L’espressione del potere. I linguaggi della Bildung nella Fenomenologia dello spirito di Hegel

Linguaggio e potere
Ziglioli

 


 

L’importanza della funzione esercitata dal linguaggio lungo il cammino di formazione della coscienza, all’interno della Fenomenologia dello spirito, è nota ed è stata oggetto di numerosi studi[1]. Al linguaggio è giustamente riconosciuta una funzione essenziale per la mediazione della coscienza con il proprio altro e per la formazione dei rapporti intersoggettivi. All’interno di questo quadro generale, rivogliamo qui l’attenzione ad un aspetto specifico del rapporto tra linguaggio e formazione della coscienza. Si tratta della relazione tra il linguaggio parlato dall’autocoscienza e le dinamiche di potere da essa messe in atto per affermare se stessa a discapito dell’altro.


Lungo il suo cammino, la coscienza fa difatti esperienza di diverse forme di relazione intersoggettive, per lo più caratterizzate dalla disuguaglianza e dal tentativo di dominio da parte di uno dei Sé sull’altro. Il linguaggio, allo stesso tempo mediazione e manifestazione del rapporto tra i Sé, assume un ruolo centrale nell’evoluzione di questi rapporti. Vedremo in che modo il linguaggio viene usato dalle autocoscienze come strumento di potere sull’altro e i limiti che esso presenta nell’adempiere a questo compito. Il linguaggio, lo vedremo, sembra infatti piegarsi solo in parte alle pretese di affermazione del singolo Sé.


 


Il linguaggio come medium


Per comprende l’importanza che il linguaggio riveste all’interno del cammino fenomenologico, occorre richiamare brevemente la concezione hegeliana del linguaggio come medium. Il linguaggio è definito da Hegel come l’”esserci semplice” di quel movimento mediatore in cui l’unità del concetto diviene effettuale[2]. Questa concezione risale almeno al primo sistema jenese (1803/04), quando Hegel elabora una filosofia dello spirito come progressione di medi (Mitte), ossia di unità di opposti[3]. Il linguaggio è la “prima vincolata esistenza della coscienza in quanto medio”, il primo esserci in cui la coscienza si trovava in unità con il proprio altro[4]. In esso, infatti, non solo la coscienza riesce a dare alla propria interiorità un’espressione esteriore, realizzando nel segno linguistico una prima unità di essere e pensiero, ma si dà anche per-altri soggetti autocoscienti, ponendosi così come Sé universale. Nel linguaggio pertanto la coscienza realizza una mediazione con il proprio altro, sia questo l’oggetto del suo conoscere, sia l’altro soggetto autocosciente.


In quanto esserci del movimento di mediazione della coscienza, il linguaggio pone la mediazione nell’esistenza, la porta a manifestazione, e ne costituisce quindi una forma di presentazione (Darstellung). Dal momento che lungo il suo cammino, la coscienza fa esperienza di diverse forme di relazione con il proprio altro, anche il linguaggio compare più volte, presentando di volta in volta il tipo di relazione che la coscienza ha instaurato. Il linguaggio è pertanto misura dello sviluppo della coscienza, anche a dispetto della convinzione della stessa, che spesso fraintende la natura del suo rapporto con l’altro.


E' quanto ad esempio avviene molto chiaramente nel capitolo della cultura (Bildung). Qui, l’estraneazione che ancora caratterizza questo momento dello spirito si ripresenta anche nelle distorte relazioni tra Sé. Le autocoscienze vivono il rapporto con l’altro come una prova di forza, come l’insuperabile alternativa tra il dominare e l’esser dominate dall’altro. La relazione intersoggettiva diventa così a tutti gli effetti una forma di esercizio del potere. Anche il linguaggio viene impiegato dalle autocoscienze per esercitare il proprio dominio sull’altro.


Vedremo tuttavia come questi tentativi riescano solo in parte, e come la mediazione linguistica, mortificando le ambizioni di dominio delle autocoscienze, le aiuti a comprendersi come momenti della medesima unità. Riflettendo sul suo linguaggio, la coscienza è spinta a rivedere le proprie posizioni, il proprio sapere di sé e dell’altro. Il linguaggio è pertanto motore, oltre che misura, del cammino fenomenologico: svolge infatti una funzione demistificatoria rispetto alle false certezze della coscienza, contribuendo così alla sua formazione.



 


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[1]              Ricordo qui solo i classici su questo tema, si veda:Simon, J., Das Problem der Sprache bei Hegel, Stuttgart 1966;  Th. Bodammer, Hegels Deutung der Sprache. Interpretationen zu Hegels Ausserungen über die Sprache, Hamburg 1969; D.J. CookLanguage in the philosophy of Hegel, The Hague 1973. InItalia, una più recente analisi del ruolo del linguaggio nella Fenomenologia è stata svolta da M. Campogiani, Hegel e il linguaggio. Dialogo, lingua, proposizioni, La Città del Sole, Napoli 2001.



[2]              G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes, in W. Bonsiepen, R. Heede (a cura di), Gesammelte Werke, Bd.9, Meiner Verlag, Hamburg 1980, p. 277 (trad. it. di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, La nuova Italia, Milano 2001, p. 319). [d’ora in poi cit. con: PhG. seguito dalla paginazione tedesca e da quella della traduzione italiana].



[3]              G.W.F. Hegel, Jenaer Systementwürfe I, Das System der spekulativen Philosophie. Fragmente aus Vorlesungsmanuskripten zur Philosophie der Natur und des Geist. 1803/04, in K. Düsing, H. Kimmerle, (a cura di), Gesammelte Werke, Bd. 6, Meiner Verlag, Hamburg 1975, p. 276(trad. it. di G. Cantillo, Filosofia dello spirito jenese, Laterza, Roma-bari 1984, p. 14).



[4]              Theodor Bodammer ha giustamente richiamato l’attenzione sul fatto che il “medio” di cui Hegel parla qui non deve essere inteso in senso meramente strumentale, come qualcosa che stia “in mezzo” tra l’individuo e il mondo. Egli suggerisce quindi di leggere die Mitte o das Mittel come Medium, poiché esso dischiude un intero orizzonte di esperienza assieme teoretico e pratico. (Th. Bodammer, Hegels Deutung der Sprache, cit. pp. 70-71).