Cicerone politico

Conflitto e democrazia
Coccia

 

Nell’esaminare alcuni aspetti del pensiero politico di Cicerone ci varremo soprattutto del testo De re publica, l’opera che Cicerone compose dal 54 al 51 a. C.[1]

Come è noto, fino al 1819 noi conoscevamo di questo dialogo solo i brani trasmessici dalla tradizione indiretta e i capitoli finali, ospitanti il Somnium Scipionis, giunti fino a noi in un centinaio di codici redatti fra il X e il XII secolo, segno della grande fortuna di questa parte del De re publica, fortuna legata anche ai commenti che Macrobio e Favonio Eulogio le dedicarono nel IV secolo[2].

Nell’autunno del 1819 Angelo Mai[3], da poco trasferito alla Biblioteca Vaticana dalla Biblioteca Ambrosiana, scoprì, e la sua scoperta ispirò l’Ode ad Angelo Mai di Giacomo Leopardi[4], che il palinsesto Cod. lat. 5757[5]ospitava sotto i commentarii di S. Agostino ai Salmi 119-140[6], scritti circa nel 700, una scrittura del secolo IV che poteva restituire circa un quarto del De re publica di Cicerone[7]. Le cure che Mai dedicò al testo ciceroniano così recuperato gli consentirono di pubblicare l’editio princeps dell’opera, a Roma (in quarto) e, in ottavo, a Stoccarda e a Tubinga sul finire del 1822; un seconda edizione nel 1828, una terza nel 1846[8].

Grazie alla Cronologia ciceroniana curata da Nino Marinone e in seconda edizione da Ermanno Malaspina[9] possiamo ricostruire[10] l’attività di Cicerone negli anni 54-51, anni di profonda crisi della repubblica romana, per ricostruire l’atmosfera dei quali lasceremo la parola a Luigi Bessone e a Rita Scuderi che, nel loro Manuale di Storia Romana[11], scrivono a p. 220: “A Roma la vita politica dal 54 al 52 precipitò in una situazione caotica, tanto che le normali elezioni dei magistrati si svolsero con gravi ritardi tra la dilagante corruzione da parte dei candidati e l’abuso del veto da parte dei tribuni della plebe. Per giunta nel gennaio 52 le continue violenze tra bande di facinorosi culminarono con l’uccisione di Clodio in uno scontro con Milone lungo la via Appia. Al funerale dell’ex-tribuno i suoi sostenitori provocarono altri disordini, con incendi che si estesero dalla curia agli adiacenti edifici e con selvagge rappresaglie contro chi dall’abbigliamento mostrasse una condizione sociale elevata”.

Dall’epistolario di Cicerone possiamo ricostruire il suo pensiero su questa crisi dello stato romano: egli sentiva, nel 54, “aliqua suspicio dictaturae”[12]; “nonnullus odor dictaturae”[13] e affermava “Nulla est respublica quae delectet, in qua acquiescam”[14]; “angor nullam esse rempublicam”[15]; “vides nullam esse rempublicam”[16]; e in un frammento citato da S. Agostino[17]nostris vitiis, non casu aliquo, rem publicam verbo retinemus, re ipsa vero iam pridem amisimus”. Ma ancora c’era in lui l’illisione di essere il gubernator della respublica, se nel De divinatione[18], scritto intorno all’epoca della morte di Cesare, riferendosi ai libri De re publica egli li dice scritti “tum… cum gubernacula reipublicae tenebamus”[19].

Il  De re publica  è un dialogo che si immagina svolto nel 129 a. C. negli Horti suburbani di Scipione Emiliano e che all’autore sarebbe stato riferito 50 anni circa dopo da Rutilio Rufo[20], che Cicerone incontrò a Smirne, durante il suo soggiorno in Grecia ed in Asia degli anni 79-78[21].

Del pensiero politico di Cicerone, quale si può ricostruire dal De re publica, io mi limiterò ad esaminare tre aspetti: la definizione dello stato; il problema della sua forma migliore; la figura del princeps[22].

La trattazione propriamente detta del De re publica si apre con una definizione dello stato proposta dall’Emiliano, il quale, prima di rispondere alla domanda che Lelio[23] gli ha posto su quale forma di governo egli ritenga la migliore, “ea lege, qua credo omnibus in rebus disserendis utendum esse si errorem velis tollere[24], desidera fissare prima con esattezza l’oggetto della trattazione e darne la definizione da proporre all’accettazione di quanti partecipano al dibattito. “Est igitur, inquit AFRICANUS, res publica res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus. Eius autem prima causa coëundi est non tam imbecillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio ; non est enim singularenec solivagum genus hoc, sed ita generatum ut ne in omnium quidem rerum affluentia[25] .Una definizione che secondo Perelli “Non può essere ricondotta, ma è elaborata personalmente dall’autore, con l’utilizzazione di materiale filosofico greco trasformato empiricamente nei termini della tradizione giuridica romana”[26]. Seguiamo lo svolgimento del dialogo con le parole ancora di Perelli: “Alla definizione dello stato segue l’esame delle tre forme classiche di governo, monarchia, aristocrazia e democrazia (43-45), considerate soprattutto nei loro difetti intrinseci, in ciò che manca loro per conseguire quell’equilibrio di diverse esigenze e di diversi principi che è necessario al buon funzionamento dello stato. La monarchia e l’aristocrazia privano dei diritti politici il popolo, e non consentono un effettivo esercizio della libertas; la democrazia invece, eguagliando i diritti di tutti, è per ciò stesso ingiusta, perché non concede gradi diversi di dignitas a seconda dei meriti e della capacità. Questi difetti delle tre forme di governo semplici sono aggravati dalla loro tendenza a degenerare nelle forme degenerate, rispettivamente la tirannide, l’oligarchia, e la licenza demagogica, che perdono totalmente di vista quel fine per cui lo stato è stato costituito”[27]. Richiesto da Lelio su quale di queste tre forme semplici di costituzione egli giudichi la migliore, L’Emiliano, dopo aver premesso che “eorum nullum ipsum per se separatim probo, anteponoque singulis illud quod conflatum fuerit ex omnibus[28], “esprimendo il proprio parere personale, assegna il primato alla monarchia (56-64), fondando la sua tesi in parte su argomenti teologici e filosofici che risalgono alla tradizione platonico-stoica, in parte su esempi storici, da cui si ricava che la monarchia è necessaria in momenti di emergenza e di turbamento politico”[29]. Le tre forme semplici di governo sono soggette a processi di mutazione degenerativa, che Polibio in un ciclo ricorrente secondo il quale è la monarchia a corrompersi in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, la democrazia in oclocrazia;[30] Cicerone rifiuta la fissità ineludibile di questo schema, “ma ammette varie possibilità di trasformazione; l’esperienza storica gli insegna come i mutamenti politici siano vari e speso imprevedibili, e perciò non si possono ricondurre a leggi fisse, come ama fare il pensiero greco”[31]. La preferenza per una costituzione “mista”, “ che unisce e contempera i principi delle diverse forme semplici: l’imperium della monarchia, il consilium dell’aristocrazia, la libertas della democrazia”[32], riaffermata da Cicerone nei capitoli 45-46 del I libro, era stata da lui espressa, sempre per bocca dell’Emiliano anche in I, 29: “Itaque quartum quoddam genus rei publicae maxime probandum esse sentio, quod est ex his quae prima dixi moderatum et permixtum tribus[33].

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[1] L’opera sarà citata secondo M. Tulli Ciceronis, De re publica librorum sex quae manserunt / septium recognovit K. Ziegler, Leipzig, B.G. Teubner, 1969.

[2] Cfr. Microbio, Commento al sogno di Scipione, M. Neri (a cura di), Milano, Bompiani, 2007.

[3] Su Angelo Mai, cfr. ad vocem Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 67, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2006, pp. 517-520.

[4] Sui rapporti di Giacomo Leopardi con Angelo Mai, cfr. S. Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Roma-Bari, Laterza, 1978.

[5] Un codex rescriptus rimasto 1000 anni circa nel Monastero di Bobbio (fondato nel 614 da S. Colombano) e donato dai monaci a Paolo V nel 1618 (cfr. Ziegler, op. cit.).

[6] Si possono leggere in S. Agostino, Esposizioni sui salmi (Enarrationes in salmos), vol. III, Roma, Città Nuova, 1976; vol. IV, Roma, Città Nuova, 1977.

[7] Sui palinsesti cfr. G. Battelli, Lezioni di paleografia, Città del Vaticano, 1949. pp. 32-33; G. Concetti, Lineamenti si storia della scrittura latina, Bologna, Patron, 1954, pp. 48-50. Nel Vat. Lat. 5757 il recupero della scriptio inferior è stato favorito dal fatto che, a causa della membranarum tenuitas, essa era stata lavata via e non raschiata, cfr. Ziegler, op. cit., pp. V-VI.

[8] Cfr. Ibidem., p. VI.

[9] N. Marinone, Cronologia ciceroniana, E. Malaspina (a cura di), Centro studi ciceroniani di Roma, Bologna, Patron, 2004.

[10] Cfr. Ibidem., pp. 130-157.

[11] L. Bessone, R. Scuderi, Manuale di Storia Romana, Bologna, Monduzzi, 1994.

[12]Ad Q., fr. 2,13,5.

[13]Att., 4,18,3.

[14]Att., 4,18,2.

[15]Ad Q., fr. 3,5-6,4.

[16]Ad Q., fr. 3,4,1.

[17]Civ., 2,21.

[18]Div., 2,3.

[19] Questi passi si trovano in Cicerone, Somnium Scipionis, Introduzione e commento di A. Ronconi, Firenze, Le Monnier, 1992.

[20] Su di lui, cfr. Ziegler, op. cit., p. XLV.

[21] Per Dialogi personarum conspectus, cfr. ivi.

[22] Mi sono sopratutto valso per la compilazione di questi appunti di L. Perelli, Il pensiero politico di Cicerone. Tra filosofia greca e ideologia aristocratica romana, Firenze, La Nuova Italia, 1990; E. Narducci, Cicerone la parola e la politica, Laterza, Roma-Bari, 2009.

[23] Su di lui, cfr. Ziegler, op. cit.

[24] “Mi atterrò a quella norma che, a mio avviso, si dovrebbe seguire in tutte le discussioni, se si vogliono evitare errori”,  Rep., 1,24, versione di A. Resta Barrile in Cicerone, Opere politiche, Milano, Mondadori, 2007.

[25] “Lo stato – disse l’Africano – è ciò che appartiene al popolo. Ma non è popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in un modo qualsiasi, bensì una società organizzata che ha per fondamento l’osservanza della giustizia e la comunanza d’interessi. La causa prima che spinge gli uomini ad unirsi non è tanto il bisogno di reciproco aiuto, quanto piuttosto una naturale inclinazione a vivere insieme, poiché il genere umano non è composto di singoli individui che vivano isolati, ma di esseri che neppure nella più grande abbondanza di beni…”, Rep., 1, 25, versione di A. Resta Barrile.

[26] Perelli, op. cit., p. 17.

[27] Perelli 1965, pp. 24-25.

[28] “Di esse, considerate singolarmente, non ne approvo nessuna per se stessa, ma preferisco quella che risulti da un saggio temperamento di tutte”, Rep 1, 35, versione di A. Resta Barrile.

[29] Perelli 1965, p. 25.

[30] Come è noto, terminato il V libro delle sue Storie, Polibio dedica il VI a un’ampia digressione sulla costituzione romana, rispondendo al desiderio dei suoi lettori di “apprendere come e sotto qual forma di governo i Romani in soli sessantatre anni (in realtà Polibio scrive: ™n oÙd Öloιj pentškonta kaˆ trisˆn ›tesin) abbiano vinto e assoggettato quasi tutta la terra abitata, fatto che mai si era verificato precedentemente” 6,1,3 versione di C. Schick in Polibio, Storie, trad. e note di C. Schick, Milano, Mondadori, 1970, vol. II, p. 92). Per lo storico greco, il successo dell’espansionismo romano è dovuto essenzialmente alla solidità della costituzione che regge lo stato, nella quale “sono rappresentate la monarchia (consoli), l’aristocrazia (senato) e la democrazia (tribuni della plebe e comizi)” (Polibio, op. cit., vol. I, p. XXIX), tra forme di governo che, nella loro coesistenza, sia pure talvolta dialettica, hanno consentito a Roma di sottrarsi al ciclo degenerativo fatalmente percorso dalle altre costituzioni (anaciclosi): “Se difatti uno degli organi che lo stato costituisce diventa troppo potente in confronto agli altri e agisce con tracotanza, non essendo esso indipendente, (…), ma essendo i singoli organi legati uno all’altro e controllati nella loro azione, nessuno di essi può agire con violenza e di propria iniziativa. Ciascuno dunque si tiene nei limiti prescritti o perché non riesce ad attuare i suoi piani o perché fin da principio teme il controllo degli altri” (Polibio, op. cit., vol. II, 6, 18, 7-8, p. 105). Questa fiducia di Polibio nella saldezza della costituzione romana sembra, come è noto, incrinarsi in alcuni passi dello stesso VI libro della sua opera, ad esempio, in 9 12-14: “passeremo a considerare l’origine, lo sviluppo, la fioritura dello stato romano e quindi la sua inevitabile decadenza: come infatti ogni altro stato, come ho appena detto, subisce questo ciclo, così anche quello romano, che ha avuto un’origine e uno sviluppo, naturalmente avrà pure una decadenza, come potremo vedere da quanto esporrò” (Ibidem.,57, 9, p.99); ma si veda anche il passo in cui è detto:“In seguito a ciò il desiderio, da parte del popolo ispirato e sollecitato dai demagoghi, di sottrarsi al condizionamento delle altre parti politiche e sociali conseguendo ‘assoluta supremazia’, il governo avrà il nome migliore di ogni altro, di libera democrazia, ma sarà in realtà della forma peggiore, l’oclocrazia” (Ibidem., p. 135); come si legge anche in pagine aggiunte forse più tardi: “alla luce dei primi avvenimenti dell’età dei Gracchi” (Polibio, Storie, cit., vol. I, p. XXIX).

[31] Perelli 1965, p. 25.

[32] Perelli 1965, op. cit.

[33] “Ritengo dunque che sia di gran lunga preferibile una quarta forma di costituzione politica, che risulti dalla fusione e dal moderato temperamento delle prime tre” (versione di A. Resta Barrile).