Editoriale: società senza rischio?

Società senza rischio?
Leussein

 “I rischi sono sempre eventi futuri che forse ci attendono, che ci minacciano.
Ma poiché questa minaccia permanente determina le nostre aspettative,
occupa le nostre menti e guida le nostre azioni,
diventa una forza politica che cambia il mondo”.
[U. Beck Conditio Humana. Il rischio nell’età globale].


La categoria del rischio sta cambiando il mondo; l’abbiamo visto dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre alle Twin Towers, da come l’efficace rappresentazione urbi et orbi della possibilità che un tale evento possa ripetersi abbia già condizionato la politiche e l’economia globale dei primi dieci anni di questo secolo, proiettando ombre sinistre in questa seconda decade. Siamo infatti al paradosso che per scongiurare eventi futuri, che potrebbero limitare fortemente il nostro stile di vita laico e liberale, si prendono delle misure che lo mutano di fatto sin da subito minacciando per esempio il diritto alla riservatezza, presupposto fondante di qualsiasi democrazia avanzata. I cambiamenti non sono solo imposti dall’alto, non riguardano soltanto le istituzioni, la politica e l’economia; li si avvertono anche a livello sociale, nei rapporti interpersonali e famigliari, dove l’ansia per l’incertezza del futuro rende  instabili le relazioni tra i partner e quelle tra padri e figli.


Ma come si è arrivati a questo punto e, soprattutto, è davvero possibile inseguire e realizzare l’idea di una società senza rischio?


La forza egemonica di questa categoria era pressoché sconosciuta nell’antica Grecia, dove si manteneva invece uno stretto consapevole rapporto con il concetto di responsabilità: “il concetto di rischio veniva accettato come esito di decisione razionale, meditata e convenientemente argomentata; non però qualora derivasse da leggerezza e avventatezza. Quanto al senso di responsabilità, sul piano istituzionale esso sembra ora incentivato (con il controllo dei magistrati), ora invece non richiesto o non promosso espressamente (l’assemblea e i giudici); ma gli uomini politici più avvertiti non mancano di fare appello ad esso, chiedendo che rischi e vantaggi, implicazioni e conseguenze di ogni decisione venissero valutati in modo condiviso” (Cinzia Bearzot Rischio e responsabilità: riflessioni sulla società greca).


La politica odierna, nonostante le vittorie costituzionali del ‘900, non riesce a stare al passo con le novità introdotte dalle scoperte scientifiche, tecnologiche e da un sapere sempre più emancipato dai grandi racconti, dalle grandi religioni e dalle grandi utopie: “Questi e altri cambiamenti hanno generato un forte senso di solitudine e insicurezza nei cittadini. Una situazione di rischio permanente che la politica dovrebbe risolvere. Invece, e qui sta l’elemento ideologico, la politica sembra tentata di negare questi rischi e al loro posto ne inventa e amplifica di altri, grazie anche al forte ruolo d’influenza dei mass media. Viene così alimentato un sentimento di diffidenza e ostilità nei confronti di soggetti sociali ancora più deboli, in primo luogo immigrati, ma non solo”( Francesco Marchianò Il rischio, la politica e il potere).


Serve dunque capire in che modo il rischio acquisisca sempre più importanza, perché riesca a imporsi come categoria determinante e discernente i fattori decisionali: “Se si assume che il rischio sia un costrutto socioculturale diventa utile comprendere in che misura e, soprattutto, in che modo esso si sia radicato in quelle culture della contemporaneità di cui i media sono tra i principali interpreti. Essi rappresentano uno tra i principali ambiti discorsivi in cui questa visione ubiqua, immanente e incombente del rischio ha preso forma e si è resa visibile, incidendo sulle rappresentazioni della realtà fino a modificare lo stesso linguaggio” (Andrea CeraseIl rischio come cornice culturale dell’incertezza).


Un esempio lampante di come la rappresentazione del rischio di un evento futuro impoverisca di fatto la vita sociale e comunitaria è offerto dal modo in cui è stata gestita la ricostruzione post terremoto nella valle del Belìce dopo il 1968 (si vedano le immagini che riportiamo in questo numero nella sezione “Inediti e rari” ). Dal confronto con il presente si evince  come la progettazione d’illustri architetti sia stata fortemente condizionata da un’ansia di modernizzazione che sradica la storia dei luoghi e delle comunità che li hanno abitati, interrompendo il flusso vitale della tradizione: “Grandi strade, case a schiera tutte uguali, palazzine in fila ordinata, scuole moderne, uffici moderni, viali moderni (senza alberi), e poi il nulla. Case abitate e case disabitate. Città senza centri, centri senza città. La ricostruzione sembra trasformare i paesi del Belìce in agglomerati periferici senza identità, in grossi, squallidi e assolati quartieri dormitorio con quell’edilizia minimale tipica degli anni Sessanta che può ritrovarsi in tante periferie anonime e desolate di altre città italiane” (Francesco Di Trapani Cronache post terremoto: un bilancio sulla ricostruzione della valle del Belìce tra storia e progettazione).


Ad aver presagito in qualche modo questa condizione d’isolamento dell’uomo moderno è Elsa Morante nel suo testo teatrale “La sera a Colono”(di cui riportiamo eccezionalmente in questo numero,sempre nella sezione “Inediti e rari” alcuni manoscritti e dattiloscritti originali): “È un Edipo che simboleggia (atroce icona!) l’uomo abbandonato nella moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine sconfortante, finito in un reparto manicomiale, pazzo alla follia sociale, dopo essersi accecato. Un accecamento estetico, di rifiuto per un modus cogitandi che ha creato mostruosità (non dimentichiamo che il libro è stato scritto appena vent’anni dopo la rivelazione d’orrore dei campi di concentramento nazisti, che in Elsa Morante diventeranno il nero stendardo della miseria dell’uomo cristianizzato)” (Giovanni Bassetti La serata a Colono di Elsa Morante).


La pazzia di Edipo descritta da Elsa Morante e gli spazi anonimi e desolati disegnati e realizzati nella valle del Belìce preconizzano da un punto di vista letterario e urbanistico (siamo tra gli anni ’60 e ’70) quello che accade in questi ultimi anni con le cosiddette nuove patologie psicanalitiche ovvero il palesarsi d’identità schizofreniche e border-line ‘figlie’ di dinamiche famigliari che tendono a evitare il conflitto generazionale ad ogni costo. È il caso dei genitori che preferiscono declinare lo scomodo ruolo formativo di padri e assumere quello più comodo di amici e confidenti pur di non correre il rischio di perdere un affetto sicuro o di mettere in gioco se stessi:“la moderna “feticizzazione” della figura del figlio si riverbera in un eccesso di attenzione e di ansiosa apprensione da parte degli adulti di riferimento, i quali tendono a interpretare l’emergere di punti di naturale, fisiologica distonia nella relazione del giovane con la propria realtà come un pericoloso segnale di destabilizzazione della relazione affettiva che li lega, e che essi – gli adulti – vorrebbero immutabile ed eternamente armoniosa. In sostanza, il rischio intrinseco alla crescita e al conseguente ridefinirsi – spesso conflittuale – dei legami intergenerazionali, trova l’adulto moderno in particolare difficoltà. Ironia del caso, più informato e sensibilizzato egli dimostra d’essere sulle dinamiche psicologiche legate alla realtà giovanile, più impreparato egli si rivela alla prova dei fatti” (Francesco Stoppa Crescere senza rischio).


Come uscire da questo paradosso? Come immaginare un futuro diverso da quello inseguito dalle società senza rischio?


Tra i vari spunti di risposta che si possono cogliere in questo numero, ci permettiamo di segnalare al lettore le ultime righe dell’articolo appena citato: “È a livello dell’istituzione familiare e delle istituzioni civili che dovremmo oggi trovare forme non di evitamento ma di attraversamento del rischio. Dovremmo farlo non solo, come dice Hannah Arendt, per redimere la vita, ma per stare meglio con noi stessi. Consapevoli che la messa in gioco del nostro desiderio e delle nostre competenze, a un tempo umane e politiche, all’interno di questi contenitori simbolici (la famiglia e le istituzioni sociali) rappresenta il più efficace degli antidepressivi”.