Desiderio e satira del fascismo negli scritti di Piero Chiara

Desiderio, società, politica
Scattone

 


Dedicatosi alla narrativa solo dopo i cinquant’anni, Piero Chiara (1913-1986) ha pubblicato in rapida successione una nutrita serie di romanzi e racconti che hanno incontrato notevole successo di pubblico, anche grazie alle varie riduzioni cinematografiche, televisive e teatrali, spesso realizzate con la sua partecipazione come sceneggiatore.


Nato a Luino[1], sulle sponde del lago Maggiore, Piero Chiara ha ambientato molte delle sue storie nei paesi della provincia lombarda, attingendo a un vasto repertorio di narrazioni orali raccolte bighellonando nei caffè e nelle osterie, magari davanti a una partita di poker. Nel descrivere curiosità, vizi più o meno nascosti e piccinerie piccolo-borghesi del mondo provinciale, Chiara ha spesso narrato vicende e personaggi del periodo fra le due guerre mondiali.


Scrive in proposito Mauro Novelli, curatore dell’ottima edizione in due volumi delle opere di Chiara per i Meridiani Mondadori: “Il suo prodigio sta nell’aver forgiato trame e figure avvincenti a partire dai materiali più negletti, sviliti, ridicolizzati dall’alta cultura letteraria novecentesca, illuminando mentalità e abitudini della borghesia piccina in un angolo fuori mano della penisola, ritratto per lo più nel ventennio fascista”[2]. In realtà, vari romanzi dell’autore luinese, da Il piatto piange a Una spina nel cuore, da Vedrò Singapore? a Il pretore di Cuvio, così come numerosi racconti, si situano nell’arco temporale costituito dalla prima metà degli anni Trenta; un periodo descritto per certi versi ancora in termini di continuità con l’inizio del Novecento, mentre l’impresa etiopica è vista da Chiara come un punto di svolta e di non ritorno verso il baratro del secondo conflitto mondiale.


Conformemente al suo carattere e allo stile della sua narrativa, l’avversione di Chiara al fascismo e a ciò che ha rappresentato per la storia italiana non si esprime mai in una violenta invettiva, quanto piuttosto in una sottile ironia dissacratoria, che sfocia talvolta nella comicità. Si pensi soltanto al racconto Il povero Turati (1962), in cui si narra di un’adunata nei pressi di Varese per ascoltare il discorso del gerarca Turati, in visita nel capoluogo. Tutto ha inizio in modo solenne, con il folto pubblico assiepato lungo un pendio e, in fondo, il palco per le autorità:


“Suonò una squilla e si fece silenzio su tutta la montagna. Era arrivato Turati. Il palco si animò e nel mezzo, isolato, con le mani appoggiate a un drappo di velluto nero, apparve il segretario del Partito. Alzò il braccio nel saluto romano e lo tenne in alto un paio di minuti. Subito scoppiarono le acclamazioni ripercosse dai monti circostanti”[3].


Turati può a quel punto cominciare il suo pomposo discorso; sennonché un sorprendente imprevisto giunge a rovinare tutto:


“Si udirono improvvisamente delle grida sopra la nostra testa, proprio in vetta alla montagna. Un’anguria era sfuggita di tra le gambe di un camerata e scendeva a grandi balzi in un crescendo di velocità. Qualche coraggioso aveva tentato di fermarla o di deviarla gettandosi sulla sua strada, ma l’anguria era passata come una palla di cannone ed era ormai volata sopra di noi, sfiorando a tratti il terreno e diretta verso il palco. Un urlo la seguiva da tutta la montagna. […] Preso l’alzo sull’ultima balza del prato, l’anguria entrò come un tiro di rigore nel palco e andò a colpire nel mezzo la traversa superiore, proprio sopra la testa del segretario del Partito. Crollò un trofeo di bandiere, tremò tutta l’impalcatura, e una doccia di sugo scese sopra il gruppo delle autorità schierate in prima fila. Turati, che stava per riprendere la parola, ne ebbe la maggior parte; e subito si videro i fazzoletti bianchi del federale e del prefetto che lo asciugavano. Fu la prima scossa al regime, il primo colpo andato a segno; benché la stampa non lo registrasse e la storia solo oggi possa metterlo, se non tra i fatti decisivi, almeno tra i presagi sicuri”[4].



 


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[1] Per le notizie biografiche su Piero Chiara si segnala l’ampia cronologia presente in P.Chiara, Tutti i romanzi, a cura di M.Novelli, Mondadori, Milano 2008, pp.XLVII-XCII. Sull’opera di Chiara cfr. le monografie di E.Ghidetti, Invito alla lettura di Piero Chiara, Mursia, Milano 1977; di G.Tesio (a cura di), Piero Chiara, La Nuova Italia, Firenze 1982; e di W.Leparulo, Piero Chiara, saggista e narratore, DeSoto, Tallahasse 1996.



[2] M.Novelli, Introduzione a P.Chiara, Tutti i romanzi, cit., p.XV.



[3] P.Chiara, Il povero Turati (1962), in Id., Tutti i racconti, Mondadori, Milano 2008, p.264.



[4] Ibid., pp.264-265.