Crescere senza rischio?

Società senza rischio?
Stoppa

 Non è raro, nella pratica clinica d’oggi, essere interpellati da adulti preoccupati per alcuni comportamenti dei loro figli, a volte solo degli atteggiamenti o dei vissuti, che probabilmente non avrebbero catturato l’attenzione o provocato l’ansia dei genitori di un tempo. Forse i padri e le madri di una volta non avevano gli strumenti culturali o il tipo di sensibilità di quelli odierni, ma sicuramente il rapporto intergenerazionale si è radicalmente trasformato al punto che il bambino e l’adolescente sono diventati dei “sorvegliati speciali”, e non solo da parte della famiglia ma di un po’ tutta la società del benessere (la società, in altre parole, che mal digerisce le contraddizioni dell’esistenza, facendone piuttosto pane per i denti dei così detti esperti). Intendo dire che la moderna “feticizzazione” della figura del figlio si riverbera in un eccesso di attenzione e di ansiosa apprensione da parte degli adulti di riferimento, i quali tendono a interpretare l’emergere di punti di naturale, fisiologica distonia nella relazione del giovane con la propria realtà come un pericoloso segnale di destabilizzazione della relazione affettiva che li lega, e che essi – gli adulti – vorrebbero immutabile e eternamente armoniosa. In sostanza, il rischio intrinseco alla crescita e al conseguente ridefinirsi – spesso conflittuale – dei legami intergenerazionali, trova l’adulto moderno in particolare difficoltà. Ironia del caso, più informato e sensibilizzato egli dimostra d’essere sulle dinamiche psicologiche legate alla realtà giovanile, più impreparato egli si rivela alla prova dei fatti.


 


Figli nel ventunesimo secolo


Per capire cosa significa essere figli nel ventunesimo secolo, bisogna ricordare – cosa senza precedenti - che esiste tutto un mondo che gira oggi intorno ad essi: non solo la psicologia, la medicina o la pedagogia, ma l’economia, la scienza, la moda, la tecnica, l’informazione sviluppano programmi, offrono occasioni, realizzano beni e accessori rivolti al format bambino o ragazzo. C’è il rischio che questo interesse per certi versi morboso del mondo adulto per i più giovani ne ipostatizzi la presenza all’interno non solo della famiglia ma della società stessa. Un po’ come in quelle fiabe nelle quali i protagonisti sono vittime di un incantesimo che li isola in una bolla senza tempo, bambini e adolescenti d’oggi sembrano condannati a un eterno presente, cristallizzati nella loro immagine di figli-per-sempre da un amorevole quanto diabolico sortilegio operato dagli adulti. L’infanzia e l’adolescenza sono ancora epoche della vita, transizioni, percorsi che sta a ogni soggetto leggere, interpretare, far evolvere, o sono “paradisi fiscali” che gli adulti assicurano ai giovani affinché essi non abbiano a pagare la tassa, il prezzo del divenire a propria volta adulti?


Tutto questo ci dice qualcosa dei possibili danni indotti nelle nuove generazioni da una società che ha sostituito la communitas (la comunità come spazio dell’impegno civile, della responsabilità soggettiva) con l’immunitas: una protezione a 360 gradi dalla vita, in particolare dai rischi inerenti l’assunzione delle proprie competenze umane e politiche. Non doversi preoccupare di crescere, non dover affrontare traumi e difficoltà conseguenti alla propria condizione di viventi e di esseri parlanti – e come tali destinati a umanizzarsi solo in virtù di una serie di trasformazioni -, condanna i giovani d’oggi alla più crudele delle forme di solitudine. Nel senso che ne fa degli individui programmati per esistere in uno stato d’eccezione, dei non-cittadini parcheggiati in una sorta di extraterritorialità civile.


Se pensiamo che ci si mette anche la crisi economica a rallentare sensibilmente, fino a renderla illusoria e aleatoria, l’aspettativa di emancipazione delle giovani generazioni, allora più che soffermarci su una specifica clinica giovanile e a sfornare diagnosi capaci di incasellare ogni tipo di condotta o devianza, dovremmo pensare se non sia più corretto ragionare nei termini di una clinica dell’intergenerazionalità[1]. O, perlomeno, chiederci se le patologie dell’infanzia e adolescenziali siano non solo una risposta ai fantasmi genitoriali, ma anche una cassa di risonanza dei tratti più controversi e problematici del discorso che regge la società neocapitalista.



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[1]Cfr. F. Stoppa, Per una clinica dell’intergenerazionalità, in “λeùssein. Rivista di studi umanistici”, Ed. Universitarie Romane, Anno IV-n.2/3.