricombinarsi in forme e modi diversi aprendo spazi alla possibilita’ di fare emergere i soggetti subalterni, gli invisibili, le vittime proprio nel progressivo formarsi e divenire quotidiano delle loro identita’. La cultura visuale poteva cioe’ rappresentare “una tattica del sapere che serve a studiare la genealogia e le funzioni della vita quotidiana” facendo emergere soprattutto su un piano locale e decentralizzato le identita’ piu’ deboli e piu’ esposte all’invisibilita’ dei media. Era una risposta ai media visuali sia da parte degli individui che dei gruppi che evidenziava la presenza di un Panopticon benthamiano cosi’ come lo aveva descritto Foucault (Sorvegliare e punire,1975)  in cui tuttavia il carattere altamente mediato della rappresentazione evidenziava la possibilita’ di nuove forme di visualita’. E sebbene il filosofo francese avesse visto nella visibilita’ solo una trappola e quindi non avesse compreso appieno il potere ambiguo, contraddittorio e a doppio senso delle immagini,visibilita’e invisibilita’ assumevano invece forme che lasciavano spazi nuovi e inusitati ad identita’ contaminate e ancora in progress


                                                                        II


Dopo l’11 settembre i ruoli si sono irrigiditi. Con la proteiforme occupazione degli spazi dell’etere l’immagine si e’ ricombinata si’ ma solo per riaffermare la falsa dualita’ di un mondo assoluto nella sua bipolarita’. Il falso conflitto locale tra mondo occidentale e mondo islamico  si e’ globalizzato e la globalizzazione si e’ spettacolarizzata e dunque gli space off si sono ridotti virtualmente ad essere inesistenti e inessenziali. E noi non solo abbiamo accettato l’intensificazione della sorveglianza e del controlloche penetra entro la nostra vita privata e intima, ma li abbiamo invocati come elementi di protezione e sicurezza. Una trasparenza capillarizzata tutta  rousseauviana  e’ stata presentata  come rafforzamento se non addirittura salvataggio della democrazia.E non e’ bastata  l’ "intervisuality", o meglio l’interazione di una varieta’ di modi e mezzi della visualita’ a ripristinare spazi liberi e controversi a risolvere il problema, come allora suggeriva Mirzoeff. Questo concetto chiave della cultura visuale permetteva infatti ad ogni esperienza visiva di potere incorporare diverse forme mediatiche, network di infrastrutture e significati e significati intertestuali  anche se non eliminava il problema di una sussunzione polarizzata in quanto la scoperta delle intenzioni del produttore non era bastante da sola a costituire una strategia che aprisse alle voci degli invisibili.


La Guerra in Iraq aveva esasperato questa tendenza  quando nel suo saggio Guardare la Guerra. Immagine del potere globale (Meltemi 2004 in inglese Watching Babylon. The War in Iraq and Global Visual Culture, Routledge 2003) Mirzoeff aveva scelto Babilonia come  immagine dell’esilio e come locus di resistenza e di riscossa. Era quasi un grido impotente contro una guerra che nonostante le tante manifestazioni di strada in tutta l’America procedeva, seguendo un escalation incontrastata che trasformava le immagini in armi da offesa. Per esempio l’uso dei droni UAV(unmanned arial vehicle), i Predator che, guidati a distanza, sganciavano i missili Hellfire in Iraq Afganistanne ne erano una tragica prova. Confermando con cio l’esercizio di un potere globale il cui impero dei campi  era la manifestazione piu’ eclatante  di una strategia di detenzione e deportazione che avrebbe sostituito quella disciplinare e rieducativa della politica carceraria  e piu’ in generale dell’ordine pubblico nei paesi anglossassoni. E qui non e’ possible non ricordare le parole contro la guerra di Susan Sontag che in Davanti al dolore degli altri (Mondadori 2003) ce ne ricorda gli orrori motivando il suo ritorno alla fotografia come visualita’ “morale” che non permette un intormentimento totale come invece fa lo scorrere delle immagini televisive.


 


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