Il soggetto contemporaneo come apertura.

Modernità e metafisica
Sinibaldi

L'orizzonte storico ed epistemologico al di là della filosofia sistematica

1. La rivoluzione positivista espansione e parcellizzazione del sapere.

 

Ai tempi di Hegel, e, se si guarda all’interezza della storia della filosofia, non si tratta di molti anni fa, un uomo di cultura medio-alta, con l’andar avanti negli anni, poteva godere della gradevole sensazione di sapere ‘gran parte delle cose importanti’ . Lo stesso Hegel, prima di divenire il rinomato professore di Berlino, ebbe un esperienza di docenza in un’istituto superiore di Norimeberga prima come professore e poi come Preside. Rosenkranz ci racconta di come egli, nel periodo della sua presidenza, fosse solito sostituire i professori mancanti, di qualsiasi disciplina allora insegnata.

 

“Se un insegnante si ammalava per qualche tempo, non di rado egli prendeva il suo posto e gli alunni erano particolarmente sorpresi quando passava dal greco e da altre materie affini al calcolo differenziale ed integrale. Avvinceva profondamente quel che diceva di fuori dall’ordinario in circostanze accidentali. Quando vennero acquistati il Cid di Herder ed il Sakontala parlò sulla poesia indiana e su quella romantica e consigliò la lettura di tali libri. Il suo consiglio venne entusiasticamente seguito. Se un alunno voleva avvicinarsi maggiormente alla filosofia e lo pregava di indicargli opere atte a questo scopo, lo indirizzava generalmente a Kant e a Platone e lo metteva in guardia contro la dispersione provocata dalla lettura dei filosofi popolari”[1]

 

Certo Hegel era un uomo di raffinato ingegno, ma è ragionevolmente pensabile che qualsiasi individuo di cultura medio-alta fosse egualmente capace di tale impresa. Era, insomma, per diverse ragioni, ancor vivo quel concetto di cultura onnicomprensivo che, invece, ai nostri giorni sembra completamente perduto.

 La filosofia sistematica, di cui lo stesso Hegel è forse uno degli ultimi e più illustri interpreti, rappresentava parte di questo concetto onnicomprensivo di cultura, che tentava appunto di sistemare, in maniera più o meno ordinata, quelle ‘cose importanti’  che rappresentavano gli assi culturali fondamentali di un determinato popolo, o addirittura, a grandi linee, dell’intera umanità.

Si pensi invece ad un intelligenza raffinata dei nostri giorni come per esempio quella della Rita Levi Montalcini intenta a tenere una lezione di storia, o all’illustre filosofo Massimo Cacciari che si cimenta in una lezione d’anatomia. Non farebbero altro che suscitare l’ilarità di un qualsiasi novizio studentello alla prime armi con il proprio settore di specializzazione eppure in qualche modo già più preparato di questi illustri nomi che praticano, però, discipline diverse.

Questo piccolo e scherzoso paragone può, tuttavia, darci un’ idea della clamorosa rivoluzione che si produce per la prima volta nell’umanità in questi ultimi 150 anni ovvero dai tempi di Hegel ai giorni nostri.

Le cose, sosterrei con buona approssimazione, iniziano a cambiare radicalmente nella seconda metà dell’ottocento. L’incalzare della rivoluzione industriale in tutta Europa, ed il diffondersi della cultura positivista, portano con sé una così grande espansione del sapere scientifico e tecnologico, che mente umana, per quanto raffinata e dotata, non può nemmeno lontanamente immaginare di comprendere in sé. Naturalmente sarebbe assai ingenuo dare di questo fenomeno un giudizio puramente negativo. È infatti grazie a questa ‘poderosa rivoluzione’ che possiamo godere di molte delle comodità e degli strumenti cui oggi siamo avvezzi. Grazie a questa parcellizzazione e specializzazione del sapere, oggi l’umanità è in grado di curare tumori e di esplorare lo spazio.

Come spesso accade, però, nelle ‘poderose rivoluzioni’ vi è anche l’altra faccia della medaglia. In questo grande cambiamento si possono forse ricercare le radici di quella “sensazione di vuoto”, di quella mancanza di orizzonte di senso, di quella sensazione, appunto, di morire sempre insoddisfatti che continua ad attanagliare il contemporaneo e che a grandi linee percorre tutto il novecento a partire dalla fine della Grande Guerra.

 In termini più strettamente filosofici si potrebbe parlare di crisi della filosofia sistematica, ovvero di quella via che porta da Hegel a Nietzche, e direi anche oltre, tanto ben illustrata dal capolavoro di K Löwith:

 

“Il relativismo storico di Hegel ha come principio e come termine il ‘sapere assoluto’, in rapporto al quale ogni passo nello svolgimento dello Spirito è un progresso della coscienza nella libertà; il sapere che le scienze storiche possiedono intorno allo ‘Spirito’ non è invece neppure un sapere relativo perché manca ad esso la misura per giudicare l’accadere cronologico. Dello Spirito non è rimasto che lo ‘spirito del tempo’. Eppure c’è bisogno, per poter intendere anche soltanto il tempo come tale, di un punto di vista che trascenda il semplice accadere cronologico. Ora, siccome l’identificazione della filosofia con lo ‘spirito del tempo’ ha acquistato la sua forza rivoluzionaria per opera dei discepoli di Hegel, uno studio sul periodo che va da Hegel a Nietzsche non potrà fare a meno di porre finalmente questa particolare questione: l’essere ed il ‘senso’ della storia sono, in genere, determinati da lei stessa, e se questo non è vero. Da che cosa allora?”[2]

 

La ‘poderosa rivoluzione’ spalancava le porte del benessere e del progresso tecnologico almeno per parte dell’umanità, lasciava aperto però il problema del senso, la fine di un sapere certo, la fine della filosofia sistematica portava nel senso comune quella sensazione di ‘vuoto’ che, trascorso l’ultimo mito positivo, permeerà di sé molta della filosofia del novecento. 

 

 

2. La presa di coscienza della crisi della filosofia sistematica mentalità positiva e mentalità decadente.

 

Come spesso accade nella storia della filosofia “la Nottola di Minerva si leva solo sul far del crepuscolo”. Fuor di metafora, si potrebbe sostenere che quella poderosa rivoluzione, che inizia a prodursi a metà dell’ottocento, viene “recepita” filosoficamente solo negli anni successivi alla prima guerra mondiale, o meglio in quegli anni si inizia a comprendere che quella poderosa rivoluzione aveva un prezzo da pagare, riflessione che il primo conflitto mondiale rese talmente evidente da non poter esser procrastinata.

La mentalità “positiva” che aveva accompagnato i primi anni della poderosa rivoluzione, da una parte, rimaneva in fondo ancora sistematica, ovvero era solo in parte consapevole dei grandi cambiamenti che con l’espandersi della rivoluzione industriale e con il progresso del sapere tecnico si sarebbero prodotti. Si pensava, in fondo, di poter tenere questa grande espansione ancora dentro un concetto di cultura, o meglio nell’unicità della scienza. La diffusione capillare e progressiva del sapere tecnico avrebbe portato inoltre ad un mondo governato dall’ordine e dal progresso,  cosa che, alla lunga, avrebbe condotto l’intera umanità verso la pace e la prosperità. Il positivismo portava in sé una grande contraddizione, da una parte, esprimeva le esigenze del nuovo tempo della rivoluzione industriale, favorendo dunque l’espansione ed il processo di specializzazione alla base dello sviluppo tecnologico, dall’altra, aveva in sé la grande illusione di poter racchiudere tutto ciò nell’ordine, nel progresso e nella fede nella scienza.

 

“Il positivismo è il romanticismo della scienza. La tendenza propria del romanticismo a identificare il finito e l’infinito, a considerare il finito come la rivelazione e la realizzazione progressiva dell’infinito, è trasferita e realizzata dal positivismo nel seno della scienza. Con il positivismo, la scienza si esalta, si pone come l’unica manifestazione legittima dell’infinito, perciò si carica di un significato religioso e pretende di soppiantare le religioni tradizionali(…). Il positivismo accompagna e stimola la nascita e l’affermazione dell’organizzazione tecnico-industriale della società, fondata e condizionata dalla scienza. Esso esprime le speranze, gli ideali e l’esaltazione ottimistica, che hanno provocato e accompagnato questa fase della società moderna”[3].

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[1]  K. Rosenkranz, Vita di Hegel, Vallecchi, Firenze 1966. p. 267

[2] K. Löwith, Da Hegel a Nietzsche, Einaudi, Torino 1949. p. 12

[3] N. Abbagnano, Storia della Filosofia vol V La filosofia del romanticismo, Editori Associati, Milano, 1993. p.281