Il metro de "Il Risorgimento"

Linguaggio e potere
Karp

 


 


Nel 1828, dopo un lungo silenzio poetico che coincide con il periodo del suo massimo impegno filosofico, Leopardi torna alla poesia con Il risorgimento. A partire dal 1845, con l’edizione fiorentina dei Canti “ordinata e corretta secondo l’ultimo intendimento dell’autore”[1], questa lirica riceve il singolare privilegio di trovarsi esattamente nel cuore della raccolta, comparendo come ventesima tra i quarantuno componimenti in cui essa si risolve.


La parola risorgimento che dà il titolo alla lirica è d’altra parte una parola che porta con sé profondissimi sensi nel pensiero di Leopardi, non tanto nella sua accezione  religiosa quanto piuttosto nel suo significato storico: con essa Leopardi designa nello Zibaldone il risorgere dell’umanità dalla barbarie nel quindicesimo secolo.


Senza alcun dubbio questa poesia apre una nuova stagione nel cammino di Leopardi, eppure allo stesso tempo essa sembra attestarsi un passo indietro rispetto al definitivo abbandono delle forme poetiche tradizionali verso cui muove la sua poesia, sempre più decisa a privilegiare la forma della canzone libera. La forma metrica che qui viene adottata costituisce peraltro un unicum all’interno dei Canti. Il metro di questa lirica è infatti la canzonetta arcadica o metastasiana, una forma che sembra contrastare in modo radicale con l’esigenza di vaghezza e di varietà ritmica che percorre lo sviluppo dello stile di Leopardi.


In base a questi tre elementi, vale a dire la posizione della lirica all’interno della struttura complessiva dei Canti, la ricchezza semantica del suo titolo e  la scelta di una determinata forma poetica, la canzonetta, può non essere del tutto inutile domandare se queste particolarità siano semplicemente accidentali, o se piuttosto non possano essere state disposte da Leopardi come segni, sigilli e cifre di riconoscimento per destare l’attenzione a un più profondo significato. In questo articolo sarà possibile discutere solo il terzo di questi problemi, vale a dire la forma metrica de Il risorgimento.


 


 1. Tracce di un riferimento


La particolarità della forma metrica de Il risorgimento non è passata inosservata agli occhi della critica, che ha voluto per lo più rimarcare la tensione che per mezzo di essa Leopardi viene a creare tra l’andamento dei versi e il loro significato. A titolo di esempio si possono riportare le parole di Fubini che a questo proposito ha scritto: “La singolarità del Canto è data dal fatto che questa storia interiore, che include gli asserti negativi della filosofia Leopardiana (…), viene riversata nel metro, leggero e cantabile per eccellenza, della canzonetta metastasiana e arcadica, creando così – almeno a tratti – una certa difformità del tono dal contenuto. L’esultanza della ritrovata vena poetica sospinge l’‘infausta verità’ in un passo ritmico che non può essere il suo”[2]. In questa lettura la dissonanza che attraversa Il risorgimento appare irrisolvibile e proprio in essa viene ritrovato il proprium di questa lirica.


Nell’edizione dei Canti curata da Gavazzeni e Lombardi, viene suggerita una derivazione del metro da Parini: “L’esempio più prossimo è quello del Brindisi del Parini (componimento incluso da Leopardi nella Crestomazia con il titolo L’età provetta) che rielabora così (…) un tipico metro della canzonetta settecentesca”[3]. Questa interpretazione dell’origine del metro appare estremamente significativa, tanto perché il personaggio di Parini è al centro di una delle Operette Morali[4], quanto perché il tema di questa poesia mostra una certa analogia con quello della lirica di Leopardi: in entrambe  le composizioni viene infatti cantata la conquista di una nuova saggezza. L’esperienza che guida verso di essa è la vecchiaia nella lirica di Parini, la conoscenza della verità in quella di Leopardi. In entrambe le liriche a questa nuova saggezza corrisponde una nuova posizione nei confronti del mondo e della vita, che evitando tanto la disperazione quanto la rassegnazione, si mantiene disponibile nei confronti della bellezza.


Più recentemente Ermes Dorigo ha voluto proporre un accostamento di queste liriche agli Inni sacri e al Cinque Maggio di Giacomo Manzoni: “Le strofe di settenari rinviano al Natale, alla Pentecoste, al Cinque Maggio e al Coro della morte di Ermengarda del Manzoni; e ‘sospetto’ è pure il titolo, sottile canzonatura  della Resurrezione dello stesso autore (…). Questo riferimento è antifrastico, fondato su un capovolgimento sistematico dell’ideologia cattolica, a ribadire la sua (di Leopardi n.d.a.) laicità materialistica e il rifiuto di ogni consolazione fideistica”[5].


Anche se l’autore non ne fa menzione, il riferimento a Manzoni viene ad essere vigorosamente sostenuto da una circostanza: negli elenchi di letture di Leopardi risalenti all’aprile del 1828, dunque contemporanei alla composizione de Il risorgimento, compare un’unica annotazione. In essa si legge: “Manzoni Inni sacri e il Cinque Maggio. Pisa 1826”[6]. Una volta ammesso questo riferimento, rimane tuttavia da discutere in che modo esso debba essere inteso. Contro l’ipotesi di una “canzonatura” della poesia sacra di Manzoni resta il fatto che quando Leopardi volle ricorrere alla satira non lasciò alcun margine di dubbio sulle sue intenzioni. Ne sono testimonianza la pagina su Tommaseo[7], la satira I nuovi credenti[8], nonché i versi della Palinodia al marchese Gino Capponi[9]. È vero che il primo di questi componimenti non venne pubblicato da Leopardi, che forse trovò priva di interesse la polemica personale a cui lo costringeva Tommaseo; in risposta preferì piuttosto inserire un ambiguo accenno a Tommaseo all’interno della Palinodia (vv. 227-243), senza sfiorare nemmeno di lontano gli estremi di mordacità raggiunti nella paginetta inedita.  Tuttavia nella satira e nella Palinodia Leopardi attaccò con veemenza alcune posizioni ideologiche, utilizzando tutto il ventaglio espressivo che si comprende tra l’ironia e l’uso del grottesco al fine di metterle in ridicolo. L’interpretazione de Il risorgimento nei termini di una polemica contro Manzoni richiede di pensare che Leopardi, contrariamente alle sue abitudini, abbia voluto muovere il primo passo in una polemica personale, e che si sia accontentato di polemizzare in maniera indiretta, attraverso il titolo e il metro della lirica. Un’interpretazione di questo tipo sembra tuttavia correre il rischio di risultare eccessivamente obliqua.


Non per questo si deve però rifiutare che il cammino poetico di Manzoni possa essere servito a Leopardi per illuminare attraverso la differenza alcuni aspetti della sua posizione. In questo senso si può forse osservare che tanto Il Cinque Maggio quanto Il risorgimento sono poesie di liberazione e di interiore riconciliazione. La grande veduta a volo d’uccello sulle gesta di Bonaparte libera il carattere profondamente epico della poesia di Manzoni, portandolo al di là di quella contraddizione che si era espressa così limpidamente nelle parole di Adelchi:


 


chiusa all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,


Ad innocente opra non v’è: non resta


Che far torto, o patirlo[10].


 


In questi versi la poesia di Manzoni si restringeva ai margini della storia, in una storia dellasconfitta. Attraverso la contemplazione del genio, il male nella storia si rivela nel Cinque Maggio come una delle forme che derivano dall’originaria potenza creatrice. La persistenza in esso della grandezza che da quella potenza deriva, lascia mutare in preghiera il dubbio di fronte al destino. La contraddizione del destino rivela in questo modo il suo carattere divino. Con un movimento simmetricamente divergente, Leopardi torna alla poesia a partire da una posizione  filosofica in cui l’uomo e il destino si trovano radicalmente contrapposti.



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[1]              Cfr. Autografi e prime edizioni dei “Canti” in G. Leopardi,Tutte le poesie, tutte le prose e lo Zibaldone (d’ora in poi TPTP), Newton & Compton, Roma, 2010, p. 65. Tutte le citazioni da opere di Leopardi presenti nell’articolo sono tratte da questa edizione.



[2]     G. Fubini, commento a Il risorgimento, in G. Leopardi,Opere, a cura di M. Fubini, Utet, Torino, 1977, p. 257.



[3]              Cfr. la scheda introduttiva a Il risorgimento, in G. Leopardi, Canti, introd. di F. Gavazzeni, note di F. Gavazzeni e M.M. Lombardi, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998. Sono debitore a Massimiliano Biscuso si questo prezioso riferimento, come di molti altri utili consigli che mi ha generosamente rivolto durante la preparazione di questo articolo.



[4]                Cfr. Il Parini, ovvero della gloria  (TPTP,pp. 537-551).



[5]  E. Dorigo,Dal sarcasmo all’antifrasi ironica, Italia.net, Milano 2001.



[6]              Memorie e disegni letterari (TPTP, p. 1121).



[7]              Potenze intellettuali, Niccolò Tommaseo(TPTP, pp. 1033-1034).



[8]              Inuovi credenti(TPTP,pp. 306-308).



[9]              Palinodia al marchese Gino Capponi(TPTP, pp. 190-197).



[10]                    G. Manzoni,Adelchi, attoV, scena VIII,a cura di L. Russo, Sansoni, Firenze 1986, p. 91.