Essere, esistenza, libertà nella filosofia di Jean-Luc Nancy

Modernità e metafisica
Mele

 

Prima parte

 

 

A partire dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso Jean Luc Nancy si è imposto, insieme ad Alain Badiou, Jacques Ranciere come una delle voci più significative della filosofia contemporanea francese, dopo la generazione di Foucault, Deleuze, Derrida, Lacan. In questo primo lavoro (la seconda parte apparirà sul numero 3-2010 di “λeússein”) a lui dedicato ci interessa mettere a fuoco l’analisi che egli sviluppa sulla contemporaneità: in modo particolare sulla consunzione del rapporto tra modernità e metafisica, o meglio di come la modernità abbia svuotato e decostruito la metafisica ma di conseguenza esaurito se stessa con quella stessa opera decostruttiva[1].

Nancy sviluppa la sua analisi come un’indagine fenomenologica dell’esito di questo rapporto[2]. Il metodo adottato da Nancy è quello di porsi o meglio disporsi dentro la rottura epocale consumatasi alla fine del XX secolo, il cui carattere di fondo egli dice  è la chiusura definitiva della storia dell’Occidente e della metafisica connessi con la dissoluzione del “ legame religioso e cristiano che ancora teneva assieme più o meno bene il mondo occidentale nel secolo scorso.”

La fine dell’occidente e della metafisica, sono all’ordine del giorno del dibattito filosofico ormai dalla seconda metà del XIX secolo a partire da Marx, Freud, Nietzsche, Heidegger,  ma oggi questi processi, afferma N., trovano il loro compimento dentro l’attuale fase storica del mondo con l’espansione del processo di globalizzazione/mondializzazione che  realizza per la prima volta la assoluta coincidenza del mondo con se stesso. Per cui la tenuta del mondo è l’esperienza che il mondo fa di se stesso, che consiste nell’attraversarsi fino in fondo da un bordo all’altro. Ma in questo attraversamento, dice N., il mondo si riscopre peggiore e profondamente segnato da lacerazioni e contraddizioni.

La globalizzazione ha trasformato il globo in glomus, pura agglomerazione, ammasso, accumulazione che concentra il benessere tutto da una parte(in alcuni quartieri, in alcune case, in alcune micro città) e tutto il resto, una infinita miseria, altrove. Nel glomus si assiste simultaneamente alla crescita indefinita della tecnoscienza, alla crescita correlativa della popolazione, all’aggravamento delle ineguaglianze di ogni tipo e allo smarrimento delle certezze, delle immagine e delle identità che componevano il nostro mondo e la nostra umanità. La civiltà che è stata ambasciatrice della ragione e dell’universale, la civiltà occidentale, non è oggi più la molla del mondo.

L’occidente ha conquistato il mondo, ma nel corso del suo cammino è scomparso, si è dissolto in esso. L’occidente non è più la guida del mondo, ma non è emersa una nuova configurazione del mondo o una nuova concezione della ragione e dell’universale[3].  Per cui il mondo, che sembra aver perso la capacità di fare mondo e di essere mondo, ora è solo luogo del dominio di un impero congiunto della potenza tecnica e della ragione economica pura e il luogo della moltiplicazione dei suoi lati più immondi scosso da una pulsione di morte e di autodistruzione.

Questa visione tragica, nonché abbastanza realistica di ciò che ci circonda, porta Nancy ad affermare l’esigenza di saper guardare là dove nulla è ancora visibile per dare forma e senso ad una nuova creazione del mondo fino ad oggi proprietà o del mistero teologico o della potenza tecnica ed economica chiamata globalizzazione. Dobbiamo allora chiederci cosa il mondo voglia da noi e cosa noi vogliamo da esso  e sapere che la risposta non può provenire da nessuna alterità se non da noi stessi. Ma la domanda fondamentale diventa quale sia il senso del mondo, se esista un senso del mondo e quale senso è possibile assegnare oggi al mondo.

Questo tema attorno a cui si annoda gran parte del lavoro N. che nel volume che ha significativamente il titolo “Il Senso del mondo”, afferma: “non c’è più un senso per l’espressione senso del mondo, poiché essa sarebbe presa in una tenaglia ormai omotetica ad una mondializzazione che non lascia più un fuori e di conseguenza anche un dentro, né su questa terra, né al di fuori di essa, né in questo universo, né fuori di esso. Più nessun fuori rispetto al quale un senso potrebbe determinarsi”[4]    

     

Il mondo si scopre, come aveva detto Nietzsche,  senza presupposti, né supplementi. E il suo senso non consiste in un rimando o in un rinvio a qualcosa che sta fuori di esso. E’ venuto meno il tempo in cui era possibile la rappresentazione del mondo da parte di un osservatore che si pone al di fuori di esso.”Il mondo è oramai uscito dalla rappresentazione, dalla sua rappresentazione e da un mondo di rappresentazioni.”  Un mondo uscito dalla rappresentazione è innanzitutto un mondo senza alcun Dio, capace di incarnare il soggetto di questa rappresentazione ( della sua fabbricazione, del suo intrattenimento, e della sua destinazione )Insomma non vi è più un mondo creato, né quindi un creatore del mondo.

Il processo di mondializzazione dice N. è preceduto e accompagnato da quello di mondanizzazione, cioè la liberazione dall’aporia dell’esistenza di Dio. Il mondo mondano del Cristianesimo, il mondo creato, lontano dalla salvezza e chiamato a trasfigurarsi, ha dovuto  diventare il luogo dell’essere e/o dell’essente nella sua totalità, assorbendo in sé l’altro mondo”[5].   

La mondanizzazione è un processo le cui premesse sono già inscritte nelle origini strutturanti dell’Occidente. Sono nel passaggio dal politeismo al monoteismo. Il politeismo afferma che gli dei sono dovunque, essi rappresentano delle vere presenze. Con il monoteismo al contrario “Dio si definisce essenzialmente per il suo ritrarsi.” L’avvento del monoteismo  non fu la sostituzione della pluralità degli dei con uno solo “Il monoteismo è il ritrarsi di tutti gli dei”. Il tratto tipico del monoteismo occidentale non è quello di porre un Dio unico, ma quello di cancellare il divino come tale nella trascendenza del mondo. Il ritrarsi di Dio è quindi l’affermazione della sua assenza. Questo assentarsi ha significato l’allontanamento definitivo di Dio dal Mondo cioè la sua autoeliminazione. “Mi domando se l’Occidente abbia certamente misurato questo ritirarsi del divino, che costituisce e caratterizza il divino del monoteismo e che fa si che al centro di questo dispositivo il cristianesimo in forza della sua storia, sia quello che realizza la morte di Dio. “ L’affermazione della morte di Dio non appare improvvisamente in Nietzsche. Era apparsa già in Hegel e in Jean Paul e non per caso nel loro tempo. Hegel l’aveva ripresa da Lutero. E prima di Lutero gran parte del pensiero cristiano si configura come un tentativo di trarre Dio dentro le cose del mondo.

La morte di Dio, quindi, non è affatto una affermazione atea, aggressiva verso il cristianesimo, è la conclusione o il logico risultato del cristianesimo stesso”. Il mistico Meister Eckhart pregava Dio di liberarci e di dispensarci da Dio.

La morte di Dio fa sì che il senso del mondo non sia  più dato da un creatore, né da qualsiasi soggetto esterno. Analogamente al Dio del Cristianesimo anche il Dio della metafisica si converte in mondo. “ Il Dio dell’ontoteologia, si spoglia man mano di tutti gli attributi divini di un’esistenza indipendente, per assumere soltanto quelli dell’esistenza di un mondo totalmente immanente, intrappolato nell’anfibologia di un’esistenza necessaria e al tempo stesso contingente”[6]. Nancy ricorda il Dio di Spinoza “causa immanente del mondo” o il Dio di Leibniz  che crea il migliore dei mondi possibili limitandosi ad essere una ragione interna dell’ordine generale delle cose.   

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[1]Le opere  di Jean Luc Nancy a cui facciamo riferimento sono: Il senso del mondo, Lanfranchi, 1997; Essere singolare plurale, Torino, Einaudi, 2001; La creazione del mondo o la mondializzazione, Torino, Einaudi, 2003; Il pensiero sottratto, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; Un pensiero finito, Milano, Marcos y Marcos, 1992; La comunità inoperosa, Napoli, Cronopio, 2003; La dischiusura, Napoli, Cronopio, 2007; L’oblio della filosofia, Milano, Lanfranchi, 1999; L’esperienza della libertà, Torino, Einaudi, 2000; L’imperativo categorico, Nardò (LE), Besa, 2007; Hegel, The restlessness of the negative, University of Minnesota Press, 2002.

[2]Uso il termine esito nel senso largo che gli assegnavano i latini. L’ex-itus è fondamentalmente l’uscita, l’uscire, la partenza. Ma l’uscita ha in sé anche il senso della conclusione, della fine, della morte e al contempo del passaggio, dello sbocco, dell’opportunità, tutti questi significati si intrecciano, si compongono e si de-compongono  nell’analisi di Nancy.

[3]Nancy, La creazione del Mondo, cit., p. 7.

[4]Nancy, Il senso del Mondo, cit., p. 15-18.

[5]Nancy, La creazione del Mondo, cit., p. 24.

[6]Ibid., p. 23.