Dissipatio Europae? Forma e forza dell'UE nell'era della fine del sistema internazionale

Modernità e metafisica
Bellocchio

La condizione esistenziale in cui tra non molto si troverà l’Unione europea ricorderà quel personaggio del libro di Morselli Dissipatio H. G., che, svuotato, decide di suicidarsi accontentando la “ragazza con l’occhio nero” (la browning 7 e 65), ma poi cambia idea, torna a casa e cosa trova? Nulla: l’umanità è dissolta, svanita, evaporata, nebulizzata. Resta solo lui, novello Deucalione (ma senza l’amata Pirra). Ma la natura, quella no, non è svanita anzi sta riconquistando il suo spazio. La natura torna finalmente padrona, mentre l’umanità è scomparsa.

Similmente, la Ue, svuotata di ogni significato politico-strategico a causa della passione per l’allargamento a ogni costo che le ha impedito di fare i conti una volta per tutte con la questione della statualità, di fronte all’ennesimo atto di ingratitudine dei suoi membri, deciderà di puntarsi una pistola alla tempia e di farla finita (lo scioglimento o l’involuzione in una sorte di OSCE). Ma, come il protagonista del libro di Morselli, rimanderà la tragica decisione (organizations die hard), e, ripiegando a Bruxelles scoprirà che l’umanità è scomparsa, che è ormai un ricordo vivo solo nella mente di qualche illuminato cosmopolita e che al suo posto sta un gigantesco cratere popolato da uno zoo geopolitico mai visto. Limitiamoci alle grandi potenze, regionali e globali: aquila americana, drago cinese, orso russo, leone inglese, il lupo turco, il fagiano giapponese, l’elefante indiano, il gallo francese, il rufus brasiliano: una costellazione di predatori dominati dall’imperativo territoriale, in competizione per accaparrarsi le risorse rimaste e sempre più scarse. L’UE sosterà vicino alla scarpata, in sella al toro Zeus, intenta a guardare le distruzioni nel cratere continuamente lacerato da scosse telluriche terribili, mai viste per tipo e intensità e dove è chiaro che <<una potenza può esser rovesciata solo da un’altra potenza, non da un principio>>[1] e dove esser salmoni[2] significa, ancora una volta, esistenza a rischio. Ma non senza un certo piacere[3] e come un gufo costretto a sguardi d’aquila[4], l’Ue immobile spettatore, proseguirà a mirare la battaglia nell’arena a valle, aspettando vinti e vincitori, sapendo di non <<poter conquistar la fortuna attraverso i pericoli di una battaglia>>[5] e continuando a <<vedere nell’occasione un tranello, nell’inclinazione un’esca, nella vita un’insidia, nella speranza un’illusione, nell’azione un rischio>>[6].

Nel frattempo, la terra continuerà a tremare, percossa da forze telluriche terribili, delle quali ci accingiamo ora a parlare.

Torta senza fette, etnie in movimento

La prima forza tellurica che farà tremare l’Unione europea in sella a Zeus sarà l’ulteriore scomposizione politico-territoriale del sistema internazionale che porterà  ad un aumento del tasso di natalità statuale. Il primo fatto che premerà, dunque, sul destino dell’Ue sarà la prosecuzione della quarta ondata di statualità, figliadell’ennesima spinta alla frammentazione politico-territoriale innescata dalla fine del bipolarismo, che ha scongelato vecchie rivalità inter-etniche, dalla globalizzazione, che pubblicizza i casi di secessione riuscita e agevola le dinamiche del contagio identitario, dalla fine del mito dell’eternità delle sintesi politiche (in seguito alla mancata previsione dell’ex Urss) e, infine, innescata dall’applicazione indiscriminata del principio di autodecisione dei popoli che ci ricorda che non può darsi piena indipendenza politica se non generando nuova statualità perché i politiques odierni faticano a inventare nuove sintesi politiche. Questa nuova ennesima ondata di statualità per l’UE vorrà dire rimescolamento dei suoi confini interni e allargamento a nuovi membri (nel caso di dissoluzione di qualche membro), e aumento degli interlocutori esterni con cui però i membri dell’Unione intrattengono rapporti, tra loro, diversissimi e non sintetizzabili. E vorrà dire persistenza di una polity – lo Stato appunto – davvero dura a morire.[7]

Quella che si aprirà sarà, dunque, l’era del frammento, per riprendere una elegante formula di Gottfried Benn, un sistema internazionale popolato da una miriade di veto state-players (ben presto oltre 200 stati, tra cui oltre 15 grandi potenze) pronti a litigare su tutto e, dunque, a bloccare tutto, fori internazionali in primis. Più attori vorrà, dunque, dire arene decisionali paralizzate da un numero esorbitante di giocatori che parleranno codici diversi e che peraltro giocheranno, a causa di un’agenda internazionale ormai lunghissima, su numerosi, troppi tavoli, peraltro contemporaneamente[8]. <<Mai come oggi un microcosmo si è sentito così superiore a un macrocosmo>>[9]. Ancora più stati vorrà dire, nell’era della globalizzazione, più interdipendenza, quindi più controversie e più vulnerabilità, di conseguenza maggiore diffidenza e paranoia strategica: la spirale dell’insicurezza e della paranoia statuali crescerà in modo vertiginoso anche perché la possibilità di arginarla attraverso le istituzioni internazionali non sarà più un rimedio efficiente, a causa della paralisi in cui verseranno. Dove finiranno tutte queste contraddizioni?[10]

L’Europa (tutta, non solo la Ue), non possiamo escluderlo, non sarà al riparo da queste forze disgreganti perché l’Europa resta la culla della pluralità malgrado secoli di legnate per fare le nazioni (com’ebbe a dire elegantemente De Gaulle). Nell’Europa, potenzialmente, a causa della sua storia, tutto è etnia. Gli ultimi casi di indipendenza che hanno investito il continente e le sue periferie hanno semplicemente indicato la via: Groenlandia, Montenegro, Kosovo. 

Questa ennesima impennata del tasso di natalità statuale renderà, a sua volta, meno anacronistica la forza frenante rappresentata da quegli stati che solo di recente hanno riacquistato piena sovranità grazie alla dissoluzione del protettore sovietico e (paradossalmente) grazie al successivo ingresso nella Nato prima e nella Ue poi. Stati, questi, in gran parte dell’Europa centro-orientale, che hanno tradizionalmente subito la storia:<<in Europa ci sono da una parte le grandi nazioni e dall’altra le piccole; ci sono le nazioni che siedono al tavolo delle trattative e quelle che fanno anticamera tutta la notte…per le piccole nazioni il fatto di esistere non è un’ovvia certezza, ma sempre una domanda, una scommessa, un rischio; sono sulla difensiva nei confronti della Storia, questa forza che le sovrasta, che non le prende in considerazioni, che non si accorge nemmeno di loro…la Storia ha insegnato ai polacchi cosa significa non esistere…hanno vissuto per più di un secolo nel corridoio della morte. “La Polonia non è ancora perita” è il primo patetico verso del loro inno nazionale>>[11]. La caparbietà con cui rivendicano e custodiscono l’indipendenza riacquistata, lo sforzo con cui cercano di non essere risucchiati da quello ch’esse ritengono il nuovo Leviatano in ascesa dominato dall’egemonia tedesca (l’UE), l’abilità disperata con cui si legano al carro statunitense temendo riedizioni del Patto Ribbentropp-Molotov, dovrebbe fare riflettere perché dietro a questa resistenza si nasconde un'altra manifestazione della statualità, quella debole che resiste alla statualità forte. Sicché, quella che, per molti versi pateticamente, manifestano spesso in modo ruvido paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, le repubbliche baltiche, è la prospettiva degli estinti e di chi ha conosciuto le grinfie del Leviatano totalitario. L’altra Europa dovrebbe tenerne sempre conto.

Questa apoteosi della statualità, ovverossia la persistenza per molti versi magica delle categorie teologico-politiche dello stato moderno, perfino nell’era della globalizzazione, si è rivelata, a dire il vero, decisamente salutare perché ha permesso di smascherare due falsi idoli che ancora calcano la scena del teatro politico europeo. Non c’è che dire, <<il contenuto della storia mondiale…è diventato una lotta attorno a concetti e parole…parole e concetti carichi di energia e armi assai acuminate>>[12]. Il primo idolo smascherato è la tesi dell’obsolescenza e della crisi dello stato nazionale: la persistenza e il successo dello Stato non dipendono solo dall’aumento costante del tasso di natalità statuale (e da molte altre cose che qui non verranno trattate[13]) ma soprattutto, banalmente, dall’assenza di una alternativa allo Stato: i politiques odierni non riescono a escogitare una nuova polity e quando lo fanno (modello neofederale di Gianfranco Miglio e Daniel Elazar) si dimenticano la dimensione internazionale che vuol dire: necessità di patteggiare con la dimensione della sicurezza cioè con lo spettro sempre presente della guerra (cioè con la morte). Il secondo idolo smascherato è la tesi della “divisione della sovranità che cancella la sovranità”: la spettacolare tenuta[14] della sovranità statuale, malgrado l’enfasi posta sugli ormai numerosi processi di regionalizzazione in corso nel globo, ha permesso di chiarire, una volta per tutte[15], che la sovranità non può essere né trasferita né spostata verso sedi sovranazionali. “Divisione della sovranità”, “trasferimento della sovranità o di sue quote”: queste sono tutte espressioni prive di senso e coloro che le usano (moltissimi) fraintendono il significato profondo di questa istituzione primaria[16] della convivenza internazionale, la sovranità appunto. Insistere con queste espressioni[17] sarebbe come confondere <<con le costellazioni dell’abisso, le stelle che fanno le zampe delle anatre nella melma molle del pantano>>[18]. Perché la questione è tanto semplice quanto cruciale: la sovranità non è una torta le cui fette possano essere trasferite a piacimento da una sede a un’altra perché il cuore di questa istituzione congegnata ai tempi delle guerre civili di religione, rimanda non solo all’originarietà di ogni carta costituzionale, ma, soprattutto (<<ecco dunque che non bastano le regole>>[19]) alla capacità di uno stato di decidere, nello stato d’eccezione, sulla pace e sulla guerra all’interno dei confini (sulla “buona guerra”: la guerra civile) e all’esterno (“la guerra tra magni homines”). Sicché, quelle che i paesi membri dell’Ue hanno di volta in volta trasferito, negli anni, sono funzioni, competenze, peraltro circostanzialmente e mai strutturalmente (altrimenti le sintesi politiche europee sarebbero sparite), peraltro, altro punto cruciale, con il chiaro obiettivo di vedere aumentata la propria sovranità, e non sminuita. L’Ue, e questo è un altro punto cruciale, aggiunge sovranità agli stati che ne diventano membri in quanto “risorsa della potenza non-fungibile”, al pari di un’alleanza o di un seggio permanente all’interno del Consiglio di Sicurezza. L’appartenenza all’Ue garantisce, regala a chi ne fa parte un surplus di sovranità e non assesta una sua amputazione, perché l’Ue è un moltiplicatore di potenza, qualcosa da cogliere al volo e da sfruttare al massimo, finché, va precisato, ciò conviene all’interesse nazionale. Il patto energetico tra Mosca e Berlino via Baltico, pensato per aumentare il potere relativo di queste due grandi potenze, aggirando la Polonia e senza consultare Bruxelles, è solo un esempio:<<è regola generale dell’evoluzione che un assetto conveniente alla fine venga sfruttato in misura eccessiva da una o dall’altra specie>>[20]. E questo è tanto vero che gli stati membri dell’Ue, per paura di essere fraintesi e con una decisione senza precedenti, hanno pensato, con l’art. 49 del trattato di Lisbona, di fissare per iscritto la possibilità, per qualunque dei 27 stati, di secedere dall’Unione. Il che ci dice bene quanto chiaro sia agli stati europei (cioè ai loro commander-in-chief) il significato autentico della sovranità; e ci mostra, altrettanto chiaramente, che la Ue altro non è, in termini statualisti[21], che una “confederazione”, cioè un trattato internazionale tra stati rimasti pienamente sovrani, vale a dire poco più di un’alleanza formale da cui, chi è membro, può sempre secedere.

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[1] Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Milano, Longanesi, 1981, p. 1397.

[2] Curzio Malaparte, Kaputt, Milano, Adelphi, 2009, p. 368.

[3] <<In verità, non so se si possa guardare un incendio senza un certo piacere>>: Fёdor Dostoevskij, I demoni, Torino, Einaudi, 1993, p. 506.

[4] Victor Hugo, I miserabili, Torino, Einaudi, 2006, p. 1228.

[5] Stendhal, Il rosso e il nero, Torino, Einaudi, 1993, p. 146.

[6] Riprendo qui il superbo: Henri-Fréderic Amiel, Diario intimo, Ravenna, Longo Editore, 2000, p. 202.

[7]Su questo mi permetto di rimandare a: Luca Bellocchio, “Il sistema internazionale post-bipolare tra processi di integrazione e dinamiche di frammentazione. La politica (internazionale) oltre lo Stato ?”, Notizie di POLITEIA, 2001, pp. 112-125; Luca Bellocchio, “Mutamento e persistenza dello stato-nazionale”, Nuova Informazione Bibliografica, 2/2006, pp. 295-310;  Luca Bellocchio, “Fine dello stato o stato senza fine?”, Democrazia e Diritto, No. 4, 2005, pp.  197-206.  

[8] A causa del livello di interconnessione di cui parleremo più avanti.

[9] Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Milano, Longanesi, 1981, p. 1393.

[10] Carl Schmitt, Aurora boreale, Napoli, ESI, 1995, p. 79.

[11] Milan Kundera, Il sipario, Milano, Adelphi, 2005, p. 45.

[12] Carl Schmitt, Posizioni e concetti, Milano, Giuffrè, 2007, pp. 314-315.

[13] Si veda la nota 7 per ulteriori approfondimenti.

[14] E in molti casi ripotenziamento, si pensi solo alla crisi finanziaria e al soccorso statuale per impedire il collasso del sistema bancario mondiale.

[15] Anche se non c’è da giurarci.

[16] Si è soffermato sulla sovranità quale istituzione primaria della convivenza internazionale degli ultimi quattro secoli: Carl Schmitt, Il nomos della terra, Milano, Adelphi, 1991.

[17] Il numero di pubblicazioni e di conferenze che usano queste espressioni è, inutile dirlo, imponente.

[18] Victor Hugo, I miserabili, Torino, Einaudi, 2006, p. 54

[19]Gustave Flaubert, Bouvard e Pecuchet, Milano, BUR, 2006, p. 196.

[20]Bert Hölldobler and Edward O. Wilson, Formiche, Milano, Adelphi, 1997, p. 246.

[21] “Governamentalisti”, come dicono inelegantemente gli anglosassoni.