Il rischio, la politica e il potere

Società senza rischio?
Marchianò

Premessa


Parlare del rapporto tra rischio e politica, specialmente nell’era globale, significa poter percorrere terreni molto vasti nei quali non sempre è facile orientarsi, sia per la vastità delle «zone da esplorare», sia per le diverse discipline implicate come la sociologia, la teoria politica e la filosofia.


Di seguito si proverà a tracciare un piccolo percorso, molto generale, che si suddivide in tre momenti essenziali. Il primo, scavando negli albori del pensiero moderno, spiega la politica e lo Stato  come un’esigenza funzionale per ridurre il rischio (l’insicurezza, la paura) per gli uomini. Il secondo e il terzo sono intrecciati e si concentrano sulle trasformazioni avvenute con il passaggio alla tarda modernità, con i nuovi rischi scaturiti dalle sue stesse innovazioni  e dalla capacità della politica di trasformare il rischio in ideologia, puntando all’acquisizione di consenso, di controllo sociale e di potere.


Paura, rischio e politica


Intendere la politica come quell’attività che in virtù della capacità di gestire il potere e della legittimità per farlo deve servire a ridurre i rischi per i cittadini, ci riporta alle origini della teoria politica moderna e in particolare a Thomas Hobbes il quale nella sua teoria dello Stato attribuisce proprio ad esso il compito principale di garantire la sicurezza ai suoi cittadini. Nell’elaborazione hobbesiana, il rischio è legato alla sicurezza individuale, alla salvezza dell’uomo, e deriva direttamente dallo stato di natura del quale in origine l’uomo ne condivide l’essenza. «Secondo Hobbes il senso della realtà è indotto dalla paura. Il capolavoro della paura consiste nel far sentire a ognuno la precarietà di un contesto privo di regole certe e nel sospingere individui portatori di un egoismo irriducibile verso lidi di un potere sovrano irresistibile. Il disordine della paura genera l’ordine dello Stato»[1]. La dimensione naturale dell’uomo è foriera di pericoli poiché ognuno persegue indistintamente i propri bisogni ed è spinto ad agire dalle passioni senza preoccuparsi, potenzialmente, di quanto possa nuocere all’altro uomo. L’uomo, dinnanzi alla scarsità di risorse, prova a consumare i suoi interessi più egoistici, senza che via sia un’autorità o un ente che possa proibire o sanzionare gli eccessi dei suoi comportamenti. Il singolo senza Stato, senza legge, è così una minaccia, un rischio costante per l’umanità stessa poiché, nel perseguire il suo interesse, può arrivare anche a uccidere o comunque a compiere del male all’altro uomo.


Partendo da questa considerazione preliminare, Hobbes giunge alla sua teoria dello Stato che nasce da una sorta di contratto nel quale il singolo cede una parte della propria autonomia in cambio di protezione. Dai cittadini arriva la legittimità allo Stato per cessione di potere e accettazione delle regole di quest’ultimo; allo Stato, invece, spetta il compito di proteggere e garantire i cittadini, eliminare le paure, garantire la sicurezza: «Hobbes lavora attorno al tema della politica vista come riduzione della insicurezza sociale e come necessario momento istitutivo delle relazioni sociali»[2]. Le parole dello stesso Hobbes sono esplicite: «La causa finale, il fine o il disegno degli uomini (che per natura amano la libertà e il dominio sugli altri), nell’introdurre quella restrizione su se stessi sotto la quale li vediamo vivere negli Stati, è la previdente preoccupazione della propria conservazione e di una vita perciò più soddisfatta; cioè a dire, di trarsi fuori da quella miserabile condizione di guerra che è un effetto necessario (come è stato mostrato) delle passioni naturali degli uomini»[3]. Lo Stato di Hobbes si forma, dunque, dalla rinuncia di parte di libertà dei cittadini e ha il compito di garantire ordine e di eliminare i conflitti che, per Hobbes, sono portatori di rischi, di pericoli e fattore di disgregazione[4].



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[1]M. Prospero, La politica moderna. Teorie e profili istituzionali, Roma, Carocci, 2002, p. 51.



[2]M. Prospero, Filosofia del diritto di proprietà. Vol. I Da Aristotele a Kant, Milano, Franco Angeli, p. 259. «La genesi dello Stato è rinvenuta in Hobbes nei bisogni, nei desideri che introducono una contesa dall’esito incerto, suscitano ambigue sensazioni in merito al futuro, incutono paura sull’imprevedibilità dell’altrui mossa. L’eguaglianza dei corpi, dovuta al fatto che anche il più debole non è così inadatto ad uccidere il più forte, espone tutti al rischio della contesa, alla diffidenza per le altrui voglie, all’orgoglio di acquisire maggiore influenza, al calcolo privato per emergere», Ivi, p. 262.



[3]T. Hobbes, Leviatano, ed. a cura di Arrigo Pacchi, Milano, Mondadori, 2008, p. 181.



[4]«Lo Stato, prodotto eminentemente razionale e artificiale, quale suo fondamento presenta la paura, situazione irrazionale per definizione. Il timore permanente, l’insicurezza, la paura di morire di morte violenta, sono alla base della ricerca di un rimedio artificiale come quello offerto dello Stato. La politica non è il braccio secolare di una concezione edificante dell’etica (…), ma è la costruzione di una spazio pubblico pacificato nel quale si garantisce la sicurezza della vita dinanzi alle minacce di azioni violente. Il problema prioritario in Hobbes non è quello di rendere eticamente ricca la vita o beatitudine, ma di diminuire lo spessore della insicurezza sociale»; cfr. M. Prospero, La politica moderna, cit., p. 49.