Il movimento dell’esistenza come problema politico. Il coinvolgimento di Jan Patočka nel dissenso. I presupposti filosofici di questo gesto

Jan Patočka. Tra declino dell’Europa e orizzonte asoggettivo
Tava

I.  Un pensiero concreto

In conclusione di uno dei suoi seminari privati[1], organizzati nella clandestinità di un appartamento praghese, in un periodo coincidente con la più dura normalizzazione politica, Jan Patočka arriva a toccare alcuni dei temi portanti del suo pensiero, sulla cui problematicità non si finisce di interrogarsi.

In particolare, il discorso si conclude con la paradossale identificazione del das Rettende, di “ciò che salva” dagli esiti infausti e conflittuali dell’età della tecnica, con il conflitto stesso. Patočka afferma la necessità di «Risolvere il conflitto con il conflitto»[2]; di comprendere la possibilità e i termini di una soluzione conflittuale del conflitto stesso. Con tale espressione, il filosofo intende rimarcare il carattere radicalmente negativo di questo gesto, finalizzato all’infrazione della struttura del Gestell delineata da Heidegger[3]. Tale gesto, tuttavia, pur conservando un’analogia con il tema heideggeriano, se ne distanzia in un punto essenziale, e proprio qui è possibile percepirne la radicalità. Ciò che Patočka tiene a sottolineare è come la lotta contro il Gestell, contro questa “intimazione provocante” mossa dalla tecnica[4], non corrisponda in alcun modo ad una conversione estetica. Questo cammino tutto “in negativo”, questo “conflitto al conflitto”, orientato nella direzione di uno svuotamento della vita, come unico mezzo per mostrare ciò che in questa vita c’è di davvero insolubile, si profila piuttosto come un modello etico, nel quale emerge un chiaro afflato mistico-religioso, tale da rendere ipotizzabile un paragone tra questa istanza e la κένωσις paolina[5]. «Nella radicalizzazione dello svuotamento a cui è soggetta la vita, finalizzato all’oltrepassamento del legame che abbiamo con essa, ha luogo, in realtà, il trionfo della vita, il superamento del suo conflitto interno, in cui si trova il fondamento essenziale dell’uomo che insieme si dissimula e si manifesta»[6].

L’intensità di queste pagine non deve, tuttavia, distogliere da una questione che riteniamo fondamentale e che riguarda il senso di questo “oltrepassamento”. Urge chiedersi se davvero Patočka avesse in mente, immaginando gli esiti ultimi del cammino conflittuale dell’uomo contro il conflitto della tecnica, un’ascesi in senso trascendente.

Questo problema è sollevato dalla prima considerazione che uno degli allievi propone al filosofo, una volta che Patočka, terminato il suo intervento, decide, come di consueto, di lasciare spazio alla discussione. Afferma l’allievo: “Questo risultato sembra orientarsi verso conclusioni mistiche”. Patočka risponde in maniera altrettanto chiara e netta: “Sì, può dare quest’impressione, ma io tenderei a considerarlo in modo banale e disincantato”[7].

Si tratta di una risposta solo apparentemente sbrigativa ad un quesito che centra un punto focale, relativo all’esito del percorso indicato dal filosofo boemo. Ciò che occorre comprendere è in quale direzione ci stiamo muovendo; se verso un’idea di trascendenza riconducibile all’ambito di una teologia, oppure nella direzione opposta, verso un’immersione nel mondo ancora più convinta, con tutta la tragicità che essa comporterebbe. In tal senso, la risposta data dal filosofo può essere interpretata come un forte richiamo al piano della concretezza. Esiste un esito trascendente, Patočka lo intravede chiaramente e non esita ad indicarlo; ciononostante, egli afferma di voler sostare su un piano più basso, banalmente legato all’esistenza presente. La via pur intravista risulta, così, subito sbarrata.

Questa scelta risponde alla necessità di mantenere lo sguardo fisso sul concreto, scartando qualsiasi sentiero che conduca ad allontanarsi dai fatti. Si tratta di un bisogno che il filosofo invoca a più riprese, nel corso del suo itinerario di pensiero, ma al quale raramente gli interpreti hanno prestato attenzione. In un’intervista del 1967, interrogato sul significato della “cultura filosofica”, Patočka afferma che «[...] la “cultura filosofica” non si connette né con la profondità della personalità né con la coscienza storica, ma col modo in cui i pensatori riuscirono a penetrare nelle reali problematiche in quel punto in cui la vena proveniente dalle profondità geologiche trapela alla superficie del mondo attuale; inserirsi in quel dialogo eterno, rispondere a domande da lungo tempo poste, o anche formularle da un nuovo punto di vista, rinnovandole, vivificandole»[8]. È su questa istanza di concretizzazione e di vivificazione che vorremmo focalizzare il nostro sguardo.

L’elemento pragmatico che abbiamo individuato non riguarda semplicemente il pensiero di Jan Patočka, ma prende corpo nell’impegno politico che lo vedrà sempre più profondamente coinvolto, fino agli ultimi giorni della sua esistenza. Riteniamo che interrogarsi sulla natura di questo coinvolgimento e sui presupposti che hanno condotto Patočka a intraprendere questo cammino sia un ambito di indagine indispensabile, per una corretta e completa considerazione della sua filosofia.

II.  Gli ultimi anni ’60: il ritorno nella caverna, l’inizio dell’eresia

L’intervista che abbiamo citato non è stata realizzata in un periodo qualsiasi. Per motivi che andremo ben presto a chiarire, gli ultimi anni ’60 hanno rappresentato, per Patočka, un momento topico della sua esistenza. È su questo particolare contesto temporale che intendiamo sostare, al fine di chiarire cosa Patočka intenda, richiamandosi ad un esito pratico del suo pensiero. Nel 1967, quando viene intervistato da Josef Zumr, in occasione del suo sessantesimo compleanno, Patočka sta vivendo un periodo di rinnovato impegno, nell’ambito delle proprie ricerche. Finalmente si prospetta per lui l’opportunità di tornare all’insegnamento, dopo che le porte dell’università gli erano state chiuse nel 1949, in pieno stalinismo. Ora il vento è cambiato e sono molti gli scritti che testimoniano la vivacità intellettuale di questi giorni; si va dai testi preparatori per il corso in via di realizzazione, tra i quali uno dei più significativi rimane Fenomenologia del corpo proprio[9], a saggi veri e propri, come Il mondo naturale e la fenomenologia[10], pubblicato inizialmente su una rivista slovacca e tradotto in ceco solo molti anni più tardi.

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[1]       Ci riferiamo al secondo seminario di un ciclo di quattro, realizzato durante l’ottobre del 1973. Tema dei seminari è il problema dell’Europa; in essi trovano sviluppo i contenuti delle lezioni tenute da Patočka in quello stesso anno, dedicate a Platone e l’Europa, così come le problematiche affrontate durante l’intervento che il filosofo aveva pronunciato a Varna, nell’ambito del Congresso mondiale di filosofia, svoltosi nel settembre del 1973. La divulgazione del contenuto dei seminari in questione è stata possibile grazie alle registrazioni effettuate da Ivan Chvatík, attuale direttore dell’archivio Patočka di Praga. Cfr.: J. Patočka, Čtyři semináře k problému Evropy(Quattro seminari sul problema dell’Europa), in Id., Peče o duši(La cura dell’anima), v. 3, Soubor statí, přednášek a poznámek k problematice postavení člověka ve světěa v dějinách(Insieme di constatazioni, lezioni e appunti sulla problematica della posizione dell’uomo nel mondo e nella storia), a cura di I. Chvatík a P. Kouba, Archivní soubor (Collezione d’Archivio), Praha 1988, pp. 295-342; poi Id., Peče o duši, III, Sebrané spisy J. Patočky, sv. 3(Opere complete di J. Patočka, vol. 3), a cura di I. Chvatík e P. Kouba, OIKOYMENH, Praha 2002, pp. 374-423. Citiamo da quest’ultima edizione; le traduzioni sono nostre.

[2]       «Ci si chiede se questo conflitto interno possa essere risolto dall’apparizione di “Das Rettende” sotto forma di armonia dell’essere; se esso non voglia, piuttosto, essere risolto a sua volta da un conflitto. Cosa significa? La soluzione conflittuale [Vyřešení konfliktem] non è niente di nuovo. In una situazione come la nostra è richiesta, tuttavia, una radicalizzazione. Risolvere il conflitto con il conflitto significherà arrivare fino al limite dell’estenuazione della vita; non solamente svuotare la vita dei suoi contenuti singolari, rimanendo sempre aggrappati ad essa, ma spingersi fino all’estremo limite, dove l’uomo supera anche quest’ultimo legame, dove il rapporto con il Gestell viene risolto, ma non per mezzo di sforzi positivi, in ogni caso impossibili, né con l’ottenimento di un “Gunst des Seins” che si manifesterebbe nell’arte, alla stregua di una grazia dall’alto, ma entrando direttamente in conflitto con il “Gestell” e mostrando, in questa lotta, che la sua potenza non è assoluta», ibid., p. 392.

[3]       Cfr.: M. Heidegger, Einblick in das was ist. Bremer Vorträge 1949, in Id., Gesamtausgabe, Bd. 79: Bremer und Freiburger Vorträge, Klostermann, Frankfurt a.M. 1994, “Das Ge-Stell”, pp. 24-45; trad. it.: Id., Sguardo in ciò che è, in Id., Conferenze di Brema e di Friburgo, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano, 2002, “L’impianto”, pp. 45-70.

[4]       Come ricorda Amedeo Vigorelli in un saggio contenuto in questa stessa raccolta, l’idea di tradurre “Gestell” con “intimazione provocante”, piuttosto che con “impianto”, si deve a Guido Davide Neri; cfr.: G. D. Neri, L’Europa dal fondo del suo declino, “aut aut”, 283-284, 1998, pp. 129-156.

[5]       Cfr.: Paolo di Tarso, Lettera ai Filippesi, 2:7.

[6]       J. Patočka, Čtyři semináře k problému Evropy, cit., p. 393.

[7]       Ibid..

[8]         J. Patočka, K filosofovým šedesátinám. S Janem Patočkou o filosofii a filosofech(Per il sessantesimo compleanno del filosofo. Con Jan Patočka, sulla filosofia e i filosofi), “Filosifický časopis”, XV, 5, 1967, pp. 585-598; trad. it. a cura di G. Pacini: Id., Sulla filosofia e i filosofi. Intervista a Jan Patočka, in Id., Saggi eretici sulla filosofia della storia, CSEO, Bologna 1981, p. 172

[9]       J. Patočka, Fenomenologie vlastního těla, in Id., Přirozený svět a pohyb lidské existence(Il mondo naturale e il movimento dell’esistenza umana), Archivní Soubor (Collezione d’Archivio), 2.3.1, Praha 1980, pp. 2-20; trad. it.: Id., Fenomenologia del corpo proprio, in Id., Che cos’è la fenomenologia. Movimento, mondo, corpo, a cura di G. Di Salvatore, Centro Studi Campostrini, Verona 2010, pp. 153-173.

[10]     J. Patočka, Přirodzený svět a fenomenólogia, in Aa.Vv., Existencializmus a fenomenológia, a cura di J. Bodnár, Obzor, Bratislava 1967, pp. 27–71; 1° ed. ceca: Id., Přirozený svět a pohyb lidské existence, a cura di I. Chvatík, Archivní soubor (Collezione d’Archivio), Praha 1980; poi in Id., Fenomenologické Spisy (Scritti fenomenologici), II, Sebrané spisy J. Patočky, sv. 7(Opere complete di J. Patočka, vol. 7), a cura di P. Kouba e O. Švec, OIKOYMENH, Praha 2009, pp. 202-237; trad. it., a cura di G. Pacini: Id., Il mondo naturale e la fenomenologia, in Id., Il mondo naturale e la fenomenologia, Mimesis, Milano 2002, pp. 73-126.