Interpretazioni sul mito di Pandora

Modernità e metafisica
Giorgio

 

Con l’espressione vaso di Pandora si allude metaforicamente a un’improvvisa scoperta di eventi negativi che per molto tempo erano rimasti nascosti e che, una volta manifesti, non possono più essere celati. Come spesso accade, la mitologia viene a sopperire la mancanza di un perché o più semplicemente a spiegare eventi e circostanze a cui l’uomo fin dalle origini non sapeva dare un nome. Il mito di Pandora appare nella Teogonia[1] di Esiodo, senza che il poeta faccia però il nome della giovane donna.

È Pandora colei che resta senza nome nella Teogonia, nei versi 590–93:

Da lei discese la razza umana delle donne:
da lei discese la razza e la tribù di donne foriere di morte che
vivono tra i mortali e procurano loro grandi guai,
nessun aiuto nella terribile povertà, ma solo nella ricchezza.

Pandora viene invece presentata dallo stesso Esiodo con il suo nome nella fondamentale opera Le Opere e i Giorni[2]. Esiodo narra in questi termini della decisione di Zeus di creare la bellissima Pandora:

E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena, occhio di mare, le diede una cinta e l’adornò; le Grazie divine e Persuasione veneranda attorno al suo corpo portarono aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, la incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna: Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte, portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, prima di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano la morte all’uomo, rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono. Ma la donna, di sua mano, sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Rimase sola lì la Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; perché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini.[3]

Chi era dunque questa giovane donna? Già il nome ci offre una risposta parziale: Πανδώρα(Pandora) deriva da πᾶνpan, tutto, ogni e δῶρονdoron, dono. Pandora è, secondo il mito greco, la prima donna che apparve sulla terra. Pandora nasce da Efesto, al quale Zeus aveva ordinato di formare, mescendo terra e acqua, una figura che avesse sembianze e voce umana, e il volto di una dea leggiadra, a cui gli dei offrirono grazia e virtù.Atena vestì la fanciulla di ricchissime vesti, e le fece dono della sapienza, le Càriti e la veneranda Pito, la persuasione, l’adornarono di monili d’oro, mentre le Ore intrecciarono corone di fiori per il suo capo; Afrodite le donò la civetteria; Ermes la rese scaltra e curiosa; e proprio perché tutti gli dei le avevano offerto qualcosa in dono le fu dato il nome di Pandora.

Secondo il racconto tramandato dal poeta Esiodo[4], il vaso (pithos, πίθος in greco) era un dono fatto alla giovane donna da Zeus, il quale le aveva raccomandato di non aprirlo. Pandora venne condotta da Ermes presso il fratello di Prometeo, Epimeteo[5], per diventare la sua sposa. Epimeteo, nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare mai doni dagli dei, sposò Pandora. La ragazza portava con sé un vaso, regalatole da Zeus e che non avrebbe mai dovuto aprire. Pandora, però, che aveva ricevuto la curiosità in dono dal dio Ermes, disobbedì a Zeus scoperchiando il vaso e liberando così tutti i mali, che si sparsero per il mondo. Sul fondo del vaso rimase soltanto la Speranza (Elpis), che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse richiuso. Fino a quel momento l'umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni di ogni sorta, gli uomini erano immortali, proprio come gli dei. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato e inospitale finché Pandora aprì nuovamente il vaso per far uscire anche la speranza.La venuta sulla terra di Pandora coincide in tal modo con la scomparsa della felicità degli uomini: appena sollevato il coperchio, tutti i mali e le sventure si erano abbattute sul mondo con una forza inaudita e alla velocità di un turbine, non risparmiando nessuno e neanche un angolo di terra.

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[1] Esiodo, Teogonia, VIII-VII sec. a. C.

[2] Esiodo, Le Opere e i Giorni, VIII sec. a.C.

[3] Esiodo, op. cit, vv. 42-105.

[4] Su Pandora e Prometeo, oltre a Le Opere e i Giorni, cfr. Esiodo, Teogonia, vv. 565-616; Apollonio Rodio, Le Argonautiche, II v.1249; Eschilo, Prometeo Incatenato, vv. 218, 252, 445 e succ., 478 e succ. e 228-236; Ovidio, Metamorfosi, IV v. 630; Virgilio, Egloghe, VI v. 42.

[5] Il nome significa letteralmente “colui che riflette in ritardo”; Epimeteo era figlio del titano Giapeto e della ninfa Oceanina Climene, fratello di Prometeo, Atlante e Menezio.