Cassandra e il dramma della incomunicabilità

Lo sguardo di Cassandra
Sutter

Cassandra, la profetessa priva del dono della persuasione, è un sublime personaggio tragico. Il suo dramma, quello dell’incomunicabilità, è il dramma dell’essere umano di tutti i tempi, poiché è il linguaggio a costituirci come esseri sociali e morali. Linguaggio corporeo, linguaggio dei segni, linguaggio verbale, ciascuno di loro richiede un codice diverso, un diverso canale e contesti specifici nella trasmissione dei messaggi, e ciò mostra la complessità e il grande rischio di fallimento del processo di comunicazione. In questo senso, siamo tutti delle “Cassandre” quando esprimiamo i nostri dubbi, verità, sogni e desideri.

Figlia di Priamo ed Ecuba, i re di Troia, Cassandra e il suo gemello, Eleno, furono dimenticati dai genitori nel tempio di Apolloi. Il giorno dopo, Ecuba trovò due serpenti che leccavano le orecchie e le labbra dei bambini. Alle grida di orrore di Ecuba, i serpenti si rifugiarono in un cespuglio di alloro. Dopo questo episodio, i due bambini ebbero il dono della mantica.

Eleno ricevette il dono della mantica induttiva; Cassandra quello della mantica dinamica. In altre parole, il primo prediceva il futuro per mezzo dell’interpretazione del sacro linguaggio della natura, cioè da segni esteriori, quali il canto e il volo dei uccelli, le viscere delle vittime sacrificali, il bagliore del lampo, il tuono etc.; la seconda per ispirazione o per possessione di Apollo, in stato di estasi e di sacro entusiasmo. In entrambi casi essi manifestavano il volere divino e perciò il loro messaggio aveva lo status di Verità.

Un’altra versione del mitoii afferma che un giorno Cassandra si addormentò nel tempio, e Apollo le comparve, promettendole di insegnarle l’arte della profezia in cambio del suo amore. La giovane accettò il dono, ma rifiutò lui come amante. Allora il dio le chiese soltanto un bacio. Cassandra acconsentì, ma Apollo, invece di baciare le sue labbra, le sputò in bocca. Cosi iniziò la maledizione di Cassandra: predire e annunciare la verità senza essere creduta. La sua sacra mania era considerata pazzia.

Entrambe le versioni qui presentate furono riprese da scrittori vissuti dopo il V secolo. Tuttavia, la prima fu scritta da uno scoliasta di Omero e in questa narrazione non c’è traccia di pazzia o d’intrigo amoroso. E non sarebbe stato possibile, giacché nel discorso epico Cassandra non ha grande partecipazione nell’azione. In effetti, lei ha un ruolo rilevante soltanto nell’ultimo canto dell’Iliade, allorché vede Priamo che ritorna dal accampamento degli achei con il corpo di Ettoreiii. Ella annuncia alla città ciò che tutti vedono. Un evento che non ha in sé niente di profetico o d’insano. Nell’Odisseaiv,è menzionata nell’episodio in cui l’anima di Agamennone racconta a Odisseo come lui e Cassandra furono uccisi e come udì le grida di lei mentre veniva ucciso. Anche qui non compaiono ancora pazzia, intrigo amoroso o maledizione. Soltanto nella seconda versione appariranno tutti questi aspetti. Così possiamo affermare che quest’ultima versione fu sviluppata soprattutto a partire dai discorsi dei poeti e dei drammaturghi del V secolo, e ciò vuol dire che essi furono decisivi nel dipingere Cassandra come una profetessa maledetta. Sorge subito una domanda: perché?

Se consideriamo questa domanda nella prospettiva della coscienza o del discorso mitici, Cassandra simboleggia la hybris umana che osa sfidare il volere divino e la relativa punizione. Giusto. Ma perché questa punizione deve essere l’incomunicabilità? Nella sfera mitica la risposta è semplice; il dio le aveva promesso l’arte della profezia. Promettere significa giurare. In questo contesto, un dio non poteva venir meno al proprio giuramento, perché la correttezza, l’etica e la giustizia del vecchio mondo mitico si basava sulla oralità, dato che non esisteva ancora la scrittura. Questa è la ragione per cui Apollo non poteva privare Cassandra del dono dellamania sacra. Ecco il motivo per il quale le sue profezie, sebbene ispirate e vere, non erano credute. Inoltre questa versione implica un altro genere di discorso: quello religioso e i suoi valori etici. Così possiamo dedurre che la seconda versione, che comprende tanto comunicazione quanto incomunicabilità, parole vere e false, valori etici e giustizia e valori antietici e ingiustizia, dovesse essere una versione più congeniale alla mentalità del V secolo. E in realtà lo era.

Il V secolo vide gli albori della coscienza linguistica occidentale. In questo secolo, fu per la prima volta pensato e discusso il rapporto tra linguaggio e oggetti. I problemi della correttezza di parole e di nomi, di come le cose esistenti possono essere conosciute ed anche il tema del rapporto tra nome e cosa furono pensati e ampiamente discussi nella scena intellettuale ateniese, prendendo impulso dalla Sofisticav. Qui non affronteremo l’importanza dei sofisti in campi come la grammatica, la religione, la cognizione ecc, ricordando, solo, che essi si dedicarono anche all’insegnamento dell’arte del discorso, la Retorica. Possiamo considerare sia la retorica politica sia il dramma come forme in stretto rapporto con i discorsi pubblici, come quelli pronunciati nell’Assemblea o nei tribunalivi. Similmente a questi, le rappresentazioni teatrali ateniesi e i testi drammatici erano discorsi che avevano come riferimento i problemi e i valori sociali in conflitto.

Da ciò che è stato sommariamente esposto, si può comprendere che nel quinto secolo i problemi del linguaggio e del discorso erano di grande attualità e che la nuova invenzione letteraria del tempo, il genere drammatico, ovviamente non avrebbe potuto tralasciare questo tema. Per questo la maledizione di Cassandra fu un segno importante che permise di mettere in risalto le possibilità e i limiti del linguaggio verbale nel processo della comunicazione.

Due sono le tragedie in cui Cassandra ha un ruolo rilevante. La prima è l’Agamennone nell’Orestea di Eschilo; la seconda è Le troiane, l’unica pervenutaci di una tetralogia di Euripidevii.

L’Agamennone di Eschilo è una tragedia in cui il processo della comunicazione è uno dei temi portanti. La superba scena d’apertura della Sentinella in attesa, sul tetto del palazzo miceneo, di un segnale luminoso annunciante la caduta di Troia, rende evidente che il processo di comunicazione svolge un ruolo importante nella azione.

In Agamennone, è stato accordato al personaggio di Cassandra un ampio campo d’azione. Entra con Agamennone e rimane in silenzio per tutta la famosa scena del tappeto, in cui una scaltra Clitennestra con il suo discorso bello, però falso, persuade il vittorioso re a entrare nel palazzo camminando su un tappeto rosso. Lui è riluttante nel farlo, perché quest’atto dimostrerebbe un eccessivo orgoglio per un semplice mortale, sebbene re. Ma è persuaso a farlo dal discorso lusinghiero di Clitennestra. Dopo l’entrata del re nel palazzo, Cassandra diviene la figura centrale e di grande effetto della scena.

Cassandra rimane silenziosa anche quando Clitennestra la invita a entrare nel palazzo. Il suo muto silenzio e anche la sua muta immobilità lasciano stupita la regina, la cui prima reazione è alquanto prosaica: dapprima ritiene che Cassandra, una giovane straniera, non parli la lingua greca. Poi, credendo che questa sia la ragione del silenzio di Cassandra, cerca di persuaderla a esprimersi con il linguaggio dei gesti. Le sue parole ancora una volta s’infrangono contro l’ostinato silenzio e l’immobilità di Cassandra. A questo punto, ignorando l’argomento conciliatorio del Corifeoviii che dice che la giovane straniera sembra aver bisogno di un interprete, Clitennestra, piena d’indignazione, rinuncia al tentativo di comunicare e si ritira dalla scena, affermando che non spenderà “ulteriori parole” con una “pazza” che solo “obbedisce al suo delirio”.

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i Anticlide, citato da uno scoliasta di Omero, Iliade, VII, 44.

ii Igino: Fabulae, 93; Apollodoro: III, 12, 5; Servio, commento su Virgilio. Eneide, II, 247.

iii IIiade, XXIV, 699 (in Bibliografia).

iv Odissea, XI, 421 (in Bibliografia).

v Cfr. Guthrie, pag. 204 e segg. (in Bibliografia)

viCfr. J. Ober, Josiah e B. Strauss, Barry, Drama, Rethoric, Discourse,in Nothing to do with Dionysos?, pp. 237 e 238 (in Bibliografia).

vii Palamede e Odisseo sono i titoli delle altre due tragedie, seguite dal dramma satirico Sisifo.

viii Il Capo del Coro Greco.