Il dovere e i λογοι della ragione. Un confronto tra Kant e Fichte.

Linguaggio e potere
Fantasia

 


 


 


 


L’uomo vive ancora soltanto per dovere,


non perché provi il minimo gusto alla vita.


Di tal natura è il vero movente della ragion pura pratica:


[…] ci fa sentire la sublimità


della nostra esistenza soprasensibile


(Kant, KpV, A 157-58)


 


Premessa Una delle questioni più criticate all’etica kantiana, dai primi lettori delle sue opere fino agli inizi del secolo scorso, è quella di una mancata riflessione sul contenuto materiale della legge formale della moralità, dell’imperativo categorico. Eppure, l’interesse di Kant per il tema della materia, die Materie, intesa come oggetto e fine della volontà è stato un interesse costante nel suo pensiero. Se nella Fondazione della Metafisica dei Costumi (1785) e nell’Analitica della Critica della ragion pratica (1788) si afferma il concetto formale di fine - secondo cui la realizzazione di una volontà buona si mostra come atto interiore - con la domanda kantiana della Dialettica della Seconda Critica intorno al sommo bene come oggetto della ragione pura pratica, si apre una nuova e importante indagine sulla realizzazione di tale bene e sulle condizioni che ne garantiscano l’attuazione.


Affrontare il problema della materia del dovere, al fine di integrare la fondazione della libertà umana con il carattere concreto della sua realizzazione, è stato anche l’impegno filosofico di Fichte. Una filosofia trascendentale che fondi il comando morale nella razionalità pura pratica deve mostrare anche l’applicabilità di questo principio universale nella decisione etica concreta, volgendosi dunque al suo contenuto. Riferendosi implicitamente al filosofo di Königsberg Fichte scriveva:


 


Tutti coloro che hanno trattato di etica solo formaliter […] sarebbero dovuti necessariamente approdare a null’altro che ad una continua autonegazione, ad un completo annientamento e dissolvimento [dell’individuo][1].


 


Alla luce delle più recenti interpretazioni antiformalistiche dell’etica kantiana[2] siamo chiamati oggi a ripensare i margini della critica fichtiana alla trattazione formaliter dell’etica da parte di Kant e a leggere sotto una nuova luce la sua peculiare soluzione al problema del materiale del dovere[3].


Questo compito implica però in prima istanza ripensare i presupposti filosofico-sistematici delle due teorie filosofiche. Le analisi che seguono hanno l’intento di soddisfare un’esigenza preliminare a questo compito, quella di un confronto tra Kant e Fichte intorno al λογος, o ai λογοι della ragione pura pratica, al rapporto che essa intrattiene con la ragione teoretica e infine allo statuto del Sollen nei due modelli di razionalità pratica, al fine di sollecitare un ulteriore studio di confronto sul tema della materia del dovere.


 


Ragione pura pratica: Λογος, Λογοι Fichte ha tematizzato il λογος come la peculiare modalità di presentazione del dinamismo originario della ragione nel suo centro genetico. La sua filosofia è volta ad affermare un punto fondamentale che la distingua da ogni altra: il pensiero non è rappresentazione, ma un’originaria attività del singolo essere razionale finito, attraverso la quale si pone il rapporto con l’assoluto e con l’essere. Il λογος fichtiano della ragione pratica è proprio questo rapporto. Nella sua unità di teoretico e pratico esso si articola nel dovere categorico e pone così la relazione con la coscienza di un oggetto: di qui la filosofia fichtiana presenta l’istanza che tutta la realtà, sia pratica che conoscitiva, concordi con il λογος, con l’io assoluto[4].


Kant non ha posto il rapporto della ragione con la realtà nei termini di un λογος che istituisca originariamente la relazione tra la realtà del singolo essere razionale finito e l’assoluto (l’essere). La sua indagine prende le mosse piuttosto dal dato di fatto che la ragione pura tenda, sia in campo conoscitivo che in campo pratico, all’incondizionato: di qui si distinguono due λογοι della ragione, quello istituente le leggi universali della scienza e quello fondante la determinazione autonoma della volontà. In entrambi i casi poi la ragione pura, unica nella sua struttura e duplice unicamente nell’utilizzo delle norme universali che la costituiscono, è sottoposta all’indagine critica, volta a legittimare l’applicazione di tali norme[5]. Il λογος articolato dalla ragione pura nel suo uso pratico, quindi, è per Kant primariamente una norma, che costituisce la ragione e si presenta ad essa attraverso un fatto (Faktum der Vernunft) non ulteriormente deducibile[6].


 


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[1]GA, I, 5, 139.



[2]Mentre gli studi di L.W. Beck (1960), T.M. Greene (1960) e H.J. Paton (1971) che hanno definito nullo il tentativo kantiano di ampliamento della moralità con la felicità nel concetto di sommo bene, e dunque il nesso tra felicità e realizzazione, felicità e contenuto del dovere, le ricerche di J. Silber (1959), K. Ward (1972), B. Aune (1979), T. Auxter (1982) e Fonnesu (2010) hanno sottolineato l’importanza esclusiva dell’elemento teleologico del dovere, del contenuto della morale e dunque della conseguente centralità del concetto kantiano di felicità.



[3]Se pensiamo che il tentativo kantiano era proprio quello di fornire non solo il fondamento della praticità della ragione pura ma anche l’oggetto che la ragione esige incondizionatamente da un essere razionale sensibile, rileggiamo l’intento fichtiano di una esposizione del Was, del Che cosa del dovere, con la consapevolezza che questa era stata la medesima esigenza di Kant.



[4]Con λογος qui si intende l’intera apertura conoscitiva e desiderativa dell’essere-di-coscienza. E’ il λογος che, in Die Anweisung zum seligen Leben, Fichte comprendeva come il λογος giovanneo, principio attivo costituente il mondo sensibile e intelligibile (Cfr.: Fichte, Guida alla vita beata o dottrina della religione, a c. di A. Cantoni, Principato, Milano, 1950).



[5]Il λογος della filosofia critica è un linguaggio critico sui λογοι, che mette in guardia la ragione pura dalle sue pretese di un idioma privo di Erörterung, privo cioè di una collocazione sistematica che enunci i limiti del suo dire.



[6]Cfr.: M. Ivaldo, Il ‘fatto della ragione’ nella Dottrina della scienza 1804/II con riferimento alla corrispondente dottrina di Kant,in: «Leggere Fichte», IISF, Napoli, 2009; Id., Libertà e moralità. A partire da Kant, Il Prato, Saonara, 2009; Id., Ragione pratica. Kant, Reinhold, Fichte, Edizioni ETS, Pisa, 2012.