Editoriale: Forme e luoghi della pluralità.

Relazioni: pericolose? Forme e luoghi della pluralità
Leussein

Interrogarsi sulla pericolosità delle relazioni sembra l’approdo obbligato, il passo successivo doveroso, più piccolo, meditabondo e lento di quello compiuto in un nostro numero di poco precedente della nostra rivista dove con un’ampia falcata abbiamo voluto attraversare la grande questione se le società possano pianificarsi e sopravvivere espungendo il rischio dal loro Dna costitutivo (Società senza rischio: Leussein, 1, 2013).

In questo numero, seguendo la scia dei dati statisticiche rivelano come già dal 2000 più metà della popolazione mondiale si concentra nelle aree urbane e metropolitane, vogliamo tentare un restringimento del campo d’indagine, per mettere a fuoco uno spazio reale, il luogo dove nascono e vivono nel precipuo le societas. L’area urbana, che se in alcuni paesi è diventata un formicaio umano (si pensi a Pechino, Calcutta, Bombay, Rio, ecc ), è una coesistenza alveare e parcellizzata al tempo stesso, pacificamente sostenibile solo grazie alla complicità dei mass-media, dei social-media, della  grande distribuzione nei centri commerciali, del potenziamento dei mezzi di trasporto e di ingenti misure di sicurezza.

Queste dinamiche, se da una parte aumentano a dismisura le possibilità d’incontro, dall’altro stressano il concetto classico di relazione che si è tramandato finora con il suo corredo di fondazioni etico-filosofiche, di ricorsività, di abitudini, di convenzioni determinate e di eccezioni, di anatemi e appelli.

Sembra di essere di fronte al noto paradosso che tanto più si è vicini fisicamente - con il corpo e le sue protesi (le moto e le auto nel traffico, le televisioni i loro volumi, gli smartphone e le cuffiette) - tanto più si è lontani metafisicamente (con anima, pensieri, desideri apolidi in cerca di una cittadinanza altrove). Distanze e relazioni che si creano e si annullano con un click.  Nel quotidiano urbano, le relazioni sembrano “reinventarsi” (M de Certeau) con sempre maggiore difficoltà, cercano spazi e momenti esclusivi, per immaginare universi possibili salvo poi allontanarsi improvvisamente alla velocità  della luce.  D’altra parte, viste con le lenti del giurista, le relazioni manifestano tutta la loro pericolosità e la loro ansia di essere regolamentate: si pensi al mondo della sanità (dove tra  medico paziente ci sono più firme di liberatoria che parole affidabili), a quello del lavoro (il timore di regolarizzare rapporti di fatto), al diritto privato (le problematiche degli affitti in nero e), nel diritto delle assicurazioni (l’assunzione calcolata e delegata del rischio), nei rapporti di famiglia (con la minaccia assegni famigliari e di sostentamento).

Non è in dubbio che le relazioni siano in crisi, stressate dalla velocità, distratte dalla curiosità, assopite nella comodità salottiera serale, annullate nella desolazione dei quartieri dormitorio, nelle periferie densamente popolate ma senza infrastrutture o nelle villette residenziali con tutti i comfort, o disperse nei territori neutri d’incontro degli out-let (i non luoghi) o “straniere” nei centri storici abitati dai turisti.

Alcuni studiosi già da qualche tempo parlano di una nuova antropologia della surmodernità (per riprendere Augé), di urbanoidi irredimibili rinchiusi in casa (la cosiddetta generazione Otaku) o che si aggirano come spettri in un mondo incolore senza identità e storia (da qui il successo della letteratura gotica, fantasy, horror).

Forse, però, questa crisi non anticipa necessariamente la deriva e il naufragio. Forse invita a raggiungere una nuova soglia di consapevolezza, un superamento di un paradigma troppo facilmente dato per scontato ovvero che le relazioni si basino su “La Relazione”, cioè sul duale, sulla comunicazione interpersonale e amicale che è la proiezione ideale del un costante dialogo tra l’Io e il Tu che abitiamo da sempre nel pensiero.

Le relazioni, invece, come sostiene Hannah Arendt, si basano sulla pluralità, sull’incontro, sull’imprevedibile, sul nuovo e l’estraneo come punto di partenza di una nuova socievolezza, più consapevole dell’intrinseco abisso delle libertà di ognuno. Il Noi, che si origina e si rigenera sempre in un luogo preciso e in tempo dato, è la cifra politica della pluralità che deve tornare a pensarsi, a regolarsi e darsi forma a partire dal dato che ogni generazione si coappartiene necessariamente nell’hic et  nunc, nell’irripetibile qui e ora.

Il “come”, in questo tempo parcellizzato, pauroso, annoiato e depresso delle nostre città che tendono sempre più ad assomigliarsi, è tutto da discutere.