Filosofia delle Pussy Riot: un caso di disobbedienza civile?

Società senza rischio?
Scattone

1. Venerdì 17 agosto 2012 nel tribunale Kamonichevskij di Mosca il giudice Marina Syrova ha condannato a due anni di reclusione (senza condizionale) tre componenti di un gruppo musicale, ritenute colpevoli di teppismo e istigazione antireligiosa per aver intonato, nella cattedrale ortodossa del Cristo salvatore, una invocazione alla Madonna affinché liberasse la Russia da Putin. Le tre cantanti sono ormai note internazionalmente con il nome del loro gruppo musicale, Pussy Riot, anche per la difficile pronunciabilità dei loro nomi e cognomi: Yakaterina Samutsevich, Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova.


In realtà “Pussy Riot” è propriamente il nome di un collettivo rock politicamente impegnato, attivo prevalentemente a Mosca, che agisce sotto rigoroso anonimato soprattutto con manifestazioni pubbliche estemporanee: il gruppo è intervenuto su temi come la condizione della donna in Russia o i presunti brogli elettorali di cui Vladimir Putin si sarebbe avvantaggiato nelle elezioni presidenziali del 2012. Durante le esibizioni le cantanti del gruppo musicale indossano abiti a vivaci colori e un buffo passamontagna che le rende irriconoscibili. Il collettivo è composto da una decina di artiste e da almeno altrettante persone che si occupano delle riprese video degli spettacoli e della loro diffusione su internet[1].


La clamorosa performance che ha dato al gruppo notorietà internazionale e ha portato all’arresto di tre sue componenti è avvenuta il 21 febbraio 2012: durante una protesta contro la rielezione di Putin come presidente, alcune Pussy Riot si sono introdotte nella cattedrale ortodossa di Mosca e hanno intonato una canzone. Come detto, si trattava in sostanza di una invocazione alla Vergine Maria perché liberasse i russi da Putin, ma il testo della canzone conteneva anche espressioni di scherno nei confronti del patriarca Cirillo I, indicato come uno che crede più in Putin che in Dio[2]. Il breve spettacolo, presto interrotto dalla sicurezza, è stato videoripreso e trasmesso dapprima su internet e poi, dopo l’arresto e la condanna delle tre militanti, sulle televisioni di quasi tutto il mondo.


Tre Pussy Riot sono state dunque arrestate nel marzo 2012 con l’accusa di “teppismo realizzato da un gruppo di persone motivate da ostilità verso la religione”, un reato che in Russia prevede una pena variabile da due a sette anni di reclusione. Nel lungo dispositivo della sentenza di condanna a due anni di carcere, pronunciata il 17 agosto 2012, si nega ogni connotazione politica alla sentenza e si sostiene invece che alla base del verdetto vi è un’offesa consapevole e premeditata ai danni della religione cristiana ortodossa. Nell’ottobre 2012 una delle tre accusate, Yekaterina Samutsevich, è stata scarcerata su cauzione; le altre due sono state invece trasferite in differenti colonie penali per scontare la condanna[3], ribadita dalla sentenza di appello. Il 29 maggio 2013 l’alta corte di Mosca ha confermato le condanne in via definitiva, respingendo i ricorsi presentati dalle accusate[4].



* * *


[Per la consultazione integrale dell'articolo, si prega di passare per la piattaforma di e-paper  della rivista]

* * *


[1]Cfr. M.Elder, “Feminist Punk Band Pussy Riot Take Revolt to the Kremlin”, The Guardian, 2 febbraio 2012.



[2]Il 21 marzo 2012, durante una liturgia nella Chiesa della Deposizione della Veste di Mosca, il patriarca Cirillo I ha duramente stigmatizzato l’azione delle Pussy Riot, auspicando una risposta severa nei confronti di un gesto ritenuto “blasfemo e demoniaco”. Peraltro vari esponenti del clero ortodosso hanno espresso posizioni più concilianti, invitando al perdono e a una sentenza mite: fra loro vi era anche Tikhon Shevkunov del monastero di Sretensky di Mosca, indicato come il consigliere spirituale di Putin.



[3]Maria Alyokhina è stata trasferita con un volo speciale nella colonia di Berezniki, vicino ai monti Urali, mentre Nadezhda Tolokonnikova (considerata la leader del gruppo) è stata destinata alla malfamata colonia penale n.14 in Mordovia, nella parte orientale della Russia europea. Le due giovani hanno entrambe figli piccoli, da cui sono state separate.



[4]La presidente della corte, Olga Yegorova, ha difeso le condanne sostenendo che “questo non è un caso politico, si è trattato di vandalismo” (cfr. il lancio di agenzia Adnkronos/Dpa del 29 maggio 2013, ore 17.45).