Conflitto e democrazia in Grecia

Conflitto e democrazia
Bearzot

Che la comunità politica democratica sia in grado di promuovere e mantenere un ordine sociale accettabile anche grazie al conflitto, personale e politico, e alle sue forme di regolamentazione sociale e politica, è stato messo in evidenza da diversi studi sulla politica e la società ateniesi, tra i quali mi limito a ricordare due contributi miscellanei degli anni ’90, dedicati rispettivamente a Nomos e a Kosmos[1].Conflittualità non significa necessariamente instabilità: anzi Atene si caratterizza proprio per la compresenza di stabilità politica e sociale e vivace confronto personale e politico. Di questo equilibrio per nulla scontato, data la diversa situazione di molte comunità greche, non è agevole individuare le motivazioni: ritorneremo nel corso dell’esposizione su alcune delle proposte interpretative avanzate dalla critica.

 L’Epitafio, il discorso tenuto da Pericle in memoria dei caduti del primo anno della guerra del Peloponneso (431) e conservato da Tucidide (II, 35-46), è considerato il “manifesto” della democrazia ateniese. Esso affronta diversi temi, ma il suo argomento principale è la costituzione di Atene: dopo aver reso omaggio alla tradizione affrontando, sia pur sinteticamente, i temi tradizionali degli epitafi, come la gloria politica e militare degli antenati, Pericle si concentra sullo stile di vita ateniese, domandandosi attraverso quali principi di condotta (epitedeusis), quale costituzione (politeia) e quali tratti di carattere (tropoi) Atene sia divenuta grande (Thuc. II, 36, 4). La democrazia, creazione originale di Atene, deve il suo nome al fatto “che tutto dipende non dai pochi, ma dalla maggioranza”: essa è il governo dei pleiones, della maggioranzarispetto ad una minoranza che non può rivendicare adeguato valore rappresentativo, secondo il significato originario di demos, che indica il popolo nel suo complesso (II, 37, 1).

Il discorso si sposta poi, ed è quello che più ci interessa, sui rapporti reciproci tra i cittadini e fra i cittadini e le leggi, presentati come ispirati a libertà e tolleranza e caratterizzati dall’assenza di sospetti e di tensioni: 

Liberamente (eleutheros) noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto (hypopsia) che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci col vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, sì, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi. Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e in particolare a quelle che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta[2].

 Le regole della convivenza democratica, improntate a reciproca tolleranza e ad una libertà personale insistentemente rivendicata, impongono un rigoroso rispetto della legalità, che non deriva dal timore, ma dalla convinzione del valore intrinseco delle leggi che la città si è liberamente data (II, 37, 2-3). Libertà personale e rispetto della legge convivono nella città democratica, accostando alla libertà di iniziativa del singolo forme di controllo o di deterrenza.

Il rilievo sulla serenità della convivenza civile ad Atene si inserisce in un contesto che tiene conto non soltanto della dimensione politica, ma anche di quella privata: Pericle mette l’accento sulla qualità di vita che i cittadini di Atene potevano sperimentare ed erano chiamati a difendere, e in particolare sull’equilibrio tra pubblico e privato, tra interesse comune ed esigenze individuali, tra “una visione ‘liberale’ dell’uomo e un’altra ‘totalizzante’ della città” (per usare le parole di Ugo Fantasia). Il discorso è condotto tenendo in controluce il ben diverso ordinamento spartano, che reprimeva ogni forma di iniziativa individuale e ingabbiava i suoi cittadini in una società rigidamente collettivistica, e rivendicando il valore della più libera impostazione ateniese, che pone al centro il cittadino piuttosto che lo stato[3].

Pericle descrive dunque la società ateniese e il suo stile di vita come un contesto in cui si vive liberamente (eleutheros) e senza sospetto (hypopsia) nelle relazioni quotidiane, senza adirarsi col vicino e senza danneggiarlo. Una società apparentemente senza conflitti, caratterizzata da reciproca concordia: un quadro idealizzante che ha suscitato reazioni negli stessi contemporanei, dal democratico Cleone allo Pseudosenofonte. Cleone, che Tucidide presenta come una sorta di anti-Pericle, nel discorso pronunciato in occasione del dibattito sulle sorti della ribelle Mitilene nel 427 esordisce rimproverando agli Ateniesi la loro incapacità di dominare gli alleati, condizionati da rapporti quotidiani “privi di timori e di insidie” (Thuc. III, 37, 2)[4]: si tratta di una evidente ripresa, in senso negativo, del rilievo dell’Epitafio. Pseudosenofonte, l’anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi, che si data con difficoltà ma che certamente riflette il dibattito dell’età periclea o immeditamente successiva ed esprime un orientamento violentemente antidemocratico, critica il clima aperto e sereno che si respira nella democrazia ateniese, in cui gli schiavi non si distinguono dai liberi quanto a comportamenti e qualità della vita, esaltando per contro il sistema spartano criticato da Pericle (I, 10-12)[5]. Queste riprese dimostrano che il tema della serena convivenza civile assicurata dal regime democratico faceva parte del dibattito sulla democrazia e che la democrazia ateniese si autocelebrava, tra l’altro, come il luogo dell’homonoia, la “concordia” che costituisce uno dei miti politici antichi[6].

 

In effetti, la caratterizzazione offerta da Pericle, ancorché idealizzata, sembra sostanzialmente corretta, almeno per lunghi periodi della storia di Atene (anni 460-415; 403-322)[7]. Essa infatti, benché abbia conosciuto un dibattito politico sempre molto intenso, appare, nel corso della sua storia, sostanzialmente immune dalla stasis, il conflitto civile, uno dei mali endemici del mondo greco, e caratterizzata da sostanziale homonoia. Come è noto, nel corso dell’età classica essa subì due soli colpi di stato, nel 411 e nel 404; entrambe le oligarchie che ne sortirono ebbero però durata assai breve, quattro mesi la prima, un anno la seconda, e al termine di entrambe le esperienze la convivenza democratica fu rapidamente e felicemente ristabilita. Tucidide (VIII, 66) sottolinea come i rivoluzionari del 411, per mettere in atto il colpo di stato, dovettero proprio intervenire sul clima di reciproca fiducia e privo di conflitti che regnava in Atene, creandone uno opposto di sospetto e di diffidenza, che risultò per il demos molto destabilizzante proprio perché estraneo allo stile di vita ateniese:

 

Si radunavano ancora il popolo e la boule eletta con la fava, ma non deliberavano nulla che non avessero deciso i congiurati, e gli oratori erano scelti tra questi ultimi e le orazioni erano esaminate prima da loro. Nessuno degli altri replicava, temendo e vedendo il gran numero dei congiurati, e se uno si opponeva, subito moriva in modo adatto, né si faceva ricerca dei colpevoli né processo dei sospettati. Ma il popolo se ne restava tranquillo e aveva un tale spavento da considerare un guadagno se uno non subiva violenza, anche se taceva. E, pensando che i congiurati fossero molti di più di quanti in realtà non erano, avevano l’animo abbattuto e non potevano scoprirli per la grandezza della città e il non conoscersi vicendevolmente. Per questa stessa ragione era impossibile persino adirarsi e lagnarsi con qualcuno, sì che ci si potesse difendere prendendo contromisure, perché o si sarebbe trovato uno sconosciuto in chi parlava o un infido in chi si conosceva. Tra di loro tutti i democratici si accostavano con sospetto (hypoptos), come se fossero responsabili dei fatti. Vi erano infatti tra i congiurati anche persone che non si sarebbe mai creduto potessero rivolgersi all’oligarchia, e costoro generavano presso la massa una grandissima diffidenza (to apiston … meghiston) e contribuivano moltissimo alla sicurezza degli oligarchi col confermare nel popolo la diffidenza reciproca (apistian … pros heauton)[8].

 



*Nei saggi citati in nota si troveranno ampi riferimenti bibliografici alla problematica discussa nel testo.

 

[1]P. Cartledge, P. Millett, S. Todd (edd.), Nomos: Essays in Athenian Law, Politics and Society,Cambridge 1990; P. Cartledge, P. Millett, S. von Reden (edd.), Kosmos. Essays in Order, Conflict, and Community in Classical Athens, Cambridge - New York 1998.

 

[2]Trad. di F. Ferrari, in Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III, Milano 1997.

[3]Sull’Epitafio D. Musti, Demokratia. Origini di un’idea, Roma-Bari 1995,pp. 3 ss. e 103 ss.; U. Fantasia, in Tucidide, La guerra del Peloponneso. Libro II, Pisa 2003, pp. 353 ss.; C. Bearzot, Pericle, Atene, l’impero, in Storia d’Europa e del Mediterraneo. Il mondo antico, II. Grecia e Mediterraneo dall’età delle guerre persiane all’Ellenismo, Roma 2008, pp. 289-320.

 

[4]Su Cleone C. Bearzot, Il Cleone di Tucidide tra Archidamo e Pericle, inAd fontes! Festschrift Dobesch, Wien 2004, pp. 125-135.

[5]Su Pseudosenofonte Musti, Demokratia,pp. 57 ss.; E. Flores, Il sistema non riformabile. La pseudosenofontea Costituzione degli Ateniesi e l’Atene periclea, Napoli 1982 ; S. Cataldi, La democrazia ateniese e gli alleati. Studi sullo Pseudosenofonte, Padova 1984.

[6]Cfr. G. Daverio Rocchi (a cura di), Tra concordia e pace: parole e valori della Grecia antica, Atti della Giornata di studio (Milano, 21 ottobre 2005) (Quaderni di Acme, 92), Milano 2007.

[7]Cfr. G. Herman, Morality and Behaviour in Democratic Athens. Cambridge 2006, pp. 72 ss.

 

[8]Cfr. C. Bearzot,Atene nel 411 e nel 404. Tecniche del colpo di stato, inTerror et pavor. Violenza, intimidazione, clandestinità nel mondo antico (Atti del Convegno, Cividale del Friuli 22-24 settembre 2005), Pisa 2006, pp. 21-64.