Cosmologie novecentesche: dai buchi neri ai cieli di carta

Modernità e metafisica
Acocella

 

Cosmologie novecentesche: dai buchi neri ai cieli di carta[1]

os homini sublime dedit coelumque videre

iussit, et erectos ad sidera tollere vultus

(Ovidio, Metamorfosi)

 

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me

e la legge morale dentro di me

(E. Kant, Critica della ragion pratica)

 

            La modernità non è più il tempo del cielo «a cupola», favorevole alla narrazione epica, lungo le cui curvature «i destini dei personaggi si iscrivono e prendono disegno». Dopo la crisi novecentesca, come notò Debenedetti, nelle pagine della letteratura si delinea un «cielo svasato», dove «i destini si perdono come stelle filanti, o ricascano addosso in un groviglio».[2]

Sempre più le trame riflettono gli effetti della rivoluzione copernicana, metafora assoluta della modernità e della crisi della verità.[3] Ma a sorprendere è quanto le visioni degli scrittori tendano a sovrapporsi alle scoperte della scienza, registrando immediatamente le nuove teorie, come quella dei quanti di Planck o del principio di indeterminazione di Heisenberg (si è parlato di «personaggi-particella»),[4] o addirittura anticipando scenari futuri, come la presenza della materia oscura dell’universo (la cold dark matter dei fisici). Soprattutto ciò sembra accadere quando lo sguardo di chi scrive si rivolge in alto, in cerca di un punto di congiunzione con l’universo: sotto il cielo stellato, dunque, quando la luce intermittente delle costellazioni sembra destinata alla vista umana e rinviare a un senso nascosto.[5]

 

Ribaltamenti

Si tratta di stadi di visione[6] che si concentrano, nel primo Novecento, durante la crescita delle metropoli opache e artificiali, intorno a una nuova percezione della volta celeste, stranamente inquieta, percorsa da «moti turbolenti, quasi ondosi e vorticanti»,[7] molto simili alle chiaroveggenti pennellate della Notte stellata di Van Gogh.

Il cielo moderno, infatti, non comporta solo la perdita della centralità umana, ma la scomparsa di qualsiasi centro, di ogni gerarchia che dia ordine allo spazio. Anche il rapporto tradizionale tra alto e basso può invertirsi del tutto, trasformando umoristicamente l’infinitamente grande in infinitamente piccolo e costringendo così il «personaggio-uomo»[8] a sospendere l’azione e a farsi filosofo. In una novella di Pirandello che sin dalle soglie del titolo, Sopra e sotto, allude a possibili ribaltamenti, le teorie cosmiche di due professori, appollaiati su una terrazza in una notte afosa, evocano l’immagine vertiginosa dell’abisso pascaliano: lo spettacolo della volta celeste consente all’uomo di intendere «la infinita sua piccolezza» e insieme «l’infinita grandezza dell’universo», ma questa facoltà è anche la sua condanna, la sua «atroce disperazione: di vedere grandi le cose piccole – tutte le cose [...] della terra – e piccole le grandi, [...] le stelle».[9] Sul crinale di una catastrofe mondiale - la novella è del 1914 – compaiono in queste righe tutti gli elementi destabilizzanti della volta celeste: l’inversione delle dimensioni naturali, percepite ad occhio nudo (senza alcun cannocchiale, né quello scientifico di Galileo, né quello filosofico e rovesciato del dottor Fileno), l’uomo rimpicciolito dalla grandezza leopardianamente indifferente del firmamento e l’abisso che trapela nel nero della notte, barlume del vuoto sconfinato («bujo pesto», lo chiamava Pirandello).

Malgrado l’improbabilità di qualsiasi conforto celeste, «la terra rimane pur sempre circondata di cielo», come lo scrittore siciliano afferma sin dai tempi di un suo articolo giovanile, Rinunzia.[10]Impossibile, di conseguenza, non essere tentati ad alzare lo sguardo verso l’alto.

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[1] Questo saggio proviene, con alcune integrazioni, da una comunicazione presentata al convegno annuale ADI Moderno e modernità: la letteratura italiana, presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Roma 17-20 settembre 2008 (http://www.italianisti.it/FileServices/Acocella%20Silvia.pdf).

[2] Giacomo Debenedetti, Personaggi e destino, in Id.,Saggi, a cura di Alfonso Berardinelli, cronologia a cura di Marco Edoardo Debenedetti, Milano, Mondadori, «I Meridiani»,1999, p. 920.

[3] Cfr. Hans Blumenberg, La leggibilità del mondo. Il libro come metafora della natura, a cura di Remo Bodei, Bologna, Il Mulino, 1984): dalle Operette morali di Leopardi essa riaffiora nella Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa de Il fu Mattia Pascal (Luigi Pirandello,Il fu Mattia Pascal, in Tutti i romanzi, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, introduzione di Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, «I Meridiani», 2 voll., 1990, vol. I, p. 324).

[4] Debenedetti parlava di uno «stesso stadio di visione», che legava i romanzieri agli scienziati, i personaggi-particella alla quantistica e alle leggi di probabilità. (Debenedetti, Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, in «Paragone»,1965, n. 190, ora in Id., Saggi, cit., p. 1288).

[5] «Einstein [...] diceva di essere molto stupito che l’universo si lasciasse vedere. [...] I nostri occhi sono fisiologicamente sensibili in un determinato intervallo di frequenza della luce, al quale, non a caso, l’atmosfera è trasparente. Inoltre, le stelle emettono luce proprio in quell’intervallo di frequenza, quindi noi le vediamo»: (Giovanni Bignami, Nel secolo di Einstein la cosmologia riscopre Manilio, in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni e noi, Milano, BUR, 2007, pp. 236-237).

[6] Partendo dalla teoria dei quanti di Max Planck, Albright traccia, sulla linea delle coincidenze tra immaginario letterario e scientifico, una mappa della letteratura modernista, suddividendola in due filoni, corrispondenti ai due modelli esplicativi della sostanza dell’energia luminosa: l’estetica ondulatoria (quella caratterizzata da una fluidità semantica e dallo stream of consciouness, come in Joyce o nella Woolf) e l’estetica particellare (più iconica, più spezzata in frammenti di significato, come in Pound ed Eliot). (Daniel Albright, Quantum poetics. Yeats, Pound, Eliot, and the Science of Modernism, Cambridge, Cambridge University Press, 1999).

[7] Paolo Maffei, Segni premonitori in artisti di fine Ottocento di teorie e scoperte scientifiche del Novecento, in Francesca Montesperelli (a cura di), Tra Frankestein e Prometeo. Miti della scienza nell’immaginario del ‘900, Napoli, Liguori, 2006, p. 132.

[8] Cfr. Debenedetti, Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, cit., pp. 1281-1322).

[9] Pirandello, Sopra e sotto, in Id.,Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, premessa di Mario Costanzo, Milano, Mondadori, «I Meridiani», 3 voll., 1986-1990, vol. primo, tomo I, pp. 551-553). Per un’analisi di questa novella, si rinvia a Pietro Gibellini (a cura di), L. Pirandello, Novelle per un anno, Firenze, Giunti, 1994, pp. 390-391.

[10] Pirandello, Rinunzia [1896], in Id., Saggi e interventi, a cura e con un saggio introduttivo di Ferdinando Taviani e una testimonianza di Andrea Pirandello, Milano, Mondadori, «I Meridiani», 2006, p. 126.