Il mondo plurale: Patočka e la post-Europa

Jan Patočka. Tra declino dell’Europa e orizzonte asoggettivo
Terzi

1. La post-Europa: globalizzazione, tecnica, pluralità storica.

“Comprendere questi rapporti del metafisico, del mitico, del teologico e del pratico (individuale e collettivo, politico), è ciò che mi sta a cuore nel mio studio dell’Europa. Fino ad ora non ho scritto molto sulla post-Europa, perché questo post presuppone il termine-chiave, l’Europa; e mi dibatto in un groviglio di problemi e di studi che assorbirebbero abbondantemente diverse vite d’uomo”[1]: così Patočka, in una lettera degli anni Settanta, lascia intravedere il cantiere aperto delle sue riflessioni, indicando insieme alcuni dei centri nevralgici delle sue analisi e le difficoltà che esse implicano. Da una parte, Patočka ha fatto della questione dell’Europa uno dei temi fondamentali del suo pensiero, sforzandosi costantemente di unire la riflessione più teorica sull’essenza del fenomeno spirituale “Europa”, la rammemorazione della sua storia e della sua tradizione, l’urgenza (teorica e storica, etica e politica) di una diagnosi e di una possibile risposta alla sua crisi, che le due guerre mondiali si sono incaricate di palesare e di imporre come il fenomeno capitale della storia del XX secolo. Ciò che anima questa meditazione è il tentativo di rilanciare il “principio spirituale europeo” nella sua forma più pura e più carica di promessa – tentativo che non deve tuttavia essere confuso con una forma di riappropriazione identitaria della civiltà europea, ma come una lotta proprio contro ogni chiusura assolutizzante per mantenere aperto ciò che l’eredità europea ha di più universale e universalizzabile. E questo significherà inevitabilmente anche pensare l’Europa nel suo confronto e nella sua esposizione all’alterità o, più precisamente, alle diverse forme delle sue alterità[2].

Il rapporto tra l’Europa e la sua alterità si manifesta nel modo più radicale proprio con il secondo tema evocato da Patočka nella sua lettera, quello della post-Europa. Nel corso del tempo la crisi “spirituale” dell’Europa è andata sempre più di pari passo con la fine del suo dominio fattuale (politico, storico, intellettuale) sul mondo e la congiunzione di questi due fenomeni apre un’epoca radicalmente nuova, segnata dall’estensione globale del teatro della storia a civiltà che finora ne erano rimaste ai margini. Negli ultimi anni della sua riflessione, Patočka ha cercato di ripensare e ri-collocare la questione dell’Europa a partire da questa cesura radicale, denominando la nuova epoca come “post-Europa”, “epoca post-europea”, “età planetaria”. Come lo stesso Patočka riconosce, la questione della post-Europa è rimasta nella sua opera ad uno stadio abbozzato e programmatico. Malgrado ciò, i suoi testi lasciano comunque emergere la costellazione problematica in cui la nozione di post-Europa si inserisce e aprono diverse e significative linee di ricerca, testimoniando di un’attenzione per un tema che gli si era evidentemente imposto e che bisogna quindi considerare come costitutivo degli ultimi anni della sua meditazione storica e politica. È proprio sulla questione della “post-Europa” che vorremmo qui concentrarci: il carattere “incompiuto” della sua elaborazione, se impedirà di esporre un pensiero patockiano sistematico su di essa, permetterà tuttavia di far emergere alcuni problemi cruciali, insiti in quella situazione storica che è oggi più che mai la nostra e che Patočka cominciava a descrivere con lucidità fin dagli anni Settanta.

A che cosa si riferisce l’espressione “post-Europa”? Patočka descrive la situazione storica emersa soprattutto con il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra, vale a dire la fine del dominio dell’Europa sul mondo e della sua centralità nella storia: la tragedia della seconda guerra mondiale ha portato alla luce la “catastrofe” della civiltà europea e i successivi processi della guerra fredda e della decolonizzazione hanno fatto emergere nuovi protagonisti sulla scena geo-politica globale, sancendo una relativizzazione del ruolo dell’Europa e un’estensione fino ad allora sconosciuta del teatro della storia e della politica. Gli eredi più diretti dell’Europa (gli Stati Uniti, in parte il regime comunista dell’Unione Sovietica) così come i popoli “pre-europei”, che erano rimasti ai margini della storia o che vi erano entrati semplicemente in quanto oggetto della colonizzazione europea, assumono un ruolo di primo piano. Non si tratta, tuttavia, di un semplice scambio di ruoli, ma di un processo più complesso e ambiguo, che pone il problema di che cosa significhi qui “eredità” ed “ereditare” e di quale sia l’eredità europea che i nuovi protagonisti assumono e si contendono: “la fine dell’Europa come potenza storica, che si elevò al di sopra del resto del mondo e tentò invano di conquistare il dominio su tutta la superficie del pianeta, va di pari passo con la generalizzazione dell’eredità europea”[3]. La post-Europa è la sintesi irriducibile di questo doppio movimento: il decentramento dell’Europa, conseguente alla fine del suo dominio, e la generalizzazione su scala globale della sua eredità – o di una sua certa eredità. Per comprendere la situazione post-europea, afferma Patočka, bisogna distinguere il principio europeo (il principio della riflessione razionale e della visione intellettuale), l’Europa in quanto realtà politica, sociale e spirituale unitaria, e infine l’eredità dell’Europa: “l’eredità risiede in ciò che viene ripreso da tutti gli eredi dell’Europa, ciò che tutti rivendicano come ovvio bene comune: la scienza, la tecnica, l’organizzazione razionale dell’economia e della società. Solo questa ripresa dell’eredità ha permesso agli eredi di essere ciò che sono”[4]. L’eredità europea che viene ripresa e universalizzata è dunque la tecno-scienza e l’organizzazione razionale dell’economia e della società: questi sono gli elementi che accomunano ormai le diverse civiltà e nazioni. E non si tratta solo di un possesso condiviso o di un denominatore comune, ma (soprattutto negli anni successivi a quelli di Patočka, con l’affermarsi prepotente dei nuovi mezzi di comunicazione e della rete) di ciò che ha reso possibile l’unificazione stessa del mondo o, più precisamente, una certa unificazione del mondo. In un certo senso l’Europa ha quindi effettivamente realizzato il proprio progetto di dominio sul mondo, dal momento che questo è oggi regolato dal primato della tecno-scienza e impensabile al di fuori di esso; ma questo dominio si è realizzato al prezzo di una selezione parziale che è un’amputazione (solo una certa componente dell’eredità europea, quella tecnico-scientifico-capitalistica, si è diffusa) e di un decentramento conseguente a una “catastrofe” (l’estensione dell’eredità europea è avvenuta nel momento stesso della fine del dominio fattuale dell’Europa nel mondo, in seguito al crollo della civiltà europea e dei suoi principi). Ciò che era proprio dell’Europa, oggi non è più proprio solo di essa, e se l’Europa se ne trova così espropriata, le altre popolazioni ricevono un’eredità dall’esterno rischiando di venire espropriate della loro e oscillando così tra l’appropriazione della cultura europea, la rivendicazione dei suoi benefici materiali e il rifiuto di un’imposizione. Tutto il mondo è così preso in una dinamica in cui il “proprio” e l’“improprio” sono più difficili che mai da distinguere, in cui il gioco dell’appropriazione e dell’espropriazione è più che mai ambiguo e intricato.

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[1]J. Patočka, La genèse et la catastrophe de l’Europe, in Id., L’Europe après l’Europe, tr. fr. di E. Abrams, Verdier, Lagrasse 2007, p. 274. I nostri testi di riferimento saranno soprattutto quelli raccolti in questo volume edito in francese e risalenti agli anni Settanta; dei primi due testi è stata pubblicata anche la versione originale in tedesco nell’edizione delle opere di Patočka presso l’editore Klett-Clotta: Die Epoche der Geschichte (Skizze) e Europa und Nach-Europa. Die nacheuropäische Epoche und ihre geistigen Probleme, in J. Patočka, Ketzerische Essais zur Philosophie der Geschichte und ergänzende Schriften, Ausgewählte Schriften Bd. 2, a cura di K. Nellen e J. Nĕmec, Klett-Cotta, Stuttgart 1988, rispettivamente pp. 183-203 e 207-287; tr. fr. Le schéma de l’histoire e L’Europe et après. L’époque posteuropéenne et ses problèmes spirituels, in Id., L’Europe après l’Europe, cit., pp. 13-36 e 37-136. Per questi due testi faremo riferimento all’edizione tedesca, fornendo anche la pagina di quella francese; per gli altri saggi citeremo dalla traduzione francese di E. Abrams.

[2]A questo proposito cfr. M. Crépon, Penser l’Europe avec Patočka. Réflexions sur l’altérité, in «Esprit», n. 310, 2004, pp. 28-44.

[3]J. Patočka, Europa und Nach-Europa, cit., pp. 211-212 (tr. fr. p. 42).

[4]Ivi, p. 211 (tr. fr. ibidem).